A Navanethem ‘Navi’ Pillay il Nobel per la Pace 2026
(Adnkronos) - Il Comitato per il Nobel norvegese ha assegnato il premio per la Pace 2026 a Navi Pillay, giurista sudafricana di origine tamil-indiana, in riconoscimento del suo impegno di lunga data nella difesa dei principi universali del diritto, nella tutela dei diritti umani e nella lotta contro le discriminazioni.
"Il Premio Nobel per la Pace per il 2026 va a una persona che con coraggio eccezionale e integrità ha aperto la strada verso un ordine giuridico globale più completo. Il vincitore di quest'anno ha svolto un ruolo fondamentale nel garantire che crimini di guerra, contro l'umanità e il genocidio vengano perseguiti". Queste le prime parole della lunga motivazione dell'assegnazione del Premio a Navanethem 'Navi' Pillay.
"Nel corso della sua carriera - si evidenzia ancora nelle motivazioni - Pillay ha mantenuto una ferma bussola morale e una costante adesione ai principi fondamentali della giustizia, contribuendo a rafforzare il ruolo e l'efficacia del diritto internazionale".
"Se applaudite un po' più forte, potrei condividere il Premio con Trump". Sono state queste le parole di 'Navi' Pillay dopo aver appreso dell'assegnazione del Premio Nobel per la Pace. Una reazione 'intercettata' al Tribunale di Norimberga da Agnès Callamard, di Amnesty International, e pubblicata in un video su X.
"In un mondo che ha bisogno di giustizia più che mai, il suo coraggio e la sua chiarezza morale sono una bussola preziosa". Queste le parole di congratulazioni della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, alla vincitrice del Premio Nobel per la Pace, l'avvocato e attivista per i diritti umani Navanethem 'Navi' Pillay.
"Pochi hanno dedicato la propria vita alla giustizia, alla pace e alla dignità umana come lei. Dalla violenza dell'apartheid in Sudafrica agli orrori del genocidio ruandese, ha affrontato alcuni dei capitoli più oscuri dell'umanità. Ha guardato la brutalità dell'ingiustizia negli occhi e non ha mai distolto lo sguardo. È la difensora dei perseguitati, dei vulnerabili, dei senza voce e degli esclusi. Della supremazia del diritto sulla forza", scrive von der Leyen.
Per la presidente della Corte penale internazionale (Cpi), Tomoko Akane, "in un momento di profonde sfide per l'ordine giuridico internazionale e lo Stato di diritto, questo riconoscimento assume un significato particolare". Dallo scorso agosto Akane è sotto sanzioni americane insieme al vice procuratore della Corte, il magistrato senegalese Abdoulaye Seye. L'amministrazione Trump accusa entrambi di aver contribuito a procedimenti contro esponenti di governi che non riconoscono la giurisdizione dell'istituzione con sede all'Aja. Gli Stati Uniti accusano di essere "corrotta e gravemente politicizzata" e di avere abusato dei propri poteri.
Un "segnale molto forte", un "riconoscimento, una riaffermazione del fatto che diritti umani, stato di diritto, giustizia e responsabilità sono fondamentali per tutto, pace, sicurezza e prosperità", è stato invece il commento di Volker Turk, Alto commissario per i diritti umani. "Dire che è meritato, è un eufemismo, soprattutto in un'epoca in cui i diritti umani sono sotto attacco su così tanti fronti, anche da parte di chi detiene enorme potere", ha affermato, parlando di un Premio che è un riconoscimento "per tutti coloro che nel mondo dedicano la loro vita alla difesa dei diritti umani, spesso rischiando molto per la propria sicurezza. Il fatto che il Comitato abbia deciso di assegnare" il Premio a Pillay "è una vittoria collettiva per i diritti umani, ma anche per la ricerca di giustizia e responsabilità in questo mondo", ha proseguito. Ed è "chiaro che si tratta di un segnale molto forte", ha rimarcato, parlando di "grande gioia" per il fatto che "a uno di noi è stato assegnato il Nobel".
Nata a Durban nel 1941, in Sudafrica, durante il regime di apartheid, Pillay - il cui nome non figurava alla vigilia tra i favoriti al premio - è attualmente giudice della Corte penale internazionale nel procedimento in cui il Myanmar è accusato di genocidio. La sua attività si inserisce in un percorso professionale che l'ha portata a operare in alcuni dei contesti più delicati della giustizia internazionale.
Avvocata e pioniera nel campo del diritto, ha dedicato le sua attività alla difesa di chi subiva discriminazioni e alla promozione dell'uguaglianza davanti alla legge. Tra le prime tappe del suo percorso figura la difesa di Nelson Mandela e di altri oppositori dell'apartheid, un'esperienza che ha segnato il successivo impegno nelle istituzioni giudiziarie nazionali e internazionali.
Nel corso della sua carriera Pillay ha ricoperto incarichi di primo piano in alcuni dei principali organismi giudiziari e delle Nazioni Unite. E' stata la prima donna nera a ricoprire il ruolo di giudice dell'Alta Corte sudafricana e ha prestato servizio nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda, di cui è stata presidente.
Pillay è stata inoltre Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014, incarico nel quale ha lavorato per rafforzare la tutela internazionale dei diritti fondamentali. Fino a tempi recenti ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e Israele, organismo incaricato di indagare sulle violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani.
La giurista è stata anche giudice 'ad hoc' della Corte internazionale di giustizia nel procedimento avviato dal Gambia contro il Myanmar per presunte violazioni della Convenzione sul genocidio, in relazione alle persecuzioni della minoranza rohingya.
In particolare, Pillay ha presieduto in passato la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi, che settembre 2025 accusò Israele di aver commesso un genocidio nella Striscia di Gaza con l'intento di "distruggere i palestinesi".
Nel rapporto, pubblicato quasi due anni dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, la Commissione concluse che le forze israeliane avevano commesso quattro dei cinque atti genocidi contemplati dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948. Tra questi figurano le uccisioni, le gravissime lesioni fisiche e psicologiche e l'imposizione di condizioni di vita finalizzate alla distruzione, totale o parziale, di un gruppo.
"Vi è l'intenzione di distruggere i palestinesi a Gaza attraverso atti che soddisfano i criteri stabiliti dalla Convenzione sul genocidio", aveva dichiarato Pillay. Gli investigatori dell'Onu avevano attribuito la responsabilità delle violazioni alle autorità israeliane ai più alti livelli, chiamando in causa anche il primo ministro, Benjamin Netanyahu. Israele respinge le accuse di genocidio in relazione alla guerra contro Hamas nella Striscia di Gaza.
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