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15 Ottobre 2026
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Diodato: “Siamo già in un mondo post-americano. Senza l’Europa Putin avrebbe vinto in Ucraina”

(Adnkronos) - Siamo già entrati in un mondo post-americano, ma il prossimo secolo non sarà necessariamente cinese. E neppure è scontato che la competizione tra Washington e Pechino produca una nuova Guerra fredda. La transizione che stiamo attraversando è più complessa: gli Stati Uniti non riescono più a garantire da soli l'ordine internazionale che hanno costruito, mentre nessun'altra potenza sembra in grado di raccoglierne l'eredità. La Cina prova a riempire questo vuoto, soprattutto cercando di riscrivere le regole e di proporre una propria visione della civiltà. L'Europa, nonostante le divisioni interne, potrebbe trovare uno spazio di azione. 

È la lettura che Emidio Diodato, professore ordinario di Scienza politica all'Università per Stranieri di Perugia, propone in questa intervista ad Adnkronos, prendendo le mosse dal suo libro Che cos'è la geopolitica , appena pubblicato da Carocci in una seconda edizione profondamente rielaborata rispetto a quella del 2011. 

Il volume affronta anzitutto una questione preliminare: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di geopolitica? Una domanda meno scontata di quanto sembri, soprattutto in un'epoca nella quale il termine è diventato onnipresente nel dibattito pubblico, applicato indifferentemente alle guerre, alle rotte commerciali, alle tecnologie e alle scelte dei governi. Diodato parte dall'immagine biblica della torre di Babele, simbolo di una disciplina nella quale spesso gli studiosi utilizzano la stessa parola attribuendole significati diversi. E mette in guardia dal rischio che la geopolitica finisca per trasformarsi in “egopolitica”, una rappresentazione del mondo modellata sulle convinzioni di chi la propone. 

Per ritrovare un metodo, il libro attraversa più di un secolo di pensiero geopolitico, dai teorici del potere marittimo e continentale, Alfred Thayer Mahan e Halford Mackinder, fino agli studi contemporanei sulla sicurezza regionale, la globalizzazione e le identità culturali. Il risultato è un approccio che tiene insieme tre dimensioni: geostrategica, geoeconomica e geoculturale. La geografia continua a contare, ma il potere passa anche attraverso le infrastrutture, le reti commerciali e finanziarie, le tecnologie e la capacità di definire standard riconosciuti dagli altri. 

Da questa prospettiva Diodato ricostruisce il “destino manifesto” degli Stati Uniti, dalla dottrina Monroe all'ordine atlantico, individuando nella politica di Donald Trump il recupero di una tradizione americana più antica dell'internazionalismo liberale. Il riferimento a William McKinley, le rivendicazioni su Panama e sull'Artico, perfino la decisione di ribattezzare il golfo del Messico sono tasselli di una visione del potere fondata sul controllo dei grandi spazi. 

Il paradosso è che proprio mentre Washington torna a ragionare in questi termini, Pechino tenta di affermare un diverso modello di leadership. “La Cina vuole sostituire gli Stati Uniti nel dettare gli standard di civiltà”, spiega Diodato, indicando nella neonata organizzazione internazionale per la cooperazione sull'AI, con sede a Shanghai, un esempio di questa strategia. 

L'Europa, intanto, resta sospesa tra ambizioni e divisioni. Eppure, secondo il politologo, il suo ruolo è stato determinante proprio nella crisi che più di ogni altra ha messo in discussione l'ordine del continente: “Senza l'Unione europea la guerra in Ucraina sarebbe conclusa, e si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin”. Un giudizio che accompagna a una posizione favorevole a un compromesso per fermare il conflitto. Sul futuro dell'Unione, sulla competizione con la Cina, sul rapporto con l'Africa e sulle prospettive di un multilateralismo senza egemonia americana si sviluppa la nostra conversazione. 

Professore, il suo libro mette in discussione una delle grandi narrazioni degli ultimi anni, quella della trappola di Tucidide e dell'inevitabile scontro tra gli Stati Uniti e la Cina. Lei sostiene che siamo già in un mondo post-americano, ma non sembra convinto che Pechino possa semplicemente raccogliere il testimone di Washington.  

“Siamo già entrati in un mondo post-americano. Gli Stati Uniti hanno realizzato le previsioni dei grandi classici del pensiero geopolitico, come Mahan e Mackinder, che prefiguravano un'egemonia globale americana. Questa egemonia si è imposta già durante la Guerra fredda, perché allora convivevano due sistemi: quello della contrapposizione con l'Unione Sovietica e un sistema occidentale che costituiva il motore delle relazioni internazionali globali. 

Quest'ultimo era il sistema delle Nazioni Unite, non a caso con sede a New York, del Fondo monetario internazionale e di un insieme di regole pensate per includere progressivamente anche l'Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese. 

