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01 Novembre 2026
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Giornata Alzheimer, neurologo Rossini, ‘dopo 120 anni la sfida è prevederne evoluzione’

(Adnkronos) - Centoventi anni dopo la prima descrizione della malattia di Alzheimer, sappiamo molte più cose sul cervello di chi ne è colpito. Possiamo osservare l’accumulo delle proteine associate alla malattia, cercarne le tracce attraverso biomarcatori sempre più sofisticati e, oggi, persino individuarne alcuni con un semplice prelievo di sangue. Per la prima volta disponiamo inoltre di farmaci progettati per intervenire su uno dei meccanismi biologici della patologia. Per gran parte della storia dell’Alzheimer la domanda è stata: come possiamo riconoscere la malattia? Oggi stiamo iniziando a porcene una più difficile: possiamo capire, tra le persone nelle quali riconosciamo la biologia della malattia, chi svilupperà davvero la demenza, quando e con quale velocità? È il passaggio dalla diagnosi alla predizione, e dalla predizione alla medicina personalizzata. Il 21 settembre è inoltre la Giornata mondiale dell’Alzheimer.  

“Siamo davvero entrati in una fase nuova, anche se è fondamentale non creare false illusioni - spiega il professore Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele di Roma - Sul fronte diagnostico, i biomarcatori nel sangue si stanno rapidamente avvicinando alla pratica clinica quotidiana e possono rendere l’indagine della patologia biologica molto più accessibile rispetto al passato. Ma un biomarcatore positivo, da solo, non significa necessariamente che quella persona svilupperà una demenza e non consente ancora una prognosi individuale accurata”. Secondo il rapporto 'The Prevalence of Dementia in Europe 2025' di Alzheimer Europe, nel nostro Paese si stimano oggi circa 1,43 milioni di persone con demenza, 946 mila donne e 491 mila uomini. Circa la metà dei casi viene ricondotta alla malattia di Alzheimer. Il dato è destinato a crescere con l’invecchiamento della popolazione: le proiezioni riportate indicano circa 2,2 milioni di persone con demenza in Italia entro il 2050, con un aumento di oltre il 50% rispetto ai livelli attuali. A livello europeo, le stime indicano un passaggio dagli attuali 9,1 milioni a oltre 14,3 milioni di persone con demenza. 

Uno dei cambiamenti più importanti avvenuti nella conoscenza dell’Alzheimer riguarda proprio il concetto di malattia. Le modificazioni biologiche caratteristiche possono essere presenti prima che compaia un quadro clinico conclamato di demenza. Tra gli strumenti oggi più studiati - si legge nella nota del San Raffaele - ci sono i biomarcatori plasmatici, rilevabili cioè attraverso un prelievo di sangue. Particolare attenzione è rivolta alla p-tau217, una proteina associata ai processi patologici dell’Alzheimer. Studi pubblicati nel 2026 hanno mostrato risultati molto promettenti e la possibilità di identificare alterazioni biologiche con anticipo rispetto alla manifestazione clinica. “Il vantaggio potenziale è evidente - sostiene il neurologo - rispetto alla Pet cerebrale o all’analisi del liquor ottenuto mediante puntura lombare, il prelievo di sangue è più semplice, meno invasivo e costoso e più facilmente ripetibile. Ma proprio qui nasce uno degli equivoci più importanti”. Trovare la biologia dell’Alzheimer non significa poter leggere il futuro di quella persona “Nessuno dei biomarcatori attualmente disponibili, inclusi quelli plasmatici, è in grado di prevedere con accuratezza totale se il soggetto portatore svilupperà o meno il quadro clinico di demenza”, sottolinea Rossini. Esistono infatti persone nelle quali sono rilevabili alterazioni biologiche compatibili con la patologia ma che, seguite nel tempo, non arrivano a sviluppare una demenza clinicamente evidente. 

 

Ed è proprio questo uno dei territori più affascinanti e ancora poco conosciuti della ricerca: perché alcuni cervelli sembrano resistere alla malattia meglio di altri? Quello che sappiamo: 5 risposte per fare chiarezza.  

