Diciannove anni senza Luciano Pavarotti: Modena ricorda il Maestro, mentre la famiglia difende la sua voce dalla politica
MODENA – Diciannove anni dopo, Modena torna a ricordare Luciano Pavarotti. Era il 6 settembre 2007 quando il Maestro morì nella sua casa modenese, a 71 anni. Quasi due decenni sono trascorsi, ma il rapporto tra il tenore e la sua città continua a essere fortissimo.
Questa mattina due ceste di girasoli, i fiori preferiti da Pavarotti, sono state deposte sulla sua tomba nel cimitero di Montale Rangone. A rendere omaggio al Maestro sono stati il sindaco di Modena Massimo Mezzetti e quello di Castelnuovo Rangone Massimo Paradisi. Alla breve cerimonia erano presenti anche la figlia Cristina, altri parenti e amici e il parroco di Montale, don Andrea Gianelli, che ha impartito la benedizione.
«La sua voce risuona innanzitutto nei nostri cuori perché il legame di Modena con Pavarotti è indissolubile», ha ricordato Mezzetti, anticipando che il prossimo anno, in occasione del ventesimo anniversario della scomparsa, il ricordo avrà un carattere ancora più particolare.
Prima di raggiungere Montale, il sindaco aveva partecipato alla messa celebrata in memoria del tenore nella chiesa di San Faustino a Modena.
Oltre 500 persone a Comacchio per ricordare Pavarotti
Il ricordo del Maestro, però, non si è fermato a Modena. Proprio alla vigilia dell'anniversario, sabato 5 settembre, oltre 500 persone hanno riempito la piazzetta dei Trepponti a Comacchio per “Tutto nel mondo è burla”, concerto promosso dalla Fondazione Luciano Pavarotti e andato completamente esaurito.
Sul palco il tenore Giuseppe Infantino, il soprano Eva Maccaggi e il baritono Antimo Dell'Omo, accompagnati dall'ensemble strumentale della Fondazione. Una serata dedicata soprattutto al versante più ironico e gioioso dell'opera, attraverso musiche di Mozart, Rossini, Donizetti, Offenbach e Verdi. Il ricavato dell'iniziativa sarà devoluto all'associazione Giulia di Ferrara.
A Comacchio c'era anche Nicoletta Mantovani, presidente della Fondazione Pavarotti, che ha ricordato proprio la capacità del Maestro di divertirsi, raccontare barzellette e trasmettere agli altri la propria gioia di vivere.
Una memoria, dunque, ancora vivissima e capace di richiamare centinaia di persone anche lontano da Modena.
La polemica con Vannacci proprio alla vigilia dell'anniversario
Ma quest'anno il 6 settembre arriva anche a poche ore da una polemica che ha coinvolto direttamente il nome e soprattutto la voce di Pavarotti.
Nei giorni scorsi l'europarlamentare Roberto Vannacci ha pubblicato sui propri canali social un video realizzato con l'intelligenza artificiale in risposta alle accuse del Financial Times, che lo aveva definito un “cavallo di Troia” di Mosca in Italia.
Nella clip Vannacci appare circondato da persone che gli puntano contro delle pistole. A fare da colonna sonora è proprio la voce di Pavarotti nel celeberrimo “Nessun dorma” dalla Turandot di Puccini, fino al “Vincerò” finale. Il filmato si conclude poi con Vannacci che pronuncia “Me ne frego”.
L'accostamento non è piaciuto affatto alla famiglia del tenore.
Gli eredi hanno fatto sapere di non avere mai concesso alcuna autorizzazione all'utilizzo della voce, del nome o dell'identità di Luciano Pavarotti e hanno preso le distanze dall'operazione, dissociandosi fermamente da qualsiasi associazione della figura del Maestro a messaggi o iniziative di carattere politico.
Una precisazione che assume un significato ancora più forte proprio nel giorno in cui Modena torna a raccogliersi attorno alla tomba del suo cittadino più conosciuto nel mondo.
Perché quella voce, diventata inconfondibile ben oltre i confini della lirica, continua inevitabilmente a esercitare un'enorme forza simbolica. “Nessun dorma” e quel “Vincerò” sono ormai indissolubilmente legati a Pavarotti, fino a diventarne quasi una firma sonora: non a caso fu proprio quell'aria una delle immagini musicali più potenti della sua carriera internazionale.
Pavarotti morì all'alba del 6 settembre 2007. Era nato a Modena il 12 ottobre 1935 e, partendo dalla sua città, era riuscito a portare l'opera nei più grandi teatri del mondo e poi fuori dai suoi confini tradizionali, conquistando un pubblico molto più vasto di quello della lirica.
Diciannove anni dopo, la voce resta. Nei girasoli deposti a Montale, nei cinquecento spettatori riuniti a Comacchio, nei giovani cantanti che la Fondazione continua a sostenere. E anche nella scelta della famiglia di tracciare un confine netto quando quella voce viene utilizzata per finalità che nulla hanno a che vedere con la sua eredità artistica.
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