Oggi, dopo il momento unipolare e la successiva trasformazione del sistema internazionale, questo mondo americano sembra lasciare una situazione aperta a diverse possibilità. Non possiamo escludere una riconfigurazione multipolare, ma non credo sia necessariamente quella la direzione. 

Il concetto di civiltà diventa particolarmente importante. Samuel Huntington aveva avuto, a mio parere, una straordinaria intuizione, anche se non condivido l'idea di uno scontro tra civiltà inconciliabili, destinato a svolgersi lungo quelle che lui definiva linee di faglia. Vedo piuttosto un confronto tra visioni della civiltà che nasce dalla contestazione dell'ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti. 

La Cina porta avanti un proprio disegno, una grande narrazione geopolitica che, per certi versi, assomiglia al destino manifesto americano. Il sogno cinese ha una prospettiva futura, anche se si richiama a una tradizione millenaria. 

Non vedo quindi Pechino necessariamente impegnata ad aprire una nuova Guerra fredda o semplicemente a diventare uno dei poli di un sistema multipolare. Credo che voglia progressivamente sostituire gli Stati Uniti nella capacità di dettare gli standard di civiltà. 

Un esempio recente è l'iniziativa cinese per la creazione di un'organizzazione internazionale dedicata alla cooperazione e alla governance dell'intelligenza artificiale, con sede a Shanghai. Anziché affidarsi esclusivamente alle istituzioni internazionali esistenti, la Cina promuove una nuova organizzazione, nella quale può contribuire a definire regole e priorità. 

Pechino cerca così di riempire il vuoto di autorità prodotto dal mondo post-americano attraverso proprie iniziative istituzionali. Non stiamo necessariamente tornando a una politica di potenza in un mondo senza regole, ma potremmo trovarci in un mondo nel quale le regole vengono riformulate”. 

Se il potere non dipende solo dalla forza militare, anche l'Europa potrebbe trovare una propria strada. Eppure, dalle trattative sull'Ucraina alle crisi mediorientali, l'Unione fatica a imporsi come soggetto geopolitico. Qual è il suo limite più profondo?  

“Se il mondo stesse andando verso una politica esclusivamente di potenza, attraverso una riconfigurazione tendenzialmente multipolare, il ritardo dell'Europa nel diventare un attore geopolitico sarebbe incolmabile. 

Ma il problema non è la mancanza di strumenti militari ed economici. L'Europa possiede risorse straordinarie. È una delle maggiori potenze economiche e, se sommassimo gli armamenti dei diversi paesi europei, includendo il Regno Unito, disporrebbe anche di capacità militari molto rilevanti. 

Il problema è che l'Europa è divisa al proprio interno sulla questione dell'integrazione. Basta guardare alle elezioni del Parlamento europeo: nelle ultime tre legislature possiamo osservare che la divisione non è più soltanto quella tradizionale tra destra e sinistra. C'è una frattura tra le forze favorevoli all'integrazione e quelle contrarie, che attraversa le diverse politiche, dall'economia ai diritti, dalla politica estera all'agricoltura. 

Questa divisione non può essere superata facilmente. E poiché l'Unione Europea è una costruzione democratica, non credo che possa risolversi in tempi brevi. 

Ciò non significa però che sia condannata all'irrilevanza. Nel libro cerco, ad esempio, di dare un significato alla differenza tra il decoupling americano e il de-risking europeo nei confronti della Cina. A mio giudizio, questa distinzione è importante: l'Europa ha un rapporto con Pechino che non coincide necessariamente con quello degli Stati Uniti. 

Inoltre, con il Global Gateway ha avviato un grande progetto di investimenti e infrastrutture, in parte ispirato alla Belt and Road Initiative cinese, scegliendo intelligentemente di rivolgersi soprattutto all'Africa. 

Vedo poi un'Europa che, rispetto agli Stati Uniti di Trump, ha cercato una propria via sulla guerra in Ucraina. Senza l'Unione Europea quella guerra sarebbe già conclusa. E si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin. Personalmente, non appartengo a coloro che ritengono indispensabile una sconfitta di Putin. Per me si può anche arrivare a un pareggio, se vogliamo esprimerci in maniera un po' triviale. 

Resta però fuori discussione che senza l'Unione Europea avremmo avuto una vittoria russa. Anche questo dimostra che l'Europa possiede una capacità di incidere sugli equilibri internazionali. Se riuscisse a pensarsi non soltanto come potenza civile, ma come potenza di civiltà, potrebbe trovare un proprio ruolo geopolitico”. 