Un biomarcatore positivo significa che avrò l’Alzheimer? "No. La presenza di alterazioni biologiche associate alla malattia non equivale alla certezza che comparirà una demenza clinica. Biologia e manifestazione clinica non coincidono necessariamente", risponde Rossini. Un disturbo cognitivo lieve significa Alzheimer? "No. Il Mild Cognitive Impairment, o Mci, indica la presenza di difficoltà cognitive misurabili che non impediscono alla persona di mantenere la propria autonomia nelle normali attività quotidiane. Solo una parte delle persone con Mci svilupperà successivamente una demenza", prosegue il neurologo.  

Dimenticare un nome o un appuntamento significa essere all’inizio della malattia? "No. Episodi occasionali di dimenticanza possono verificarsi anche nell’invecchiamento fisiologico. Ad assumere importanza clinica sono soprattutto la frequenza, la progressione dei disturbi, il cambiamento rispetto alle capacità precedenti e il loro impatto sulla vita quotidiana - prosegue - E I nuovi farmaci curano l’Alzheimer? No. Gli anticorpi monoclonali rappresentano un importante cambio di paradigma, perché per la prima volta alcuni trattamenti intervengono direttamente su un meccanismo biologico della malattia. Ma parlare di “cura” sarebbe scorretto". 

Diagnosi precoce significa poter sapere oggi chi avrà una demenza tra dieci anni? "Non ancora. Ed è probabilmente proprio questa la nuova frontiera della ricerca", risponde Rossini. Quello che non sappiamo ancora: perché alcuni cervelli resistono? "Due persone possono presentare alterazioni biologiche associate all’Alzheimer e avere, negli anni successivi, traiettorie cliniche completamente differenti. Una può sviluppare progressivamente disturbi cognitivi tipici della demenza e perdere autonomia; l’altra può mantenere a lungo un funzionamento cognitivo del tutto soddisfacente". Perché? “La ragione risiede verosimilmente anche in fattori di “resilienza” in grado di contrastare efficacemente i fattori di rischio”, osserva Rossini. Capire quali siano questi meccanismi protettivi e imparare a identificare le persone che hanno realmente una maggiore probabilità di progressione rappresenta una delle grandi sfide della neurologia contemporanea. 

 

"È in questa direzione che si inserisce anche 'Interceptor', progetto finanziato da Aifa e Ministero della Salute e sviluppato attraverso una rete nazionale di centri di ricerca. Lo studio - osserva Rossini - ha integrato informazioni cliniche, neuropsicologiche, genetiche, neurofisiologiche, di neuroimaging e biomarcatori con l’obiettivo di costruire modelli capaci di stimare il rischio di progressione dal Disturbo cognitivo Lieve alla demenza”. 

Il risultato più rilevante è la pubblicazione, su 'Alzheimer's & Dementia', dei dati finali del progetto 'Interceptor', coordinato dallo stesso Rossini con il contributo dell'Istituto Superiore di Sanità, del Policlinico Gemelli, dell'Istituto Besta, del San Raffaele di Milano e del Fatebenefratelli di Brescia. Nato nel 2016 e sviluppato nell'arco di quasi un decennio da centinaia di ricercatori italiani, lo studio ha messo a punto uno strumento basato su algoritmi capace di predire, tra le persone con un lieve declino cognitivo già in corso, chi svilupperà una demenza — in particolare di tipo Alzheimer — entro tre anni. Il progetto, promosso e finanziato dall'Agenzia Italiana del Farmaco in collegamento con il Ministero della Salute, rappresenta un contributo tutto italiano alla "zona grigia" del Mild Cognitive Impairment, che riguarda quasi un milione di persone nel nostro Paese. Nella presentazione dei risultati, l'8 aprile 2026, è stata sottolineata anche la componente umana della ricerca, grazie al coinvolgimento diretto dell'Associazione Italiana Malattia di Alzheimer (AIMA). 

