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20 Ottobre 2026
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Scuola, “ecco perché il sistema non funziona”: diario di Sandy studentessa con autismo

(Adnkronos) - "Ho sempre pensato di funzionare in modo diverso rispetto ai miei coetanei: sogni diversi, interessi diversi, insomma tutto". "Comunque: fatto il test, diagnosi certificata. Ho un modo particolare di approcciarmi alla vita sociale. Unico problema, molta gente (la maggior parte, se non tutta) ha capito che ciò significa: 'Non capisce niente'. Il motivo? Dopo 5 anni devo ancora capirlo. Mi chiamo Sandy, e questa è la mia storia a scuola: il posto che si dice sia il più inclusivo". Per 5 anni, durante gli intervalli, Sandy (nome di fantasia) ha preso un quaderno e annotato i suoi pensieri. Il risultato è un diario lucido della sua esperienza fra i banchi. Il diario di una ragazza adolescente con sindrome di Asperger, oggi 18enne al termine del suo ciclo di studi alle superiori, che è rimasta delusa dal percorso che la scuola le ha offerto. A suo avviso non un supporto 'su misura' per quel funzionamento differente, per valorizzare il suo potenziale e permetterle di spiccare il volo, ma un servizio che non ha centrato l'obiettivo, o non le ha reso più facili le cose, magari pur restando nello standard di quanto previsto sulla carta dalla legge.  E se non fosse un singolo caso? Sandy ha scelto di rendere pubblico - attraverso l'Adnkronos Salute - il racconto delle difficoltà che ha incontrato, perché la sua speranza è che possa far riflettere le istituzioni e che magari contribuisca ad evitare che anche altre ragazze e ragazzi come lei possano trovarsi a vivere gli stessi problemi. La mamma di Sandy, pur conoscendo le criticità vissute dalla ragazza, racconta che leggere quelle pagine "è stato un pugno nello stomaco". Sul tema del sostegno e dell'inclusione si esprime la politica a tutti i livelli, nazionale e regionale. I docenti di sostegno possono farsi sentire. Le associazioni di categoria, i sindacati, gli esperti dicono la propria. Rare sono invece le testimonianze dirette di chi è il reale destinatario dei servizi. Sandy è una voce, un faro su un mondo sconosciuto e inaccessibile. Teatro dei suoi ultimi 5 anni: un istituto scolastico del Nord Italia.  Prima di iniziare il racconto, una premessa: "Nel mio percorso - tiene a sottolineare - ho incontrato insegnanti che sono stati dei ganci importanti. E va ringraziato chi ce la mette tutta anche in modo personale, anche senza la giusta formazione. Insomma, è un sistema da smontare e aggiustare, ma va riconosciuto il valore di questi sforzi". Sandy arriva in prima superiore che le è "già stato assegnato un prof di sostegno: bello no?", inizia il diario. "Sono entrata in classe e come tutti mi sono scelta il mio posto: ultima fila, secondo banco. Perfetto - commenta - Abbastanza vicina da poter seguire le lezioni, non troppo da stare attaccata ai prof. Dopo due settimane arriva il 'mio' sostegno: tutto perfetto se non fosse che mi sta addosso. In mezzo minuto mi ritrovo in prima fila. Adesso ha anche messo la sua sedia davanti al mio banco, non posso avere un minuto libero". E Sandy comincia a porsi domande: "Perché devo seguire le sue lezioni di matematica durante l'ora di italiano? Perché devo portare le matite colorate? Perché ogni volta che il prof. spiega un argomento nuovo, lui me lo deve rispiegare all'infinito convinto che non abbia capito? Mi sento trattata come una stupida. Tutto il mio materiale di scuola me lo prepara lui, senza un minimo mio coinvolgimento".   Ed è così, continua Sandy, che "ho cominciato a vivere male la scuola: a me che piaceva tanto, a me che ogni argomento interessava sempre tantissimo, a me che volevo diventare insegnante". Le ore fra i banchi diventano "ore passate a fare il conto alla rovescia". "E' passato quasi un anno - scrive Sandy in un altro passaggio del suo diario - e io, che già facevo tanta difficoltà a socializzare, conoscevo a malapena il nome dei miei compagni perché o ero fuori dalla classe oppure il prof di sostegno mi intratteneva con le sue lezioni" e "talmente tante erano le volte che me le rispiegava". "Guardo i miei compagni e mi si stringe il cuore: loro hanno già fatto amicizia e io nell'angolino con il prof".  Poi "arriva il peggio: tutti in Dad". Inizia il capitolo che Sandy battezza 'L'incubo'. Sono i tempi del Covid. "I Dsa hanno diritto ad andare in presenza e io accetto perché mi agevola sentire la spiegazione così". Ma questo non succede. L'insegnante di sostegno, dice la ragazza, "mi porta in una classe diversa dalla mia e mi spiega le cose che, secondo la sua logica, ancora fatico a comprendere". Sandy in realtà vorrebbe più fiducia, potersi sentire come gli altri studenti, provare a cimentarsi con le stesse sfide. Soffre la situazione: "Piangevo, mi svegliavo la notte", ricorda. "Tutto quello che ricevevo in cambio era: 'Sandy quando la vuoi fare l'interrogazione di Storia?'