Lei attribuisce molta importanza all'Africa. Da diversi paesi africani arriva anche una richiesta di alternative agli investimenti cinesi e all'influenza russa. L'Europa potrebbe avere oggi credenziali migliori rispetto ad altri attori, proprio perché più consapevole della propria eredità coloniale. L'Africa può diventare uno dei punti di forza della geopolitica europea?  

“Dividerei la questione in due parti. 

Da una parte, con il Global Gateway l'Europa ha sicuramente un approccio postcoloniale nei confronti dell'Africa. E potrebbe avere maggiore successo sia rispetto agli Stati Uniti del passato, sia rispetto alla Cina e ad altri attori presenti nel continente: la Russia, naturalmente, ma anche la Turchia o gli Emirati Arabi Uniti. 

L'Europa ha una carta importante da giocare e credo che stia cominciando a giocarla bene. 

Dall'altra parte, però, rimane il rischio di non aver compreso fino in fondo che cosa significhi il postcolonialismo. Un rischio che permane soprattutto nella percezione che molti africani hanno dell'Europa. Vorrei fare un'osservazione che potrebbe sembrare politicamente scorretta. 

L'Unione Europea si è rappresentata per lungo tempo come una potenza civile. Era una definizione credibile se riferita all'Unione in quanto tale, che non possiede gli strumenti militari di uno Stato tradizionale. Lo era meno se riferita ai singoli paesi membri, che possiedono eserciti e hanno condotto guerre. 

A un certo punto, tuttavia, l'Europa ha fatto un passo ulteriore: ha cominciato a rappresentarsi come potenza normativa. Da un certo punto di vista è una cosa bellissima. Significa porre al centro il rispetto delle regole, il diritto, una prospettiva cosmopolitica. Ma se ti presenti come potenza normativa, rischi di porti come il soggetto che esprime uno standard di civiltà superiore. 

E andare in Africa con l'idea di applicare gli standard normativi europei non è necessariamente percepito in maniera positiva. L'Europa deve promuovere anche i propri interessi, costruendo rapporti di cooperazione che producano vantaggi reciproci. La cooperazione allo sviluppo non è aiutare gli africani. Questa è la grande intuizione del Global Gateway, ma anche del Piano Mattei. 

La cooperazione allo sviluppo è un do ut des, uno scambio che si perfeziona nel tempo. Se investo nella cooperazione non devo pretendere necessariamente una ricaduta economica immediata, ma è legittimo attendersi che quegli investimenti producano in futuro anche un ritorno. 

Credo che un discorso di questo genere funzioni molto meglio con gli interlocutori africani. Se invece diciamo che andiamo ad aiutarli, ma che in cambio devono diventare democratici, rispettare i diritti e conformarsi agli standard che noi abbiamo stabilito, rischiamo di riproporre, anche se con il vestito della domenica, una relazione di tipo coloniale”. 

Torniamo alla questione dalla quale nasce il libro. In Italia la geopolitica è diventata una parola onnipresente: nei giornali, in televisione, nel dibattito pubblico. Talvolta sembra che ogni giornalista di esteri si sia trasformato in un analista geopolitico. Ma quanto è solido, nel nostro paese, lo studio della disciplina? E quanto è grande la distanza tra divulgazione e università?  

“Purtroppo in Italia esiste una contrapposizione tra il modo in cui si studiano le relazioni internazionali in ambito accademico e l'impiego divulgativo del termine geopolitica. È una contrapposizione che non riguarda soltanto il linguaggio o gli approcci teorici. È anche consapevole. 

Nell'accademia italiana non c'è molto favore per l'impiego della parola geopolitica. Le relazioni internazionali, nella loro impostazione prevalente, tendono a considerarla qualcosa di nocivo. E il fastidio è reciproco. Alcuni tra i principali divulgatori della geopolitica, attraverso riviste, convegni e apparizioni televisive, hanno manifestato a loro volta una forte insofferenza verso il modo in cui le relazioni internazionali vengono studiate nelle università. 

Con questo libro ho cercato di superare questa contrapposizione, restituendo alla geopolitica una legittimità accademica, mostrando l'importanza dei grandi pensatori classici e ricordando che un sapere di tipo geopolitico è comunque sopravvissuto nell'accademia americana ed europea. Ho poi cercato di far dialogare questo sapere con concetti consolidati negli studi sulle relazioni internazionali. Nel libro, ad esempio, parlo di securitizzazione e di complessi regionali di sicurezza, concetti che considero profondamente permeati da un approccio geopolitico. 

L'idea di partire dalle diverse regioni del mondo e dalle loro caratteristiche geografiche per comprendere le dinamiche della globalizzazione appartiene pienamente a questa tradizione. Ma ho cercato anche di rendere il sapere geopolitico utilizzabile sul piano divulgativo, comprensibile e, mi spingo a dire, democratico. 

