Chi sono davvero i maranza? Dalla “Mia moto” ai ritmi della drill – di Pietro D’Ottavio
Comincia la collaborazione con noi di Pietro D’Ottavio, giornalista di lungo corso che per anni ha raccontato la musica sulle pagine di Repubblica: concerti, artisti, festival, canzone d’autore, seguendo da vicino alcuni dei protagonisti più importanti della scena italiana e internazionale.
Siamo molto contenti di accoglierlo nella nostra squadra. Attraverso i suoi articoli, allarghiamo un po’ i nostri confini: dalla Bassa a Roma, passando naturalmente per la musica.
Benvenuto Pietro. E buona lettura a tutti.
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Di Pietro D'Ottavio
“Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente di matti di maranza e di malati di mente, fissati con le moto e coi vestiti americani, facciamo tutto ora o al massimo domani”.
E’ il 1989 e il giovanissimo Lorenzo Cherubini (vero nome del rapper poi diventato cantautore) cita per la prima volta il termine maranza in una canzone pop: “La mia moto”. Si tratta quindi di un termine che ha qualche decennio sulle spalle e che evidentemente ha cambiato pelle nel corso del tempo. Secondo molte ricostruzioni l’appellativo nasce per definire i ragazzi che negli anni Ottanta non facevano parte della tribù giovanile dei paninari. Ovvero i figli della Milano bene – soprattutto, poi dilagati in tutta Italia e celebrati persino in una canzone dei Pet Shop Boys – che vestivano capi d’abbigliamento costosi e firmati come l’iconico piumino Moncler. Gli altri, figli delle classi meno ricche e che in genere prendevano la metro per andare dalle periferie al centro, erano i “tamarri”.
Definizione alla quale presto si sovrappone quella di “maranza” (letteralmente: melanzana), che poi gradualmente va a differenziarsi andando a identificare in particolare i figli degli immigrati stranieri (in particolare dal Nordafrica). Passano i decenni e il numero degli immigrati in Italia si impenna, mentre il processo di integrazione non si può dire sia andato di pari passo. E come alcuni giovani italiani degli anni Settanta mettevano in atto gli “espropri proletari” con bersaglio principale proprio i generi alimentari nei primi supermercati, ora alcuni tra i figli degli immigrati sono stati accusati di un gesto che un po’ ricorda quelli di mezzo secolo fa. Azioni che sembrano avere sottotraccia un mix di protesta e rivendicazione d’identità, magari in casi meno frequenti l’effettiva necessità di sfamarsi. Dagli anni ’70 sono cambiati codici distintivi a partire dall’abbigliamento: oggi va forte il boxer a vista fuori dalle tute acetate, all’epoca faceva furore l’eskimo (impermiabile a cui Francesco Guccini dedicò una delle sue canzoni d’autore più celebri: “Ma tu non sei cambiata di molto, anche se adesso è al vento quello che io per vederlo ci ho impiegato tanto”).
La musica è cambiata anche di più: una volta c’erano i cantautori e le band progressive-rock, oggi vanno forte urban-pop, trap e drill. Tutti e tre sostanzialmente derivati dell’universo hip-hop e rap, con il meno noto drill che in un certo senso resta più vicino alla radice iniziale (ma con ritmi assai cupi e rime piuttosto crude che raccontano la vita della strada). In ogni caso da sempre la musica cerca di raccontare i fenomeni sociali e di costume. E per quanto senza alcuna pretesa di scrivere un trattato sociologico o di avere la verità in tasca, a volte le canzoni raccontano una nuova realtà con un sguardo curioso e senza schierarsi contro o a favore. Come nel recente caso di “Maranza”, cantato in duetto da Il Pagante e Fabio Rovazzi: “Giravo in Corso Como, si è avvicinato un uomo. Mi ha chiesto una Marlboro e l'orologio: non so che ore sono, in tasca sento un vuoto. Mi hanno pulluppato con una moto… Ora ho un sogno solo: vorrei diventare come uno di loro. Un maranza con la tuta del Barça che gira per Milano in quattro sopra un SH”.
E’ un frammento di questo inno a ritmo urban-pop, che fa da colonna sonora alle giornate di molti adolescenti e che magari non ha particolari colpi d’ala, ma neanche con i toni acidi di un abituale commentatore televisivo come lo psichiatra Paolo Crepet. Che dopo un episodio di furti in un supermercato di Modena da parte di alcuni ragazzi cosiddetti maranza, ha parlato di “totale assenza di educazione" oltre che di modelli di riferimento stabili. Per poi paragonare quei giovani a “cuccioli di gorilla nella giungla”. Parole piuttosto tranchant, che magari non tengono appieno conto del contesto e del corso degli eventi negli ultimi decenni, al di là dei reati contestati e di ulteriori fatti di cronaca che continuano a mettere al centro dell’attenzione il fenomeno. Il caso più recente è quello di Vicenza con l’influencer “Ilvucumpra” che chiama a raccolta centinaia di ragazzini in un parcheggio per una sua performance, ma poi entra nel panico per l’enorme afflusso e scappa. La folla di giovani non la prende bene, creando una bagarre che alla fine crea anche danni al parcheggio.
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