ITINERARI CURIOSI | La piccola chiesina che non chiede attenzione, ma la merita tutta
di Francesca Monari
SAN FELICE SUL PANARO - C’è un punto, nella campagna tra San Felice sul Panaro e la frazione di Rivara, in cui la pianura sembra trattenere il respiro. Lì, all’incrocio tra via Villa Gardè e via Castellina, sorge una piccola chiesa di mattoni che non chiede attenzione, ma la merita tutta. È una di quelle architetture che non compaiono nelle guide, non hanno un nome altisonante, non promettono miracoli: semplicemente esistono, e nel farlo custodiscono un pezzo di memoria rurale.
La facciata è un piccolo gioiello di sobrietà: mattoni rossi, un frontone semplice, un piccolo oculo centrale e un cancello in ferro battuto che sembra disegnato a mano libera. Non c’è monumentalità, ma proporzione; non c’è ostentazione, ma cura. È la tipica estetica delle cappelle votive disseminate nella Bassa modenese, nate per devozione, per ringraziamento o per protezione dei campi e delle famiglie che li lavoravano.
La struttura, vista dall’esterno, porta i segni del tempo con una dignità che commuove: qualche mattone consumato, un po’ di umidità, la vegetazione che si avvicina rispettosa. Eppure, nulla appare abbandonato. È come se qualcuno, anche senza farsi vedere, continuasse a vegliare su questo luogo.
Quando il portone si apre, la chiesina rivela un interno che non ti aspetti. Le travi in legno, il pavimento semplice, le panche piccole e ravvicinate: tutto parla di intimità. L’altare, vestito da una tovaglia ricamata, ospita un crocifisso centrale e due candelieri. Alle pareti, una costellazione di immagini sacre: santi, Madonne, ex voto, stampe popolari. È un mosaico spontaneo, stratificato nel tempo, che racconta la fede quotidiana di chi qui ha cercato conforto.
Accanto all’altare, una statua della Madonna col Bambino, circondata da fiori freschi o finti ma comunque vivi nel gesto di chi li ha portati. È il dettaglio che più colpisce: questa cappella non è un reperto, è un luogo ancora amato.
Non ci sono targhe, non ci sono date, non ci sono storie ufficiali. Ma c’è tutto ciò che serve per capire: questa chiesina è un santuario di comunità. Un luogo di passaggio che diventa luogo di sosta. Una presenza discreta che accompagna la quotidianità della campagna. È facile immaginare mani che hanno acceso candele, lasciato fiori, sistemato le immagini sacre. È facile immaginare chi, tornando dai campi o passando in bicicletta, si sia fermato un momento davanti al cancello, solo per respirare un po’ di pace.
In un territorio che spesso corre veloce, questa piccola cappella ricorda che la bellezza non ha bisogno di grandezza. È un invito a riconoscere valore anche in ciò che non è “monumentale”. Perché la Bassa modenese è fatta così: di luoghi che non gridano, ma che restano.
Crediti_Francesca Monari
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