. Nessuno si accorgeva di niente o facevano tutti finta?". Poi il virus allenta la morsa. "Tornati a scuola anche i miei compagni, credevo sarebbe migliorata la situazione, ma peggiorava sempre di più". Quella presenza che avrebbe potuto essere un supporto per sfruttare al massimo le occasioni formative e per integrare Sandy, rischia di farla sentire più isolata. Questa è la visione della studentessa. E decide di parlarne con i genitori, spera in un cambio, ma è tardi. Il nuovo anno scolastico arriva. "Mi faccio furba - scrive Sandy - I miei compagni hanno tutti legato, sono rimasta l'unica fuori, quindi decido di mettermi esattamente al centro della classe per due motivi: il primo è che dovunque mi sarei girata ci sarebbe stato un mio compagno con cui poter magari interagire nei momenti di svago, il secondo è che speravo di aver respiro". Il piano non va in porto. "'Sandy li hai fatti i compiti per le vacanze? Magari li riguardiamo insieme, così ti spiego meglio'. Come glielo dico che vorrei seguire almeno una volta la stessa lezione dei miei compagni. Comincio a lottare per i miei diritti: tiro il banco indietro e lui, quando ritorna, lo rimette avanti. Una sorta di tiro alla fune. Comunque alla fine ho vinto: sono in prima fila, ma non 'nella cattedra'".   E poi la svolta. "Scrivo ai miei. Volevo un prof che mi aiutasse, non un badante. In terza superiore mi viene tolto". Al suo posto ne arriva un altro che "si avvicina a me per la prima volta dopo due settimane, a distanza alunno-professore: non mi sembrava vero. Avevo il mio tempo, seguivo tutte le lezioni e facevo anche l'intervallo". Ma gli anni passati isolata hanno lasciato un segno: "Al primo intervallo libero ognuno andava dal suo gruppo di amici. Io mi sentivo spaesata. Era come se fossi arrivata in questa classe al terzo anno". Con fatica e un po' di aiuto, però, Sandy riesce a integrarsi. "Stupendo", commenta, sentirsi "accolta" in un gruppo di compagni che come lei "erano appassionati di teatro". Restava solo la sensazione di essere trattata in modo diverso. "Al quarto anno, pensavo che le cose fossero cambiate, ma continuavano ad abbassarsi alla mia altezza e a sorridermi come se dovessero parlare a una bambina di 6 anni". Ma adesso "c'era anche l'educatore a lottare dalla mia parte. Qualcosa si è smosso, ma molto poco". L'anno dopo nuova crisi: "Il mio gruppo mi aveva esclusa: ognuno si era organizzato con qualcuno e non mi avevano coinvolta". "Oltre al mio educatore e al mio insegnante di sostegno, non era rimasto più nessuno con cui stare. Ho ricominciato a stare male". Anche cambiare banco non funziona. "Ho passato un trimestre da incubo (e non per verifiche ed interrogazioni) - ricorda - ma ho continuato ad andare avanti perché ci tengo alla scuola. L'ultimo giorno prima delle vacanze di Natale prendo il telefono (l'unica distrazione che mi era rimasta) e vedo un messaggio dal gruppo di classe. Lo apro: c'era una foto, una foto di Natale, una foto di classe. C'erano tutti, anche il prof di quell'ora. Quando l'avevano fatta? Poi l'illuminazione: mentre io ero da tutt'altra parte a fare un'interrogazione. Possibile che nessuno si era accorto che mancavo?". Finite le vacanze, "sono tornata. Avevo perso mia nonna e stavo male, i miei compagni (quelli con cui stavo una volta) mi son venuti incontro. Non capivo, ma ero sollevata". Solo che "il giorno dopo era tornato tutto come prima e io ero di nuovo sola". "Son passati giorni, settimane, mesi, ma la situazione è sempre la stessa: io che vengo esclusa. In tutti questi anni ho capito che son 'troppo disabile' per stare in questo mondo come tutti gli altri, che per capire un argomento ci metto 2 anni, che non sono in grado di tornare a casa da sola perché ho un compagno che viene sempre con me e deve stare attento a tenermi d'occhio, ho capito che non sono fatta per stare con gli altri perché tanto ci sarà sempre qualcuno che farà finta che non esista 'a causa del mio comportamento'. Ma chi veramente non ha capito non sono io. La verità è che la gente si ferma al nome della mia diagnosi senza capire cosa significhi e senza la volontà di capire come e chi sono. Disabilità significa avere un modo diverso di funzionare, non significa 'non funzionare'". [email protected] (Web Info)

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