I nuovi farmaci, una svolta, non ancora una cura: anche sul fronte terapeutico qualcosa di importante è cambiato. "Lecanemab e donanemab appartengono a una nuova generazione di anticorpi monoclonali diretti contro la beta-amiloide, una delle proteine che si accumulano nel cervello delle persone con Alzheimer e contribuiscono ai processi di neurodegenerazione", prosegue la nota dell'San Raffaele Roma. “Per la prima volta disponiamo di farmaci progettati per intervenire su uno dei meccanismi biologici della malattia e non soltanto sui suoi sintomi. È un vero cambio di paradigma rispetto agli ultimi decenni”, spiega Rossini. "Un cambio di paradigma che, tuttavia, non deve trasformarsi in un messaggio miracolistico. I benefici clinici osservati sono ancora relativamente contenuti, i trattamenti non sono indicati indistintamente per tutti i pazienti e richiedono un’attenta selezione e un accurato monitoraggio, anche per il rischio di possibili anomalie di imaging correlate all’amiloide, le cosiddette Aria. Paradossalmente - riporta il San Raffaele - quindi, l’arrivo di terapie più mirate rende ancora più importante migliorare la capacità di identificare chi presenta realmente la patologia biologica, chi rischia maggiormente di progredire e chi potrebbe beneficiare di un determinato trattamento". 

 

Quando una dimenticanza deve metterci in guardia? "Non ogni vuoto di memoria è Alzheimer. Il punto non è allarmarsi per una dimenticanza occasionale, ma riconoscere cambiamenti persistenti o progressivi rispetto al precedente funzionamento della persona", precisa Rossini. Tra i segnali che meritano una valutazione medica possono esserci: dimenticare con frequenza eventi recenti, conversazioni, nomi o appuntamenti; ripetere più volte la stessa domanda senza ricordare di averla già posta; perdere frequentemente oggetti o riporli in luoghi insoliti; mostrare difficoltà nuove nell’orientamento nel tempo o nello spazio; perdersi o avere difficoltà a riconoscere percorsi precedentemente familiari; incontrare sempre maggiore difficoltà nel trovare le parole o seguire una conversazione; avere problemi nello svolgimento di attività quotidiane prima gestite normalmente; manifestare cambiamenti significativi e persistenti dell’umore, della motivazione o del comportamento. La discriminante, quindi, non è il singolo episodio: è il cambiamento rispetto a prima, soprattutto quando le difficoltà diventano frequenti, progressive o iniziano a interferire con l’autonomia quotidiana. 

I Centri Specializzati. È anche per questo che la diagnosi dell’Alzheimer non può essere affidata a un solo esame. I Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd) rappresentano il punto di riferimento specialistico per la valutazione, la diagnosi e la presa in carico delle persone con disturbi cognitivi e demenze. “La loro funzione diventa ancora più importante nell’epoca dei biomarcatori e delle terapie mirate: non si tratta semplicemente di stabilire se un test sia “positivo” o “negativo”, ma di interpretare quel risultato all’interno della storia clinica e del profilo cognitivo della singola persona. Valutazione neurologica, test neuropsicologici, imaging cerebrale e, quando indicato, biomarcatori e altri approfondimenti consentono di costruire un quadro complessivo, distinguere condizioni differenti, formulare la diagnosi, prevedere la traiettoria di evoluzione sulla base della quale definire il trattamento e programmare il follow-up”. 

È la direzione verso cui, secondo Rossini, si muove la medicina dell’Alzheimer. “La vera rivoluzione sarà riuscire a mettere insieme questi strumenti. Oggi possiamo riconoscere sempre meglio la biologia della malattia e abbiamo iniziato ad avere terapie capaci di modificarne alcuni meccanismi. Il passo successivo è capire con maggiore precisione chi svilupperà la malattia clinica e con quale velocità. È lì che diagnosi precoce e medicina personalizzata potranno davvero incontrarsi”. 

 

Al Cdcd dell’Irccs San Raffaele di Roma. Parallelamente ad 'Interceptor' prosegue 'ADvance', lo studio osservazionale del San Raffaele Roma che indaga i pattern di connettività cerebrale (tramite Eeg) come marcatori precoci del declino cognitivo, in combinazione con nanoterapie sperimentali antinfiammatorie in modelli preclinici di Alzheimer — una linea di ricerca che affianca l'approccio diagnostico a quello più propriamente terapeutico. 

Sul versante della divulgazione, il Prof. Rossini ha pubblicato per Mondadori il saggio 'La memoria fragile: viaggio al centro dell'Alzheimer', presentato l'11 giugno 2026 nella sede romana dell'istituto. Il libro, frutto di oltre 35 anni di attività clinica, allarga lo sguardo dalla dimensione strettamente medica a quella sociale e assistenziale - il ruolo dei caregiver, l'organizzazione dei servizi, le politiche sanitarie - e devolve interamente i ricavi alla ricerca sulle demenze dell'istituto. 

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