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25 Agosto 2026
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Il Po di Volano e i canali della Bassa: chi li custodisce ancora?

ono le sei del mattino e la Bassa è già sveglia. Nella campagna tra Bomporto e Camposanto, lungo il cavo Fiumicello, l'acqua scorre bassa e silenziosa tra le sponde erbose. Un trattore attraversa il ponticello di cemento, il conducente rallenta un momento, guarda il livello del canale, riparte. È un gesto automatico, antico: in questa pianura, prima ancora di guardare il cielo, si guarda l'acqua.

Questa è la storia di un territorio intero. La Bassa Modenese — quella fascia di pianura che va da Mirandola a Finale Emilia, da Carpi a Camposanto, da Bastiglia a San Felice sul Panaro — vive da secoli su una rete idrica che è al tempo stesso la sua salvezza e la sua fragilità. Una ragnatela di canali, fossati, chiaviche e botti che pochi oggi conoscono davvero, e che rischia di diventare invisibile proprio nel momento in cui servirebbe più attenzione.


Un'eredità millenaria

Per capire da dove viene questa rete d'acqua, bisogna tornare indietro di quasi duemila anni. Le prime opere di bonifica nella bassa pianura modenese e ferrarese risalgono all'epoca romana, quando i centurioni tracciarono il territorio in un reticolo ortogonale di fossi e canali seguendo la pendenza naturale del terreno. Con la caduta dell'impero, tutto tornò a essere palude. Poi arrivarono i monaci dell'Abbazia di Nonantola, che a partire dall'alto Medioevo ripresero a scavare, drenare, bonificare. Costruirono canali, fossi di scolo e bacini per l'itticoltura. Trasformarono una terra di zanzare e malaria in una delle pianure più fertili d'Europa.

Oggi quella stessa rete è gestita dal Consorzio della Bonifica Burana, con sede a Modena, che ha la responsabilità di un territorio di oltre 242.000 ettari — dal versante appenninico fino all'Oltrepò mantovano — e di circa 2.500 chilometri di canali. Il Po di Volano, che attraversa il cuore di questa zona prima di dirigersi verso il ferrarese, ne è l'arteria principale. Ma sono i canali minori — il cavo Fiumicello, il diversivo di Burana, le infinite reti di scolo che quadrettano i campi tra Novi di Modena e San Felice — a fare la vera differenza per gli agricoltori e i residenti della pianura.


Un sistema "promiscuo" sotto pressione

"Il sistema di bonifica è detto promiscuo proprio perché lo stesso reticolo di canali assolve una duplice funzione: scola le acque in autunno e in inverno, e le distribuisce per l'irrigazione in primavera e in estate", spiega Francesco Vincenzi, presidente del Consorzio Burana. "Ma è cambiato il modo in cui avvengono le precipitazioni. Una distinzione netta tra funzioni diverse in periodi diversi dell'anno non è più possibile."

Il paradosso è diventato evidente negli ultimi anni: da un gennaio siccitoso come un agosto a un febbraio con le piogge più intense degli ultimi 180 anni. I canali, costruiti per gestire la lentezza delle stagioni tradizionali, si trovano oggi a dover rispondere a emergenze che si susseguono a distanza di settimane. E il territorio ne porta i segni.

Il diversivo di Burana, costruito nella seconda metà dell'Ottocento per raccogliere le acque piovane dalle campagne e dai centri urbani della bassa — da San Possidonio fino al Panaro, in località Santa Bianca nel ferrarese —, è uno degli esempi più eloquenti. In inverno serve a scolare l'acqua in eccesso attraverso la Botte Napoleonica; in estate diventa uno dei principali vettori per l'approvvigionamento irriguo, quando le falde si abbassano e i campi bruciano. Un solo canale, due vite opposte, una pressione sempre crescente.


L'estate della sete

L'estate 2022 rimane nei ricordi degli agricoltori della Bassa come una delle più drammatiche degli ultimi decenni. Il Po toccò livelli mai registrati da quando esiste la misurazione sistematica. Nel territorio modenese, il sistema irriguo del Burana si trovò con una disponibilità idrica che in alcuni casi era di appena un terzo rispetto alla media degli altri anni. I tecnici del Consorzio lavorarono giorno e notte, aprendo e chiudendo chiaviche, attivando prelievi di emergenza alla Chiavica Secchia a Bomporto, razionando l'acqua tra i 70.000 ettari agricoli della provincia modenese con criteri di stretta alternanza.

"Quello che è successo nel 2022 non è stato un'eccezione — dice Vincenzi —. È diventato il nuovo normale." I cambiamenti climatici stanno infatti aumentando il fabbisogno irriguo delle colture di circa il 20-25%, rendendo l'irrigazione sempre più imprescindibile per garantire produzioni accettabili.

Ma c'è un'altra emergenza, meno visibile e forse più difficile da affrontare: quella delle perdite nella rete idrica urbana. AIMAG, la società che gestisce il servizio idrico integrato per quasi tutti i comuni della Bassa Modenese — da Mirandola a Carpi, da Bastiglia a Camposanto, da Novi di Modena a San Felice — ha rilevato che tra il 2022 e il 2024 le perdite lineari della propria rete sono passate da 7,7 a 9,7 metri cubi al chilometro al giorno. In termini assoluti: oltre 7 milioni di metri cubi di acqua dispersi ogni anno. Come se, ogni dodici mesi, si svuotasse un lago intero nel sottosuolo della pianura, senza che nessuno lo veda.


