Maurizio Biancani a Mirandola: “Bollicine è il disco che mi ha cambiato la vita” – L’intervista
MIRANDOLA – Pomeriggio rock alla Tenda della Memoria di Mirandola con l’incontro con Maurizio Biancani, storico produttore e ingegnere del suono, protagonista al Memoria Festival 2026 con il suo volume autobiografico “L’alchimista del suono. 50 anni di musica al mixer”.
L’appuntamento, moderato da Antonio Guicciardi, ha richiamato un pubblico numeroso e attento, confermando quanto sia ancora vivo l’interesse per le storie che stanno dietro ai grandi dischi della musica italiana. Sul palco era presente anche Maurizio Solieri, chitarrista storico di Vasco Rossi e figura amatissima a Mirandola, accolto con particolare calore dal pubblico. Con lui anche il trombonista Sandro Comini, altro nome legato a una lunga stagione di musica e collaborazioni importanti. Ad aprire il pomeriggio, il dj set di DJ Naxos Marco Trevisi.
Biancani, cofondatore degli studi Fonoprint, ha attraversato mezzo secolo di musica lavorando con alcuni dei nomi più importanti del pop, del rock e del cantautorato italiano: da Lucio Dalla a Vasco Rossi, da Eros Ramazzotti a tanti altri artisti che hanno segnato intere generazioni. A Mirandola ha raccontato il mestiere del suono non come semplice tecnica, ma come arte dell’ascolto, della relazione e della trasformazione.
Nel suo percorso c’è anche un episodio quasi leggendario: l’incontro con Vasco Rossi, nato da un rifiuto. A un giovanissimo Vasco era stato chiesto, in un altro studio, di far suonare il batterista Attila nel corridoio. Vasco non accettò quella condizione, sbatté la porta e andò altrove. Quell’altrove era lo studio di Biancani. Da quel momento nacque un rapporto destinato a cambiare la carriera di entrambi.
Benvenuto a Mirandola. Conosceva già questa zona?
«Mirandola non l’ho mai frequentata direttamente, ma ho lavorato con tanti mirandolesi. Qui c’è un insieme di musicisti che vengono da Mirandola: nella mia carriera ne avrò conosciuti almeno venti».
Biancani cita subito alcuni nomi legati al territorio: Sandro Comini, trombonista, Maurizio Solieri, che ha studiato a Mirandola, e Marco Trevisi, figlio di Rudy Trevisi.
«Tutta gente che abbiamo usato e strausato come musicisti in tutta la nostra carriera», racconta.
Nel suo libro colpisce la precisione degli aspetti tecnici. Come si concilia il rigore dell’ingegnere del suono con la passione per la musica?
«Mi sono sempre considerato prima un artista, con un po’ di presunzione, e dopo un tecnico», risponde Biancani. «Nonostante io sia diplomato in elettronica, quella parte non era ciò che mi interessava davvero. Io volevo fare il musicista».
Il passaggio al mixer arriva proprio da lì: prima le tastiere, le band degli anni Settanta, poi il lavoro di fonico. Ma la radice resta artistica.
«Mi è sempre rimasta la passione della creazione del suono. È per questo che ho usato il termine alchimista: mettere insieme tutte queste cose e creare un prodotto unico, che non fosse solo una cosa commerciale da vendere, ma una cosa artistica. È la ragione per cui ho fatto questo mestiere».
Lei racconta molto gli anni Ottanta a Bologna: un’epoca piena di musica, fermento, sogni sfrontati. Che cosa aveva quella città che oggi sembra difficile replicare?
«Per me è quasi impossibile replicarla», dice Biancani. «Sono quei momenti astrali in cui tutto si combina».
Bologna, in quegli anni, era insieme laboratorio politico, culturale e musicale.
«Era uno dei centri assoluti delle contestazioni. Mandarono anche i carri armati in Piazza Maggiore. Ma insieme a tutto questo si sviluppavano generi musicali tra i più vari: la New Wave, il Progressive da cui sono partito io, poi il Pop, il cantautorato».
