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28 Gennaio 2022

Elettricità italiana, la più cara d’Europa: per le piccole imprese costi e imposte più alti

Energia “italiana” sempre più cara rispetto agli altri Paesi europei e Pmi sempre più penalizzate rispetto alle industrie di grandi dimensioni. È quanto emerge da un’analisi realizzata dall’Ufficio Studi di CNA che, analizzando i consumi di costi relativi al 2019, ha evidenziato come le imprese italiane abbiano sopportato un costo dell’energia elettrica superiore del 36% rispetto alla media dei partner comunitari, ben 20 punti in rispetto all’anno precedente, il 2018, quando il differenziale era pari al 17%. 

La dinamica riflette l’andamento diverso dei prezzi. Nella media comunitaria il rincaro della bolletta 2019 è stato di appena l’1%, mentre in Italia ha sfiorato il 20%. Si tratta di un evidente svantaggio competitivo che va a sommarsi agli oneri impropri generati da fisco, costo lavoro e burocrazia. 

Il confronto con il resto dell’Europa diventa impietoso prendendo a riferimento la classe di consumo fino a 20 MWh dove si concentrano artigiani e microimprese. Per queste ultime l’energia elettrica costa il 54,3% in più rispetto alla media dell’UE e in appena un anno il prezzo per KW/h è schizzato del 35,8%, (da 22,6 a 31,1 centesimi) mentre la media europea mostra un incremento del 6,7% (vedi grafico).

I dati sull’Osservatorio Energia 2020 elaborati dal Centro Studi della CNA evidenziano chele imprese italiane sono doppiamente svantaggiate rispetto ai competitor europei. Da un lato sopportano il prezzo della componente energia più alto e dall’altro sono gravate da un prelievo fiscale in bolletta completamente sproporzionato e che l’anno scorso è lievitato rispetto al 2018. I più penalizzati sono gli artigiani e microimprese, che non solo pagano i prezzi maggiori su tutte le componenti della bolletta elettrica (energia, rete di distribuzione, oneri e imposte) rispetto alle grandi, devono sopportare una bolletta mal strutturata. Basti pensare che le voci rete di distribuzione e oneri e imposte pesano per oltre il 50% del prezzo finale.

A titolo di esempio le microimprese pagano la componente energia 11,1 centesimi, il 38,7% in più delle imprese cosiddette energivore (che hanno consumi tra 75mila e 150mila MW/h) mentre l’onere per la rete di distribuzione è sette volte più elevato rispetto alle grandi. Il risultato è che per le piccole imprese la componente energia incide soltanto per poco più di un terzo sul prezzo finale (circa il 35%) mentre per le energivore rappresenta il 74%. Lo struttura fortemente sbilanciata della bolletta comporta che artigiani e microimprese sostengono oltre un terzo degli oneri generali di sistema che l’anno scorso sono ammontati a 15 miliardi pur in presenza di consumi contenuti. Le grandi imprese connesse in alta e altissima tensione hanno contribuito soltanto per 1,7 miliardi di euro.

“Se si volessero davvero fare degli interventi a sostegno delle piccole imprese – chiosa Claudio Medici, presidente provinciale di CNA, basterebbe cominciare a rendere più equa la bolletta energetica. Ma tra il dire e il fare, in politica, in mezzo c’è la volontà. Che spesso manca”.

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