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07 Agosto 2026
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Carpi, celebrazione di chiusura del Giubileo della Speranza e ricordo del martirio del Beato Focherini

CARPI - Domenica 28 dicembre, in Cattedrale, il vescovo di Carpi mons. Erio Castellucci ha presieduto la solenne concelebrazione eucaristica per la chiusura del Giubileo della Speranza. Nel corso della celebrazione è stato ricordato l’81° anniversario del martirio di Odoardo Focherini, avvenuto il 27 dicembre 1944 nel campo di lavoro di Hersbruck in Germania, e al termine il vescovo Erio ha sostato in preghiera davanti al nuovo altare dove è stata collocata la reliquia del Beato.

Nell’omelia, mons. Castellucci, nel commentare il Vangelo che narra della fuga in Egitto e poi il ritorno a Nazareth della Santa Famiglia, ha ricordato che “Purtroppo la storia si ripete: profughi e sfollati segnano tutte le epoche, compresa quella tragica nella quale operò il beato Odoardo Focherini, che contribuì a rischio della vita alla salvezza di tanti, tra cui molti ebrei, perseguitati dalla furia nazista. E si ripete al punto che oggi nel mondo le persone in fuga sono arrivate al numero di 120 milioni (cf. Rapporto UNHCR, maggio 2024): a volte inseguono il sogno di una vita migliore, altre volte fuggono l’incubo di un’esistenza penosa. Guerre, carestie, persecuzioni, disastri naturali, povertà, fame, malattie: sono le maggiori cause, spesso accavallate, dei “viaggi della speranza”, che per secoli hanno spinto anche milioni di italiani ad emigrare all’estero in cerca di una vita migliore”.

Altro rilievo che emerge dal racconto evangelico è la morte di Erode, il despota sanguinario che si è macchiato della strage degli Innocenti, ha ricordato Castellucci, “che la storia travolge prima o poi anche i tiranni che se ne sentivano i padroni; i potenti che in vita seminano rispetto nei sudditi e terrore nei nemici, che si inebriano della loro forza, che vivono nel delirio di onnipotenza, spariranno anch’essi dalla faccia della terra. E il mondo preferisce seppellirne anche il ricordo”.

Allora qual è il frutto del Giubileo della Speranza vissuto quest’anno con tante occasioni di conversione a cominciare dai pellegrinaggi? “Il Giubileo della speranza, che oggi chiude le porte delle Chiese, lasciando aperte quelle dei cuori, ha svelato le ferite di tanti popoli: esuli, profughi, sfollati, richiedenti asilo. E di tanti, forse anche tra di noi, che, pur non dovendo fuggire da condizioni economiche, politiche o ambientali insostenibili, cercano asili di senso e rifugi interiori, perché – colpiti da malattie, sofferenze, divisioni, tradimenti, delusioni – devono lasciare la terra d’origine, il loro passato ormai insicuro, e inoltrarsi su altri orizzonti, dove trovare rifugio. Per molti, l’esperienza dei pellegrinaggi a Roma o nelle proprie diocesi, ha simboleggiato la ricerca di una terra nuova, sostenuta dalla speranza di lasciarsi alle spalle conflitti e violenze di ogni tipo, per immergersi nella Nazareth della famiglia, del lavoro, dell’amicizia, di una vita di relazione fatta di gesti quotidiani accoglienti. È la “conversione” a cui siamo stati invitati nell’anno giubilare: ed è proprio questa la porta che deve restare aperta tra di noi e con tutti: la porta dell’ospitalità”.

Omelia del vescovo Erio Castellucci (Domenica dopo Natale e Sacra Famiglia, Chiusura del Giubileo della Speranza, Cattedrale di Carpi, domenica 28 dicembre 2025 (Sir 3, 3-7.14-17a; Sal 127; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23))

