Mirandola, l’ultimo saluto a Pietro e Vincenza: il dolore del figlio Stefano e quell’applauso per ricordarli
MIRANDOLA – Ci sono dolori davanti ai quali anche le parole sembrano inutili. E allora rimangono il silenzio, i ricordi, un abbraccio. E un applauso. È stato questo il momento più intenso dei funerali di Pietro Casari e Vincenza Giannini, i due coniugi uccisi e decapitati nella loro abitazione di via Imperiale, ai quali Mirandola ha dato l'ultimo saluto mercoledì 28 ottobre, nel giorno del lutto cittadino. Un funerale segnato dalla commozione e da una domanda alla quale nessuno riesce a dare risposta: perché?
È proprio da questa domanda, da quel bisogno di capire che continua ad agitarsi dentro chi resta, che don Fabio Barbieri ha preso le mosse durante l'omelia. Non ha cercato spiegazioni per una tragedia che spiegazioni non ne ha. Ha parlato invece di speranza, di quella luce che si continua a cercare anche quando sembra che il buio abbia inghiottito tutto.
Il sacerdote ha richiamato il racconto evangelico delle donne che si recano al sepolcro di Gesù, preoccupate per la grande pietra che ne chiude l'ingresso. Una pietra che temono di non riuscire a spostare e che, invece, trovano già rimossa. È l'immagine scelta per parlare della speranza: la possibilità che qualcosa di buono possa ancora accadere, anche quando tutto sembra perduto.
Ma soprattutto don Fabio ha parlato dell'abbraccio. Quello che gli esseri umani possono offrirsi reciprocamente, anche attraverso i gesti più semplici, e quello che la fede immagina nell'incontro con Dio. A quell'abbraccio ha affidato Pietro e Vincenza, invitando chi rimane a non smettere di accogliere gli altri e di prendersene cura.
Poi ha chiesto silenzio. Non il silenzio imbarazzato di chi non sa cosa dire, ma quello necessario quando le parole non bastano più. Ha invitato i presenti a ricordare qualcosa di bello vissuto insieme a Pietro e Vincenza, un incontro, un momento condiviso, un piccolo episodio della vita quotidiana. Perché anche un ricordo, ha spiegato, può diventare una preghiera. Un modo per ringraziare di aver incontrato qualcuno e di aver condiviso con lui un pezzo della propria vita.
Prima di Stefano, a prendere la parola è stata una vicina di casa. Ha ricordato Pietro e Vincenza per quello che erano nella vita di tutti i giorni: due persone buone, generose, sempre disponibili verso gli altri. Parole semplici, ma capaci di restituire un'immagine dei due coniugi lontanissima da quella terribile che ha segnato gli ultimi giorni. Perché prima di diventare i protagonisti involontari di una tragedia, Pietro e Vincenza erano soprattutto questo: due vicini di casa, due persone conosciute e apprezzate, due presenze familiari nella vita di chi abitava accanto a loro. E nel ricordo di chi li ha conosciuti c'è tutto ciò che la violenza non può cancellare: la gentilezza, la generosità, il bene lasciato agli altri.
Poi è arrivato il momento di Stefano Casari, figlio di Pietro. Ed è stato il momento in cui il dolore è diventato ancora più intimo, più familiare. Un intervento che ha riportato tutti dalla dimensione della tragedia a quella della vita, quella vera, fatta di casa, famiglia, abitudini e piccoli gesti.
Stefano ha ricordato il padre e Vincenza attraverso immagini semplici, familiari. I tortellini, i vasetti d'olio, le attenzioni riservate agli altri. Frammenti di una quotidianità che, dopo una morte così violenta, acquistano un valore immenso. Perché Pietro e Vincenza non erano soltanto le vittime di un delitto che ha sconvolto Mirandola. Erano due persone con una storia, degli affetti, delle abitudini. Persone che avevano costruito rapporti, accolto gente nella propria casa, lasciato qualcosa nella vita di chi le aveva conosciute.
Nelle parole di Stefano è tornata anche l'immagine della pietra. Il peso insopportabile di quanto è accaduto, che grava su chi resta e che bisogna trovare la forza di spostare. Non per dimenticare, non per cancellare quello che è successo, ma per lasciare spazio al ricordo delle persone amate, senza che la violenza della loro morte finisca per occupare tutto.
È forse questo il passaggio più difficile, dopo un delitto tanto atroce: riuscire a ricordare Pietro e Vincenza per come hanno vissuto, e non soltanto per come sono morti.
E allora Stefano ha chiesto qualcosa che durante un funerale non è consueto. Ha chiesto un applauso. Un gesto collettivo, per rendere omaggio al padre e alla matrigna, per far sentire il calore e l'affetto di quanti avevano voluto loro bene.
Un modo per rompere il silenzio senza tradire il dolore. Perché un applauso, in un momento come questo, non è una festa. È un ringraziamento. È il tentativo di restituire, almeno per un istante, a due persone la dignità di una vita intera, dopo che la brutalità del delitto aveva rischiato di ridurre tutto all'orrore degli ultimi momenti.
Mirandola si è fermata per Pietro Casari e Vincenza Giannini. La città ha proclamato il lutto cittadino, con le bandiere a mezz'asta. Ma oggi non era il giorno delle indagini, delle accuse o delle ricostruzioni. Era il giorno degli affetti. Di chi resta e deve trovare il modo di continuare a vivere portando con sé un dolore che non si può misurare.
Don Fabio ha chiesto di riempire il silenzio con i ricordi. La vicina di casa ha ricordato la generosità di Pietro e Vincenza. Stefano ha chiesto di riempire quel silenzio con un applauso.
Tre modi diversi di dire la stessa cosa: Pietro e Vincenza sono stati molto più della tragedia che li ha portati via. E meritano di essere ricordati per la vita che hanno vissuto.
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