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Donne, mamme & lavoro, la storia di Emanuela Goldoni di Quarantoli

L’esperta di risorse umane di Mirandola Francesca Monari ci porta a conoscere quattro storie di altrettante donne che sono mamme e lavoratrici. 
Oggi intervisterò Emanuela Goldoni, 37 anni, di Quarantoli (e ci tiene a precisarlo), ma residente a Milano. Laureata in Comunicazione per l’impresa e le organizzazioni internazionali, con un Master in Marketing, comunicazione e nuove professioni digitali, ha una grande passione per la scrittura. Ha un figlio di 9 mesi, che si chiama Iacopo. L’obiettivo di Emanuela era quello di realizzarsi nel lavoro e per fare ciò si è trasferita a Milano, dove attualmente lavora nel team di Corporate Digital Communication&Corporate Identity come Project manager per una importante azienda del settore Assicurazioni, occupandosi di progetti di comunicazione di Personal branding e di Employer Branding.
Perseverando, dopo tante cadute e ricadute, ce l’ha fatta!
“Nella tua carriera, come hai affrontato la scelta della maternità e l’essere madre?”
Appartengo a quella categoria di donne per le quali la maternità non è una esperienza totalizzante. Il
mio lavoro è importante, così come lo sono mio figlio e mio marito.
Mi piace quello che faccio e non penso che la mia condizione di mamma sia un limite, né per me,
né per l’azienda per cui lavoro. Anzi, da noi ci sono diverse iniziative che promuovono la cultura
della genitorialità e che supportano mamma e papà con percorsi formativi dedicati. Questa
sensibilità verso la famiglia, i bambini e in particolare i ruoli di genitore contribuisce a farmi sentire
a mio agio e mai in difetto. Sono sempre io, con la mia professionalità e con un plus: sono mamma.
Ma non per questo mi sento speciale, rispetto a chi non è genitore. È solo una esperienza in più, che
può aiutarmi anche nel lavoro.
“Come hai raggiunto il giusto equilibrio tra famiglia e lavoro?”
Sono diventata mamma in piena pandemia. La mia azienda si è attivata sin da subito per applicare il
modello di smart working o remote working, come soluzione principale. Sono rientrata in “ufficio”
dopo 8 mesi di maternità, lavorando da casa: io in una stanza, mio marito in un’altra. Chiaramente
l’emergenza sanitaria ha avuto un impatto nella dimensione spaziale delle famiglie, obbligandoci a
ripensare tutti i pieni di gestione domestica e famigliare. I nonni ci stanno aiutando molto con
Iacopo. Non è semplice gestire questo nuovo riassetto domestico, ma non ci pesa.
“Essere una mamma lavoratrice quanto è impegnativo e quanto appagante?”
Lavorare e ‘fare la mamma’ è decisamente molto impegnativo, perché si aggiunge una complessità
giornaliera. Mi è capitato di allattare durante una call, perché Iacopo proprio non ne voleva saperne
di calmarsi. L’ho trovato il gesto più naturale che potessi fare. Eppure, da quando sono mamma e
lavoro mi sento ancora più motivata e mi sembra di avere più energia.
“A casa tua esiste una ripartizione paritaria di tutti gli impegni con il papà?”
Io e mio marito abbiamo imparato a capirci, a sostenerci e soprattutto ad organizzarci. Abbiamo
imparato a cambiare i pannolini o a fare il bagnetto a Iacopo. Ci siamo distribuiti i carichi in
maniera equa. Chi lava i piatti, fa il bagnetto al bambino, ad esempio. In generale, l’idea è che
preferiamo essere entrambi autonomi e intercambiabili nella “cura” del piccolo.
“Su chi altro fate affidamento?” Sui nonni. E sugli zii.
“Cosa ti ha insegnato la maternità?”
Non so bene se sia l’istinto di sopravvivenza o un mio ‘scatto di crescita’ ma l’essere mamma sta
rivelando lati di me che credevo non facessero parte della mia natura. Sto diventando paziente,
molto. Sto imparando a fidarmi degli altri e di conseguenza a “cedere il controllo” e a non cadere
nella trappola del micromanagement. Ciò che conta è l’obiettivo, non la velocità con cui si
apprende. Sto imparando ad ascoltare e a sintonizzarmi sui bisogni altrui e al contempo ad alzare la
mano, quando sono io ad aver bisogno d’aiuto o ad essere in difficoltà. E ancora, ho cominciato a
osservare le cose, quando bisogna osservarle e a guardarle, quando occorre guardarle.
Ho imparato a verbalizzare le mie emozioni e a filtrarle, per governare le ansie e non trasmetterle
alle persone che mi sono intorno.
Infine, la maternità mi ha insegnato una grande verità: non è il tempo a mancarmi. In fondo è
sempre stato quello. Quello che cambia è la percezione che abbiamo nei confronti di ciò che è
prioritario, urgente o semplicemente importante in relazione al tempo che abbiamo a disposizione.
E una mamma e un papà, qualsiasi mestiere facciano, sanno quando le cose diventano prioritarie,
urgenti o semplicemente importanti.
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