Un sogno, per chi intende realizzarlo, genera sempre un viaggio. E Giuseppe vuole realizzare i sogni: il primo, decisivo, quando l’angelo gli annunciò che Maria era incinta di Gesù e chiese a lui di custodirli, invitandolo a questo viaggio pieno di incognite: prendere con sé una sposa che non è davvero sposa, un figlio che non è davvero figlio e fare da marito e da padre senza esserlo. Eppure, il sogno di Dio diventa anche il suo, e parte per questa avventura. Non avrebbe certo immaginato che Gesù, l’Emmanuele che doveva “salvare il suo popolo”, come gli aveva detto l’angelo, avrebbe avuto bisogno lui stesso di essere salvato dalla collera di Erode. Il Salvatore deve essere salvato: e Giuseppe sogna ancora. Questa volta l’angelo, come abbiamo sentito, apparendogli dopo la partenza dei Magi, gli ordina di fuggire in Egitto con la famiglia. Era rischioso un viaggio all’estero in quelle condizioni: alla fatica di un lungo percorso, con una giovane mamma e un bimbo piccolo, si aggiungevano la sete e il caldo del deserto e il pericolo di assalti dei briganti. Se però Giuseppe non avesse seguito il sogno, il bimbo sarebbe morto vittima di Erode. E così la famigliola “si rifugiò in Egitto”, incarnando la lunga permanenza del popolo ebraico in quella terra straniera, iniziata una quindicina di secoli prima con un altro Giuseppe, il patriarca: venduto ai mercanti egiziani dai suoi fratelli ebrei per invidia, finì poi per attirare là l’intero suo clan, a motivo della carestia che flagellava Israele. Profughi a causa della persecuzione, Giuseppe, Maria e Gesù cercarono rifugio in Egitto; profughi a causa della fame, i parenti del patriarca Giuseppe avevano forzatamente emigrato. Purtroppo, la storia si ripete: profughi e sfollati segnano tutte le epoche, compresa quella tragica nella quale operò il beato Odoardo Focherini, che contribuì a rischio della vita alla salvezza di tanti, tra cui molti ebrei, perseguitati dalla furia nazista. E si ripete al punto che oggi nel mondo le persone in fuga sono arrivate al numero di 120 milioni (cf. Rapporto UNHCR, maggio 2024): a volte inseguono il sogno di una vita migliore, altre volte fuggono
l’incubo di un’esistenza penosa. Guerre, carestie, persecuzioni, disastri naturali, povertà, fame, malattie: sono le maggiori cause, spesso accavallate, dei “viaggi della speranza”, che per secoli hanno spinto anche milioni di italiani ad emigrare all’estero in cerca di una vita migliore. “Morto Erode, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto”. Questo nuovo sogno avvia un altro viaggio, il ritorno nella terra d’origine. È curiosa la rapidissima notazione “morto Erode”, detto quasi di sfuggita, senza alcun commento. Era invece la notizia che tanti attendevano, data la ferocia di quel sovrano, che la storia ci consegna ambizioso, diffidente, sanguinario e spietato. Finalmente la Giudea si era liberata da quell’oppressore: la sua morte avrebbe meritato qualche parola di esultanza. Invece nulla: l’evangelista si limita a voltare pagina. Quasi a dire che la storia travolge prima o poi anche i tiranni che se ne sentivano i padroni; i potenti che in vita seminano rispetto nei sudditi e terrore nei nemici, che si inebriano della loro forza, che vivono nel delirio di onnipotenza, spariranno anch’essi dalla faccia della terra. E il mondo preferisce seppellirne anche il ricordo. L’angelo, dunque, invece di
indurre Giuseppe all’allegria per la morte del tiranno, accende un altro sogno, lo stesso di Mosè tredici secoli prima, il sogno dell’esodo dall’Egitto. Non è più il viaggio del fuggiasco che cerca riparo, è il viaggio del pellegrino che rientra a casa. Anche il ritorno è però pieno di speranze e di insidie. Il pellegrinaggio del popolo dall’Egitto, durato quarant’anni, fu segnato da crisi e infedeltà. Non sappiamo quanto sia durato l’esodo della famiglia di Nazareth, ma anche loro provarono fatiche e paure: dirigendosi a Betlemme, Giuseppe seppe che il successore di Erode, il figlio Archelao, era crudele come il padre ed “ebbe paura di andarvi”. Il sogno trova spesso ostacoli, la speranza è insidiata: è fragile come un bambino e una giovane mamma in viaggio. La situazione appare di nuovo bloccata, a causa del tiranno di turno, e per dissipare la paura è necessario un nuovo sogno. Non è più la Giudea, ma la Galilea la meta del ritorno: il sogno conduce là, il “viaggio della speranza” deve dunque proseguire di oltre cento chilometri, prima di approdare, finalmente, a Nazareth. Gli antichi ebrei, al ritorno dall’Egitto, si stanziarono nella regione dei padri, sottomettendo i popoli cananei che nei secoli dell’esilio l’avevano occupata, e il re Davide fissò in Gerusalemme la capitale del regno unificato. Ben diversa è la “riconquista” della sua terra da parte del nuovo Davide, Gesù, che non si mette a combattere contro Erode o Archelao, per espugnare la Giudea, ma si sposta in un villaggio ignoto del Nord, Nazareth, dove prosegue per decenni una vita nascosta. Nel suo ultimo sogno, Giuseppe non rivendica la terra dei padri, ma si immerge nella terra delle genti, la Galilea. Non è un sogno di potestà, ma di prossimità: la famiglia di Nazareth vivrà semplicemente immersa nell’umano del suo tempo. Il re Davide e la sua grande famiglia avevano vissuto nel clima della corte; il nuovo Davide e la sua famigliola vivono nel clima del cortile. Rimangono estranei agli intrighi e alle lotte nei palazzi di Gerusalemme. A Nazareth la famigliola vive del proprio lavoro, delle relazioni di paese, delle amicizie e della semplice ospitalità che offre la vita sociale in un villaggio. Il “Giubileo della speranza”, che oggi chiude le porte delle Chiese, lasciando aperte quelle dei cuori, ha svelato le ferite di tanti popoli: esuli, profughi, sfollati, richiedenti asilo. E di tanti, forse anche tra di noi, che, pur non dovendo fuggire da condizioni economiche, politiche o ambientali insostenibili, cercano asili di senso e rifugi interiori, perché – colpiti da malattie, sofferenze, divisioni, tradimenti, delusioni – devono lasciare la terra d’origine, il loro passato ormai insicuro, e inoltrarsi su altri orizzonti, dove trovare rifugio. Per molti, l’esperienza dei pellegrinaggi a Roma o nelle proprie diocesi, ha simboleggiato la ricerca di una terra nuova, sostenuta dalla speranza di lasciarsi alle spalle conflitti e violenze di ogni tipo, per immergersi nella Nazareth della famiglia, del lavoro, dell’amicizia, di una vita di relazione fatta di gesti quotidiani accoglienti. È la “conversione” a cui siamo stati invitati nell’anno giubilare: ed è proprio questa la porta che deve restare aperta tra di noi e con tutti: la porta dell’ospitalità.

