Strade, sguardi e seconde possibilità: il coraggio educativo che parte dal basso
Tramite una nota stampa, Roberto Ganzerli, presidente della Cooperativa Sociale La Zerla, interviene nel dibattito in corso sul tema relativo disagio giovanile:
"Si fa presto a etichettare un’intera generazione. A chiamarla irrequieta, violenta, persa, senza bussola. È un esercizio comodo che si consuma dietro una scrivania, alimentato dai numeri freddi dei report e dall’allarme sociale settimanale dei titoli di giornale. Ma la realtà, quella che si respira la sera nei vicoli, nelle piazze e ai margini dei comuni, è un’altra cosa. È fatta di carne, di silenzi pesanti, di sguardi bassi e di una solitudine profonda che spesso urla attraverso la rabbia. È qui che opera la nostra cooperativa sociale La Zerla, all’interno di una serie di progetti sul disagio giovanile che si svolgono nella bassa modenese e nel basso mantovano. Ma questo non è un articolo di bilanci o di statistiche. I numeri servono a rendicontare, è vero, ma dicono pochissimo alle persone. Non raccontano il brivido della prima stretta di mano, la fatica di guadagnarsi la fiducia di chi dal mondo ha imparato solo a difendersi, o il valore inestimabile di un ragazzo che, dopo mesi di porte in faccia, decide di fermarsi a parlare.
Gli operatori che scendono in strada non sono eroi con mantelli invisibili. Sono educatori formati, professionisti preparati che hanno scelto di mettersi in gioco in punta di piedi, con un'umiltà radicale e una determinazione granitica. Sanno che non sarà facile, a volte sanno che può essere persino pericoloso. Eppure, ci vanno. Vanno con i ragazzi, non sopra di loro. Stanno lì, in mezzo alla strada, perché sanno che nessuno, nessuno, deve essere abbandonato. Tutti hanno diritto a una seconda possibilità. Anzi, spesso, a quella che per loro è la prima. Perché si parla tanto di doveri, e giustamente: i ragazzi hanno il dovere di rispettare l'altro, le regole, la comunità. Ma il rispetto non si impone con i decreti o con la morale a distanza; il rispetto si impara se qualcuno ti dà un esempio vivo, una testimonianza credibile a cui ispirarti. Chi sceglie di stare dalla parte di chi non si indigna ma si rimbocca le maniche sa bene che il lavoro educativo è un atto di prossimità pura. Non ci sono manuali rigidi o soluzioni calate dall'alto: c'è l'ascolto vero, quello che non giudica e non pretende di catechizzare. È così, mattone dopo mattone, che rinasce il senso di comunità.Tuttavia, da sola, una cooperativa sociale non ce la può fare. Serve uno sguardo corale e pubblico. Servono risorse e mezzi, certo, ma serve soprattutto la consapevolezza che chi lavora sul campo ha bisogno dell'appoggio incondizionato della politica e delle istituzioni, di una fattiva e intelligente collaborazione con le forze dell'ordine per fare vera prevenzione. Perché l'inclusione, l'integrazione e il dare speranza concreta ai più fragili non sono soltanto un nobile dovere etico e morale: sono una scelta lungimirante di sicurezza e di economia sociale. Se stanno bene gli ultimi, il welfare costa meno e la strada diventa un luogo di vita e non di scontro; gli interventi repressivi, di riflesso, si riducono perché si è scelto di investire prima, alla radice. Questo è un pezzo piccolo, lo sappiamo. Forse non basterà a scardinare d'un colpo le inerzie di un sistema, ma se riuscirà ad accendere una sola scintilla, a ispirare anche solo un amministratore, un cittadino o un lettore distratto, ne sarà valsa la pena alla grande. Perché quando arrivi in mezzo ai ragazzi c'è diffidenza, è inevitabile. Ma poi, negli occhi di quasi tutti loro, si accende una luce: la consapevolezza silenziosa che finalmente qualcuno li sta ascoltando per quello che sono, senza etichette e senza secondi fini. Un ragazzo salvato oggi non è un'emergenza in meno, è una comunità intera che torna a vivere".
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