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15 Settembre 2026
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Sula, Campanella, Cecchettin, quante altre ancora? Giovanna Ferrari di UDI Modena: “Serve consapevolezza da parte maschile”

Di Sofia Fabbri

Giovanna Ferrari di Unione Donne Italiane Modena

Negli ultimi giorni, il tema femminicidio è tornato alla ribalta in ogni mezzo di comunicazione a cui siamo esposti. L'uccisione violenta, brutale, crudele di due giovani donne, Ilaria Sula e Sara Campanella, ci hanno lasciato con un sapore di amaro in bocca difficile da cancellare. E più dettagli cruenti escono, più la sensazione di stretta allo stomaco continua.

L'omicidio di donne in quanto donne, però, non è un fenomeno recente. E allora perché ne parliamo così tanto solamente in questi ultimi giorni, settimane, mesi? Come scriveva Dante nei primi anni del '300, incontrando all'Inferno i celebri amanti Paolo Malatesta e Francesca da Polenta fra i lussuriosi,

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende 
prese costui de la bella persona 
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, 
mi prese del costui piacer sì forte, 
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

E, ancora oggi, nel 2025, Dante si è dimostrato più femminista di molte realtà: per la prima volta, dà parola direttamente alla vittima di femminicidio. Francesca da Polenta, sposa di Gianciotto Malatesta, signore di Ravenna, racconta com'è stata uccisa proprio dal consorte, a causa del suo tradimento con il fratello Paolo. Il problema? Non siamo ancora riusciti a uscire dall'ottica dell'amore come giustificazione per l'uccisione di una donna.

A oggi, secondo l'Osservatorio femminicidi di La Repubblica, i femminicidi compiuti nel nostro Paese sono 11 nei primi quattro mesi del 2025. Undici donne, ammazzate in quanto appartenenti al genere femminile, da compagni, ex, mariti. Per non parlare delle violenze di ogni tipo sulle donne, difficilmente tracciabili, che hanno un sommerso a dir poco preoccupante.

Unione Donne Italiane Modena

Alla luce degli ultimi avvenimenti, le organizzazioni di attiviste e attivisti femministi/e hanno deciso di fare rumore. Nella Bassa, Non Una Di Meno ha invitato la cittadinanza a partecipare ai cortei contro la volenza di genere nelle grandi città, come Bologna, Roma e Milano, oltre a postare sui social pensieri e riflessioni sui casi Sula e Campanella. Anche le altre realtà femministe, come l'Arcigay e Unione Donne Italiane (UDI), hanno messo in atto una comunicazione di condanna dei fatti e di consapevolezza.

"Essere donna è vivere una vita sospesa, in continuo rischio. Alla donna non appartiene mai pienamente la sua vita, né il diritto di scegliere, fin dalla nascita", così Giovanna Ferrari di UDI Modena descrive la condizione di appartenere al genere femminile. "Già l'educazione predispone le donne ad avere dei limiti alla propria libertà individuale: con chi uscire, quando uscire, quali relazioni intraprendere, senza correre il rischio di trovarsi in situazioni pericolose".

Vittima secondaria, così la giustizia italiana chiama Giovanna Ferrari, di un femminicidio: sua figlia Giulia Galiotto è stata uccisa a 30 anni dal marito Marco Manzini nei pressi di Sassuolo, nel 2009. Da allora è attivista femminista e opera tutti i giorni per aumentare la consapevolezza dei retaggi patriarcali ancora saldamente presenti. "Una donna ha minor valore in società e può essere tollerata solamente se ricopre ruoli subordinati rispetto all'uomo: la cura, la maternità e il servizio", continua Ferrari. "Le leggi riguardo all'uguaglianza di genere ci sono, tra cui la Convenzione di Istanbul del 2012, ma non sono veramente applicate. Per questo siamo stati condannati dall'Europa per vittimizzazione secondaria e per i nostri stereotipi ancora misogini. La cultura patriarcale è così insita nel nostro modo di pensare e di vivere, che è molto difficile estirparla. L'emancipazione femminile viene vista come una prevaricazione sui diritti del maschio".