Le nutrie, i cantieri, gli argini che franano

I problemi non vengono solo dall'alto — dal cielo che non dà più acqua nel momento giusto — ma anche dal basso, da dentro gli argini stessi. Tra le minacce meno note alla rete idrica della Bassa c'è quella delle nutrie, i grossi roditori sudamericani che da decenni colonizzano i fossi e i canali della pianura padana. Scavano le sponde degli argini con le loro gallerie, indebolendo strutture che in qualche caso reggono secoli di storia.

A Bomporto, sul fosso Torrazzo, i tecnici del Consorzio Burana sono intervenuti di urgenza dopo che una parte dell'argine era franata a causa proprio degli scavi delle nutrie. Un episodio apparentemente minore, ma significativo di un problema diffuso su tutto il territorio: la manutenzione continua degli argini è una battaglia quotidiana che richiede risorse, uomini e attenzione.

AIMAG ha risposto con un piano da 7 milioni di euro per rinnovare le condotte più vecchie, partendo proprio dai tratti più critici: via Ligabue a Mirandola e via Cimarosa a Bomporto. I primi cantieri sono già partiti. Ma la rete ha oltre 2.400 chilometri di infrastrutture tra adduzione, distribuzione e allacciamenti, e i decenni di usura — aggravati dal terremoto del 2012, che ha stressato tubi e raccordi su una vasta area — non si recuperano in pochi anni.


Chi conosce ancora questi canali?

Al bar di Camposanto, tre anziani bevono il caffè e commentano la piena dell'anno scorso come se stessero parlando di un vecchio conoscente. Sanno esattamente di quanti centimetri era salito il livello del cavo principale, ricordano il nome del guardiano che aprì la chiavica in tempo. Hanno nel sangue la cultura dell'acqua, quella fatta di ascolto, di osservazione, di notti in cui ci si alzava per controllare gli argini.

"Prima c'erano i campari — spiega un pensionato che ha trascorso trent'anni a lavorare per un'azienda agricola tra Finale e Mirandola —. Erano i guardiani dei canali irrigui, figure riconosciute, rispettate. Conoscevano ogni chiavica, ogni manufatto. Oggi quella figura non esiste quasi più. Ci sono i tecnici del Consorzio, che fanno un lavoro enorme, ma sono pochi e il territorio è immenso."

Il Consorzio Burana è consapevole di questa eredità. Francesco Vincenzi, nel tracciare il bilancio degli ultimi quindici anni alla guida dell'ente, ha parlato esplicitamente di "custodi di un'eredità millenaria": "Purtroppo ancora oggi non c'è piena consapevolezza del legame tra l'abitabilità e la produttività di queste terre così vulnerabili."


Il PNRR e le nuove scommesse

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato, anche grazie ai fondi europei. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha rappresentato — nelle parole dello stesso Consorzio Burana — "un'opportunità di portata storica per trasformare il territorio e affrontare le criticità strutturali che lo affliggono da tempo." Nuovi impianti, sistemi di telecontrollo, sensori sui manufatti idraulici che inviano dati in tempo reale ai tecnici. Anche Sorgeaqua — il gestore del servizio idrico integrato che opera tra Finale Emilia, Nonantola e Ravarino — ha avviato un piano da 14 milioni di euro per modernizzare la rete fognaria e sostituire i contatori tradizionali con smart meter, dispositivi digitali in grado di rilevare anomalie e perdite in tempo reale.

È la tecnologia che si sovrappone alla tradizione: dove prima c'era il camparo che camminava lungo l'argine, oggi c'è un sensore che trasmette dati a un computer. Funziona meglio? Dipende. Funziona diversamente, di certo. E quella conoscenza sensoriale del territorio — il rumore dell'acqua che scende troppo veloce, il colore strano di un fosso, l'odore di un argine che cede — si sta perdendo.


Cosa fare, cosa chiedere

La Bassa Modenese è un territorio che vive sull'acqua e con l'acqua. Non è una metafora: senza la rete di canali che la attraversa, gran parte di questa pianura tornerebbe allagata in inverno e assetata in estate. La bonifica non è un fatto tecnico lontano dalla vita quotidiana: è la ragione per cui i campi producono, per cui le strade non finiscono sott'acqua, per cui si può abitare qui.

Alcune domande restano aperte, e meritano risposte pubbliche:

Quante risorse vengono destinate ogni anno alla manutenzione ordinaria dei canali minori, quelli che non fanno notizia ma reggono il sistema? I contributi dei consorziati bastano, o servono investimenti straordinari strutturali?

Come si prepara il territorio a scenari climatici in cui siccità estive e alluvioni invernali potrebbero diventare la norma, non l'eccezione?

Chi formerà la prossima generazione di tecnici e guardiani, con la conoscenza del territorio che serve per intervenire quando i sensori non bastano?

Il Po di Volano scorre ancora, silenzioso, tra i pioppi e i campi della Bassa. I suoi canali secondari portano ancora l'acqua dove serve. Ma quella rete ha bisogno di attenzione, di risorse e — soprattutto — di persone che la conoscano davvero. Prima che l'ultimo trattore si fermi sul ponticello, e non ci sia più nessuno a guardare il livello dell'acqua.


Per saperne di più: Consorzio della Bonifica Burana — consorzioburana.it | AIMAG — aimag.it

I numeri della rete

  • 2.500 km di canali gestiti dal Consorzio Burana nel territorio modenese e ferrarese
  • 242.000 ettari di territorio di competenza del Consorzio
  • 7 milioni di m³ di acqua dispersa ogni anno nella rete idrica urbana AIMAG (dato 2024)
  • 2.400 km di infrastrutture idriche gestite da AIMAG tra adduzione, distribuzione e allacciamenti
  • 70.000 ettari di territorio agricolo modenese rifornito tramite l'impianto Sabbioncello sul Po
  • +20-25% l'aumento stimato del fabbisogno irriguo delle colture dovuto ai cambiamenti climatici

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