Penso infatti che un approccio scientificamente fondato, pur essendo soltanto uno dei possibili strumenti di interpretazione delle relazioni internazionali, possa contribuire a rendere più chiaro e accessibile il dibattito sulla politica estera”. 

C'è però un problema culturale più profondo. La geopolitica nasce in un'epoca segnata dall'imperialismo e ha avuto un rapporto controverso con gli autoritarismi. Oggi perfino la Commissione europea rivendica una propria identità geopolitica. È possibile costruire una geopolitica democratica?  

“È un problema molto importante. Uno dei libri più interessanti scritti in Italia sulla geopolitica è opera di un giurista che sostiene, con argomenti fondati, che la geopolitica sia essenzialmente una dottrina di politica estera degli autoritarismi. 

Secondo questa interpretazione, quando un regime autoritario si dota di una politica estera, quella diventa geopolitica. Le democrazie, invece, avrebbero una politica estera non geopolitica, o addirittura antigeopolitica. 

L'Unione Europea si è considerata per lungo tempo quasi la quintessenza di questa visione. Poi, nel 2019, Ursula von der Leyen ha presentato la propria Commissione come una Commissione geopolitica. 

Questo passaggio mette in evidenza una questione culturale fondamentale: la capacità delle democrazie di dotarsi di una politica estera geopolitica rimanendo democrazie”. 

Il confronto tra le diverse visioni di civiltà occupa un posto centrale nel libro. Gli Stati Uniti, la Cina, ma anche potenze come la Turchia e l'Iran cercano una legittimazione fondata sulla propria identità storica e culturale. Allo stesso tempo, vediamo moltiplicarsi accordi regionali, coalizioni temporanee e formati minilaterali, anche all'interno delle alleanze tradizionali. Che cosa resta del multilateralismo in un mondo nel quale ciascuno rivendica la propria idea di ordine?  

“Per anni ho utilizzato un criterio piuttosto severo negli esami universitari: se uno studente non era in grado di distinguere il multilateralismo dal multipolarismo, difficilmente superava l'esame. Insegnavo a tenere nettamente separate le due cose, perché si tratta di concetti diversi. Poi Xi Jinping, seguendo una posizione già espressa da Putin, ha cominciato a sostenere che per avere un vero multilateralismo fosse necessario andare verso un mondo multipolare. 

A quel punto mi sono chiesto: dovrei bocciare all'esame di relazioni internazionali anche Xi Jinping e Vladimir Putin, oppure dovrei mettere in discussione alcune delle mie convinzioni? 

Ho scelto la seconda strada. E sono arrivato alla conclusione che non possiamo pensare a un multilateralismo che funzioni soltanto in un mondo unipolare. 

Un mondo unipolare, infatti, è anche un mondo che può produrre guerra. Se il multilateralismo finisce per coincidere con l'egemonia di una grande superpotenza, pur presentandosi come un sistema fondato sul rispetto delle regole, prima o poi quell'egemonia verrà contestata. Kenneth Waltz, uno dei grandi studiosi delle relazioni internazionali, sosteneva che chi vuole un governo del mondo deve prepararsi alla Terza guerra mondiale. È una formulazione molto forte, ma mette in evidenza il problema di un potere che pretende di organizzare l'intero sistema internazionale. 

D'altra parte, non penso neppure che ci stiamo dirigendo verso un multipolarismo inteso come una riproduzione su scala globale del vecchio equilibrio di potenza europeo. A me sembra più utile pensare a un sistema stratificato, nel quale esistono grandi potenze, medie potenze e attori più piccoli, con capacità e funzioni differenti. 

Se andiamo in questa direzione, dobbiamo riconoscere che tra bilateralismo e multilateralismo esiste un continuum. Ci sono accordi bilaterali, forme di minilateralismo e momenti propriamente multilaterali. Questi ultimi non scompaiono necessariamente, anche se cambiano le condizioni nelle quali si sviluppano. 

Capisco la visione pessimistica di chi osserva le trasformazioni attuali. Siamo portati a vedere il bicchiere mezzo vuoto, anzi un bicchiere che continua a svuotarsi. Ogni nuova crisi sembra sottrarre qualcosa al multilateralismo che abbiamo conosciuto. Ma credo che possa arrivare un momento in cui guarderemo a questo stesso processo in maniera differente. Potremmo renderci conto che si è costruito un sistema di cooperazione più articolato, fatto di diversi livelli e forme di accordo. 

E penso che questo potrebbe rappresentare anche un'opportunità per l'Europa. L'Unione Europea è un attore particolare, uno strano Stato europeo, se vogliamo chiamarlo così. È un'unione di Stati membri, non uno Stato nazionale tradizionale. Proprio questa sua natura, che oggi appare spesso come un limite, potrebbe renderla un soggetto più adatto a intercettare le trasformazioni di un mondo sempre più complesso”. 

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