Nelle immagini la celebrazione eucaristica di chiusura del Giubileo della Speranza

Il programma delle prossime celebrazioni natalizie nella Cattedrale di Carpi

Mercoledì 31 dicembre

Ore 18.00: Santa Messa di ringraziamento per l’anno trascorso e canto del Te Deum. Presiede monsignor Gildo Manicardi

Giovedì 1° gennaio

59ª Giornata mondiale della pace. Ore 18.00: Santa Messa nella solennità di Maria Madre di Dio. Presiede il vescovo Erio Castellucci. Si ricorderà il quinto anniversario dell’inizio del ministero di mons. Castellucci alla guida della

Chiesa di Carpi

Martedì 6 gennaio

Ore 10.45: Santa Messa nella solennità dell’Epifania. Presiede mons. Gildo Manicardi

Nel corso della celebrazione eucaristica per la chiusura del Giubileo della Speranza è stato ricordato l’81° anniversario del martirio del Beato Odoardo Focherini (Hersbruck, 27 dicembre 1944). La festa della Santa Famiglia, insieme al ricordo che la liturgia propone della strage degli Innocenti hanno offerto il riferimento ideale per l’intervento del vicario generale mons. Gildo Manicardi che nella dimensione coniugale e nell’unione di intenti e di fede con la moglie Maria Marchesi ha evidenziato un tratto peculiare della santità di Odoardo Focherini. A distanza di un anno dall’annuncio da parte dei sindaci di Carpi e di Mirandola, e delle Fondazioni di Carpi e di Mirandola in merito alla disponibilità di accogliere il suggerimento della Diocesi per la realizzazione, da parte di tutta la società civile, di un monumento dedicato a Odoardo, da collocare a lato della Cattedrale, mons. Manicardi ha aggiornato sullo stato di avanzamento, sugli sviluppi dell’iniziativa e sull’impegno a proseguire l’iter operativo del progetto nella sua versione integrale.

Di seguito il testo dell’intervento di mons. Gildo Manicardi pronunciato in Cattedrale al termine della celebrazione eucaristica per la chiusura del Giubileo della Speranza.

"Carissimo Arcivescovo Erio, carissima Paola e gli altri membri della famiglia Focherini, amici e stimate amiche!