I femminicidi, per Ferrari, nascono proprio da questi concetti, dal fatto che l'uomo si senta privato "dei propri diritti, dei propri privilegi, sul corpo di una donna che è considerata solamente come oggetto, che si può buttare via una volta finita la sua utilità". Gli ultimi casi di Ilaria Sula, Sara Campanella, ma anche Giulia Cecchettin, hanno attratto molto l'opinione pubblica "per le vittime giovanissime, che spesso hanno subito un accanimento sul proprio corpo in quanto femminile, ma anche per la resa di coscienza della mancanza di rispetto e del disvalore del femminicidio". Molti altri, invece, non vengono considerati: la maggior parte delle vittime di femminicidio è ricoperta da donne anziane, uccise dai mariti, fatti passare dai media come "omicidi compassionevoli". Non è mai amore, mai sentimenti: "utilizzare questi termini significa giustificare il crimine e colpevolizzare la vittima in quanto donna".

Ilaria Sula e Sara Campanella, vittime degli ultimi casi di femminicidio italiani

"La caratteristica principale del femminicidio è che uno uccide, ma la collettività lo giustifica. Ma questo è solo la punta dell'iceberg: sotto il femminicidio, stanno le molestie, gli stupri, ma anche i commenti, il cat calling, la discriminazione, le offese, gli stereotipi, anche se non ce ne accorgiamo. Quindi, chi ha più potere culturale e informativo deve comunicare e far capire queste cose a tutti". Ma bisogna partire dalla più tenera età: "L'educazione fin dalle scuole è una delle chiavi per uscire da questa situazione: soprattutto in età adolescenziale, è necessario che docenti preparati sull'argomento guidino i ragazzi e le ragazze. Già dalle medie abbiamo riscontrato il fatto che la gelosia giustifichi insulti, litigi e limitazioni. Dobbiamo cercare di limitare la pornografia, soprattutto di un certo tipo, in quanto manca completamente il consenso e passa l'idea dell'uomo dominante sulla donna. Poi, dobbiamo smettere di difendere i nostri rampolli, anche se ci fa male. Ci vuole un'azione congiunta data dalla cultura della consapevolezza di tutti, partendo dal non giustificare questi gesti. Noi stessi, tutti noi, dobbiamo informarci e parlarne, soprattutto gli uomini, dato che manca loro la consapevolezza sul fatto che il loro pensare è frutto del patriarcato".

Giovanna Ferrari di Unione Donne Italiane Modena

Come accennato in precedenza, "gli stessi giudici devono formarsi su genere e rapporti fra generi: ormai c'è moltissima letteratura, fin dagli anni '70, dalla Seconda Ondata di femminismo internazionale. Il nostro Codice Penale proviene dal Codice Rocco, fascista e profondamente misogino, dove ancora la donna veniva considerata strumento maschile."

Per Ferrari, quello che manca per uscire da questa situazione è lo stigma quotidiano, perché il femminicidio è solo la punta della violenza, mentre la base è il sessismo di ogni giorno. "Lo sguardo maschile, il cat calling, il trattamento differenziato, la pressione sociale, l'essere fisicamente appetibile: sono tutti comportamenti che stanno a monte del femminicidio e che spesso viene agito anche dalle donne stesse, senza saperlo: non c'è ancora abbastanza consapevolezza, ma neanche sorellanza, né messa in discussione da parte degli uomini".

Ma cosa stanno facendo veramente le istituzioni e le associazioni? "Si cerca di lavorare nelle scuole. Tutte le associazioni femministe cercano di entrarci per lavorare sulla consapevolezza degli stereotipi di genere, fin da bambini, da ragazzini. A Modena stiamo svolgendo diversi laboratori con gli studenti proprio su questo. Stiamo cercando di formare insegnanti sui temi, ma anche sullo sviluppo di empatia, di educazione sentimentali e di gestione dell'emotività, così che possano passare questa conoscenza ai giovani e che possano individuare le discriminazioni fin da subito, facendo aumentare la consapevolezza di tutti sul ruolo femminile, da sempre subordinato al maschile".

Leggi anche: Presentato il report della Polizia sulla violenza contro le donne: in calo i femminicidi

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