La sanità si allontana ancora per i modenesi? Cosa può cambiare con il piano di integrazione Modena-Reggio
La sanità si allontana ancora per i modenesi? Cosa può cambiare con il piano di integrazione Modena-Reggio
Interventi, ricoveri e urgenze potrebbero essere redistribuiti tra le due province, con effetti concreti sui percorsi dei pazienti. Sei primari modenesi chiedono chiarimenti, la Cisl contesta il mancato coinvolgimento. Da Sassuolo Mesini rassicura: «Nessun modello è già deciso»
MODENA – Per un intervento chirurgico, un ricovero o una prestazione ospedaliera, in futuro un paziente modenese potrebbe essere indirizzato verso Reggio Emilia o Scandiano anziché restare all’interno della provincia? È questa la domanda più concreta che si apre dietro il progetto di integrazione sanitaria tra Modena e Reggio, formalizzato il 29 settembre e già diventato motivo di forte preoccupazione tra medici e sindacati.
Perché al di là delle formule utilizzate nei documenti – integrazione, reciprocità dell’offerta, valorizzazione delle vocazioni dei singoli presidi – il punto per i cittadini è molto più semplice: capire se cambierà il luogo in cui dovranno andare a curarsi.
Il progetto riguarda, tra gli altri ambiti, la chirurgia a bassa e media complessità e l’emergenza-urgenza. E se alcune attività venissero concentrate, condivise o redistribuite tra gli ospedali modenesi e quelli reggiani, a cambiare non sarebbe soltanto l’organizzazione interna delle aziende sanitarie, ma anche il percorso dei pazienti.
È proprio su questo che sei direttori delle strutture di Chirurgia generale dell’Ausl di Modena e dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria hanno scritto alle direzioni generali e sanitarie chiedendo spiegazioni.
I primari stanno già lavorando alla riorganizzazione della rete chirurgica modenese, con integrazione tra équipe, ridefinizione delle attività e nuovi percorsi assistenziali. In questo quadro si è inserito un secondo progetto, quello Modena-Reggio, che potrebbe incidere sulle stesse risorse e sugli stessi ospedali.
Il nodo più delicato è il rapporto tra Sassuolo e Scandiano.
Se una parte della chirurgia a bassa e media complessità oggi svolta a Sassuolo venisse condivisa o trasferita verso Scandiano, il ruolo dell’ospedale sassolese cambierebbe. E, di conseguenza, potrebbero cambiare anche le destinazioni dei pazienti che oggi vengono indirizzati lì da altre zone della provincia.
Vale anche il contrario: se Sassuolo dovesse assorbire attività attualmente svolte a Scandiano, aumenterebbero carichi di lavoro, personale necessario e funzioni del presidio modenese.
Ed è per questo che la questione non riguarda soltanto Sassuolo.
La redistribuzione delle attività può avere effetti sull’intera rete provinciale: Policlinico, Baggiovara e gli altri ospedali modenesi. Cambiare i volumi di attività di un presidio significa infatti rivedere anche posti letto, guardie, disponibilità degli anestesisti, personale, gestione delle urgenze e rapporti tra ospedali con funzioni diverse.
In pratica, una scelta presa sull’asse Sassuolo-Scandiano potrebbe produrre conseguenze a cascata su tutta la sanità modenese.
I sei primari chiedono quindi di sapere con precisione quali attività siano davvero interessate dal progetto, quali interventi di bassa e media complessità possano essere redistribuiti, quali settori dell’emergenza-urgenza siano coinvolti e quale sia il perimetro effettivo dell’integrazione.
La loro preoccupazione è che due processi di riorganizzazione possano andare avanti contemporaneamente senza un coordinamento sufficiente: da una parte il ridisegno della rete chirurgica modenese, dall’altra la collaborazione con Reggio Emilia.
C’è poi una seconda questione, quella del metodo.
Il documento del 29 settembre richiama un incontro istituzionale che si era già svolto il 16 luglio, con sindaci e direzioni sanitarie delle realtà modenesi e reggiane. Segno che il confronto era avviato da tempo.
I professionisti impegnati nella progettazione della rete chirurgica modenese sostengono però di non essere stati informati preventivamente di questo ulteriore percorso, nonostante possa incidere direttamente sul lavoro che stanno già svolgendo.
Non è una bocciatura dell’integrazione in sé. I primari precisano infatti di non essere contrari per principio alla collaborazione tra aziende sanitarie diverse. Chiedono però che le scelte siano coordinate, trasparenti e condivise con chi dovrà poi gestirle sul piano clinico e organizzativo.
Alle loro perplessità si aggiungono quelle della Cisl.
Il sindacato parla di decisioni comunicate troppo tardi e chiede di conoscere le conseguenze concrete sull’organizzazione del lavoro: organici, turnazioni, carichi, eventuali spostamenti del personale e distribuzione dei servizi.
Anche qui la questione finisce per ricadere direttamente sui cittadini. Perché se un servizio viene spostato da un ospedale all’altro, servono personale, medici, infermieri, tecnici, posti letto e turni sufficienti per garantirlo.
A cercare di rassicurare è il sindaco di Sassuolo Matteo Mesini, che ha ribadito che nessun modello sarebbe già stato deciso e che il percorso dovrà essere costruito insieme ai professionisti sanitari.
Il messaggio è che l’integrazione non dovrebbe tradursi automaticamente in un impoverimento dell’offerta modenese, ma servire a costruire una rete più forte e meglio organizzata.
È però proprio questo il punto che ora medici, sindacati e cittadini chiedono di vedere chiarito nei fatti.
Perché per chi deve curarsi la differenza è tutt’altro che teorica. Significa sapere se un intervento che oggi viene effettuato in provincia continuerà a essere garantito nello stesso ospedale oppure se, domani, per alcune prestazioni bisognerà spostarsi nel Reggiano.
E in una sanità in cui per molti modenesi raggiungere un ospedale significa già affrontare chilometri, tempi di viaggio e difficoltà organizzative, capire se i servizi si avvicineranno o si allontaneranno ulteriormente diventa la vera domanda a cui il nuovo piano dovrà rispondere.
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