Il Martire Odoardo Focherini può aiutarci a chiudere l’Anno Santo carpigiano dei Pellegrini della speranza. Il campo di concentramento dove Odoardo ha vissuto, penso in particolare a Fossoli, non fu solo segnato da una violenza estrema, ma divenne anche il luogo dove alcuni vissero la radicalità della speranza, la virtù che può rasserenarci in base a qualcosa di non ancora presente. La speranza di Odoardo fu di rivedere la moglie e di avere la forza per sostenere il dolore che le scelte evangeliche, fin dall’inizio condivise con lei, arrecavano ai figli e a loro stessi. Nella forza dello Spirito Santo a poco a poco si fece largo in lui la speranza che il sacrificio – soprattutto quello dei figli – fosse trasformato dal Signore in un tesoro di grazia positiva per molti. Diverse lettere a Maria parlano di questa arditissima prospettiva. Nella festa della Santa Famiglia e dei Santi bambini innocenti uccisi da Erode ci apre il cuore una lettera in cui traspaiono la spiritualità eroica di Odoardo e l’accompagnamento della moglie Maria. Leggo la Lettera scritta probabilmente poco prima del trasferimento da Fossoli a Bolzano (settembre 1944).

Carissima Maria, il pensiero di te e dei nostri figli mi è sempre presente e mi accompagna in ogni momento della giornata. Non c’è istante in cui io non vi senta vicini, come se foste accanto a me. Sono tranquillo e sereno. Ho fatto quello che la mia coscienza mi dettava e, se il Signore mi chiede questo sacrificio, vuol dire che mi darà anche la forza per sostenerlo.

Penso a te, al tuo cuore così buono e così forte, e ringrazio Dio per il dono immenso che mi ha fatto nel darmi una sposa come te. Ti devo tutto: l’affetto, la pace, la gioia della famiglia, la lieta corona dei nostri figli. Bacia per me tutti i piccoli, uno ad uno. Di’ loro che il loro papà li ama immensamente e che ogni sua sofferenza è offerta per loro. Forse un giorno capiranno; se non subito, più avanti.

Non essere triste, Maria. Qualunque cosa accada, siamo nelle mani di Dio, e nessuno potrà separarci dall’amore che ci unisce in Lui. Prego molto per te, perché il Signore ti sostenga e ti dia la forza di crescere i nostri figli come abbiamo sempre desiderato: onesti, buoni, cristiani. Se non dovessi tornare, ricordati che ti ho voluto bene come non si può dire a parole, e che ti porto con me in ogni preghiera.

Il tuo Odoardo

Lo scorso anno, al termine della Eucaristia in memoria del martirio di Odoardo, i Sindaci di Carpi e di Mirandola e i Presidenti della Fondazione della Cassa di Risparmio di Carpi e di quella di Mirandola – accogliendo una proposta della Diocesi, rimasta sempre in assiduo contatto con molti dei discendenti di Odoardo e di Maria – annunciarono che era prossimo a conclusione un procedimento iniziato nel 2019 per erigere un monumento a Odoardo nella sua città. Il progetto era stato quello di completare le statue dei Patroni presenti sulla facciata del Duomo, con l’immagine di un Santo carpigiano collocata nel giardino sul lato destro. Con ciò s’intendeva anche irrobustire il titolo di Piazza Martiri, ricordando che nel prolungamento della stessa, su corso Alberto Pio, si trova la casa dove visse la famiglia Focherini. Nell’occasione l’Avvocato Marco Vezzani – a nome la Fondazione Odoardo e Maria Focherini della Caritas diocesana – si impegnava a realizzare, in contemporanea al monumento, un patto cittadino per un’opera sociale destinata a sostenere giovani di diverse nazionalità, presenti attualmente in città, nel loro orientamento professionale adulto. S’intende così far vivere l’insegnamento di Odoardo contro le barriere tra i popoli, che dividono iniquamente le persone. Nel corso dell’anno sono emerse, a sorpresa, alcune vivaci difficoltà nel vedere coinvolta nel monumento la figura della moglie Maria, con il disagio non meno forte di coloro che invece comprendono che il complesso monumentale può e forse deve onorare l’eroicità di entrambi gli sposi. Dopo alcuni anni in cui si era pensato a un monumento al solo Odoardo, qualcuno infatti aveva suggerito motivatamente di coinvolgere la moglie per rappresentare un “martirio condiviso” nel dolore nel vangelo. Non è adesso il momento di indicare tempistiche e cronogrammi, ma è doveroso assicurare che l’attenzione all’iter proposto continua. Vorremmo sciogliere il complesso nodo psicologico che si è formato, perché la memoria cittadina ed ecclesiale di Odoardo, che onora e commuove tutti noi, giunga a felice conclusione condivisa e non diventi motivo permanente di tensione. Sic nos Deus adiuvet – ci aiuti il Signore.

  Ermenegildo Manicardi,

  vicario Generale della Diocesi di Carpi

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