Basta prediche sull’auto: la Bassa ha diritto a un trasporto pubblico che funzioni – L’EDITORIALE
Di Antonella Cardone, direttrice
Provateci voi. Provate ad aspettare un autobus nella nebbia di gennaio, con il freddo che entra nelle scarpe e una visita medica da raggiungere. Oppure sotto il sole di luglio, con le borse della spesa, senza ombra e senza un posto dove sedersi. Fatelo a settant’anni, con un ginocchio che fa male. Poi tornate a raccontarci quanto sia importante lasciare a casa l’automobile.
Nella Bassa modenese la macchina è diventata un obbligo che ci ostiniamo a chiamare libertà. Bisogna comprarla, assicurarla, mantenerla, trovare i soldi per il carburante e, possibilmente, averne una per ogni adulto della famiglia. Poi arrivano le raccomandazioni: usatela meno, inquinate meno, cambiate abitudini. Benissimo. Adesso qualcuno abbia la cortesia di spiegarci come.
La nostra indagine sul trasporto pubblico parte dalla vita di chi deve andare al lavoro, raggiungere una stazione, presentarsi a una visita, trovare un parente. Di chi non guida, di chi non può permettersi un’automobile, di chi non la vuole. E di chi ne avrebbe bisogno soltanto ogni tanto, ma finisce per mantenerla tutto l’anno perché senza non riesce a organizzare la propria esistenza. Sono cittadini che hanno diritto di muoversi. Anche dopo il diploma: il territorio non chiude quando suona l’ultima campanella.
Gli autobus ci sono. Ma la domanda è se permettano di vivere senza dipendere comunque dalla macchina. Chi termina il lavoro alle 17 a Finale e vuole raggiungere Mirandola con il diretto 430 deve aspettare le 19:20: due ore e 20 minuti prima ancora di partire. Arriva al terminal alle 19:58, quando i collegamenti verso la stazione delle linee 401 e 491 esaminati sono già terminati. Ha raggiunto Mirandola, ma non il treno. Per arrivare prima deve cercare un percorso con cambi.
Nella direzione opposta, le ultime due partenze dirette del 430 da Mirandola verso Finale sono alle 17:30 e alle 20:15. In mezzo ci sono due ore e 45 minuti. Provate a collocare dentro quel vuoto un turno, una visita che si prolunga, un familiare da assistere. Poi immaginate di aspettare senza riparo o seduti sul bordo di un marciapiede, perché una panchina non c’è.
Anche le fermate raccontano quanto consideriamo importanti le persone che le utilizzano. Le pensiline martoriate dai vandali vanno riparate e protette; dove mancano ripari e sedute, bisogna metterli. Una panchina può fare la differenza tra una fermata utilizzabile e una che una persona anziana evita. Lasciare una struttura danneggiata significa far scontare agli utenti la pena per ciò che ha fatto qualcun altro.
E c’è la sicurezza. I racconti di ragazzi e ragazze che hanno subito rapine, molestie e aggressioni di tipo sessuale devono pesare nelle scelte di chi amministra. Chi prende un autobus ha diritto a viaggiare e ad aspettarlo senza paura. Servono illuminazione, manutenzione, presidi e risposte tempestive alle segnalazioni. Se una famiglia accompagna un figlio in macchina perché teme per la sua incolumità, quella paura viene prima della prossima lezione sul traffico.
Il capoluogo, intanto, continua a essere il luogo verso cui bisogna spostarsi per lavoro, servizi, cure e appuntamenti. Da Finale l’annuale ordinario per Modena costa 512 euro; la corsa 400 delle 17:30 arriva all’autostazione alle 18:55, un’ora e 25 minuti dopo. Ci sono corse più rapide, ma bisogna poterle prendere. E nelle linee dirette 400 e 410 esaminate l’ultima partenza da Modena verso Finale è alle 19:15. Chi finisce di lavorare alle otto di sera deve organizzarsi diversamente.