È in quella Bologna che si concentrano Francesco Guccini, Claudio Lolli, Lucio Dalla, e insieme prende forza anche il mondo della dance.
«La dance è stata un’altra cosa incredibile, che ha raggruppato a Bologna centinaia di persone che volevano fare una carriera musicale. Tutto questo ha reso Bologna, in quel periodo, una cosa irripetibile».
Nel libro emerge anche il tema della fiducia. Il fonico non registra soltanto: spesso diventa un punto di riferimento per l’artista. Quando ha capito che il suo ruolo era anche umano, quasi psicologico?
Biancani individua un momento preciso, legato a Lucio Dalla e al disco “Canzoni”.
«Stavamo facendo un disco importantissimo. A un certo punto Lucio, mentre ascoltavamo, mi disse: “Spegni il registratore”. E cominciò a parlarmi della sua infanzia: di quando aveva iniziato a suonare il clarinetto, di quando sua mamma faceva la sarta».
Fu un passaggio decisivo.
«Io rimasi a bocca aperta, perché non c’era mai stata una confidenza così tra me e lui. Da quel momento ho capito che da parte sua era nata la voglia di avere un rapporto diverso, non solo tra tecnico e artista, ma da amico».
Quel legame avrebbe segnato profondamente Biancani.
«È stato ciò che ha portato avanti il mio rapporto con Lucio per tutti gli altri dieci anni. Infatti mi sono ritirato dal fare il fonico live dopo la morte di Lucio. Ho smesso quella carriera lì».
Nel libro scrive che forse la magia della musica è proprio questa: ci riporta sempre a casa. Dopo una vita passata a plasmare il suono degli altri, qual è il disco che per Maurizio Biancani significa “casa”?
La risposta arriva senza esitazioni, anche se Biancani ammette che i dischi importanti sono molti.
«Se devo identificare il disco che mi ha cambiato la vita, è “Bollicine”».
Il disco di Vasco Rossi rappresenta uno spartiacque assoluto.
«L’ho ripreso in mano anche tre anni fa per un remaster e mi sembrava di tornare esattamente con la testa a quel momento. “Bollicine” non ha cambiato solo la mia vita, ma anche quella di Vasco».
Il cambiamento fu immediato, quasi vertiginoso.
«Eravamo passati anche nel live. Il disco vendette un milione di copie, e noi non eravamo mai riusciti ad avere quelle vendite. Prima facevamo concerti da 400 persone; due settimane dopo l’uscita del disco ci trovammo davanti a 20mila persone».
Da lì, racconta Biancani, cambiò tutto.
«Se devo pensare a qualcosa che mi ricorda il fonico, la mia casa, tutto quello che è venuto in quel periodo, “Bollicine” è sicuramente il disco che non posso dimenticare».
L’alchimia del suono, tra tecnica e destino
L’incontro appena concluso a Mirandola non è stato soltanto una presentazione letteraria, ma un viaggio dentro il laboratorio invisibile della musica italiana: quello in cui un’intuizione tecnica diventa emozione, una voce trova il suo spazio, una chitarra diventa riconoscibile, una canzone si trasforma in memoria collettiva.
Il pubblico numeroso della Tenda della Memoria ha seguito con attenzione il racconto di Biancani, tra aneddoti, ricordi e passaggi decisivi di una carriera vissuta accanto ai grandi protagonisti della musica italiana. La presenza di Maurizio Solieri, qui particolarmente amato, ha aggiunto ulteriore valore a un pomeriggio che ha unito memoria, territorio e grande musica.
Nel percorso di Biancani si intrecciano il rigore dell’elettronica e l’istinto dell’artista, la Bologna irripetibile degli anni Ottanta e il suono ruvido di Vasco, la confidenza con Lucio Dalla e la rete di musicisti che da Mirandola hanno attraversato decenni di palchi e studi di registrazione.
E forse il senso del titolo del libro sta proprio qui: l’alchimista del suono non è soltanto chi sa usare un mixer, ma chi sa riconoscere il momento esatto in cui la tecnica deve farsi da parte per lasciare spazio alla musica.
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