Per Bologna, sommando gli annuali ordinari del bus fino a San Felice e del treno, si arriva a 819 euro: 282 euro in più rispetto al solo abbonamento ferroviario di chi parte già da San Felice. Il diretto TPER costa meno, 530 euro l’anno, ma dal lunedì al venerdì offre una sola coppia di corse dirette: partenza da Finale alle 6:03, ritorno da Bologna alle 17:25. Il risparmio esiste, purché il lavoro combaci con l’autobus.
Sono esempi degli orari programmati e dei listini consultati all’inizio di ottobre. Il disagio, in questi casi, è già scritto nell’offerta disponibile, prima ancora di qualsiasi ritardo. Non basta avere una corsa nell’orario: deve permettere di arrivare quando serve e di tornare quando si è finito.
Quando gli incastri falliscono, la soluzione è sempre quella: prendi la macchina. Vai a ingolfare la Canaletto o la Panaria, aggiungi un altro veicolo alla coda, cerca parcheggio, paga. Poi ascolta l’appello successivo contro il traffico e l’inquinamento. È una contraddizione che dovrebbe imbarazzare chi governa.
Viviamo in una regione che interviene sulla circolazione, sul riscaldamento, sugli impianti a legna e pellet, sulle combustioni all’aperto. Persino il barbecue entra nel dibattito sulle ordinanze. La qualità dell’aria richiede provvedimenti seri: la respiriamo tutti, e a pagarne le conseguenze sono anche i nostri figli. Proprio per questo è intollerabile chiedere meno automobili senza rendere possibile una vita con meno automobili.
Chi deve essere al lavoro non può rispondere che oggi ha deciso di tutelare l’ambiente restando a casa. Chi ha una visita non può spostarla secondo l’orario dell’autobus. Si finisce così a pagare il trasporto pubblico e a mantenere comunque l’auto per coprirne i vuoti. Due spese, senza avere ottenuto la libertà di scegliere.
Eppure un’altra organizzazione degli spostamenti, qui, è esistita. La ferrovia Modena–Mirandola, con la diramazione da Cavezzo verso San Felice e Finale, fu soppressa nel 1964. Fu una scelta precisa, fatta in un’altra epoca. Oggi sono cambiati gli insediamenti, i luoghi di lavoro, le necessità di viaggio e gli obiettivi ambientali. Quella scelta merita di essere ripensata.
Regione ed enti del territorio mettano sul tavolo uno studio serio per un collegamento rapido tra la Bassa e Modena, valutando anche il ferro: domanda, tracciati, costi, tempi, interscambi. Presentino risultati pubblici e discutibili. La fattibilità va dimostrata, ma anche continuare così richiede una spiegazione. Le ore perse, le auto aggiuntive e le rinunce dei cittadini hanno un costo, anche quando non compaiono nei bilanci del servizio.
Nel frattempo servono corse compatibili con i turni, coincidenze con i treni, rientri, fermate accessibili e sicure. Regione, enti locali, agenzie della mobilità e gestori rispondano ciascuno della propria parte, senza spedire il cittadino da un ufficio all’altro finché si stanca.
Noi ci siamo già stancati. Paghiamo le tasse come gli altri, abbiamo gli stessi doveri ambientali e lo stesso bisogno di muoverci. Vivere fuori dal capoluogo non può significare essere obbligati a possedere un’automobile per lavorare, curarsi e mantenere le proprie relazioni. Non è giusto e non ce lo meritiamo.
Chi ci chiede di lasciare l’auto cominci a garantirci che possiamo arrivare a destinazione e tornare a casa. Con collegamenti che reggano alla prova di una giornata vera. Il prossimo incontro sulla mobilità sostenibile si faccia alla fermata, magari in piedi, sotto la pioggia: aiuterebbe a scegliere meglio le priorità.

Immagine illustrativa generata con IA; ritratto della direttrice.
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