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09 Ottobre 2026
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Mark Leonard: l’Europa impari a vivere nelle rovine dell’ordine globale

(Adnkronos) - Per capire il mondo di oggi, secondo Mark Leonard, serve un’immagine meno solenne di quelle che normalmente accompagnano le discussioni sulla crisi dell’ordine internazionale. Gli anni Trenta, il Congresso di Vienna, la Guerra fredda: paragoni utili fino a un certo punto, perché suggeriscono l’idea rassicurante di una storia che, magari in forme diverse, abbiamo già attraversato. 

Leonard preferisce partire dalle periferie delle grandi città cinesi, dove dopo lo scoppio della bolla immobiliare sono rimaste in piedi migliaia di torri mai completate. In Cina vengono chiamate lanweilou , edifici “a coda marcia”: strutture vendute quando ancora esistevano soltanto sulla carta, pagate da famiglie con i risparmi di una vita e poi abbandonate quando i costruttori sono falliti. 

L’edificio c’è. Mancano finestre, impianti, rifiniture, talvolta perfino le pareti interne. E soprattutto non arriverà più nessuno a completarlo. Per Leonard è una metafora di quello che ci piace chiamare “rules-based order”, ordine basato sulle regole. Anche quello è stato costruito per decenni sulla convinzione che il cantiere non si sarebbe mai fermato: più globalizzazione, più istituzioni, più paesi integrati in un unico sistema. Poi i lavori si sono interrotti.  

È da questa immagine che parte Surviving Chaos (Polity) , l’ultimo libro del fondatore e direttore dello European Council on Foreign Relations. Ed è da qui che Leonard ha sviluppato, durante un incontro Ecfr a Roma cui ha partecipato l’Adnkronos, il suo ragionamento: l’Europa non deve immaginare come restaurare il mondo di ieri, quanto capire come muoversi in quello che sta prendendo il suo posto. 

Leonard usa una parola precisa: unorder, non-ordine, una locuzione usata anche da Marta Dassù nel suo libro “L’età della prepotenza”, di cui abbiamo scritto qui. 

Il disordine accompagna da sempre qualsiasi sistema internazionale. Anche nei momenti di apparente stabilità ci sono state guerre, violazioni, doppi standard e conflitti. In quei casi, però, restava una cornice condivisa, o almeno riconoscibile: gli Stati potevano violare le regole, contestarle, piegarle ai propri interessi, ma sapevano quali fossero. 

Oggi quella cornice si sta facendo molto più incerta. Nella formulazione di Leonard, gli attori internazionali sempre più spesso “operano senza fare riferimento a un quadro comune”. In molti casi le vecchie regole non vengono neppure deliberatamente infrante: non contano più. 

La differenza è sostanziale, perché cambia anche il tipo di risposta possibile. Se il problema fosse soltanto l’inosservanza delle norme, basterebbe pensare a come rafforzarle. Se invece viene meno l’idea stessa di una grammatica comune, la politica internazionale si sposta su un terreno assai più instabile. 

Leonard individua tre grandi movimenti. 

Il primo è la frammentazione, che procede senza produrre blocchi ordinati. Le alleanze si fanno più porose, gli interessi divergono anche all’interno di schieramenti formalmente compatti e le economie vengono segmentate senza che emerga una divisione pulita del mondo in due sfere. La frattura più profonda, per Leonard, è “epistemica”: si indebolisce la condivisione dei fatti stessi, quella base minima senza la quale diplomazia, scienza e giornalismo fanno fatica perfino a stabilire l’oggetto del confronto. 

Poi c’è il contagio. Le crisi attraversano con una facilità nuova i diversi domini della politica. Nel 2003 Francia e Germania potevano scontrarsi duramente con gli Stati Uniti sull’Iraq continuando allo stesso tempo a cooperare con Washington su commercio, terrorismo e sicurezza. Oggi una crisi militare tende a propagarsi molto più rapidamente alla tecnologia, alla finanza, all’energia, alle catene di fornitura. 

Infine lo “strangolamento”, strangulation: un matrimonio finito nel quale nessuno dei due coniugi può andarsene. Le cose costruite insieme durante gli anni buoni - la casa, il denaro, perfino i figli - diventano gli strumenti con cui ci si fa male quando il rapporto si rompe. Come energia, semiconduttori, sistemi di pagamento, rotte marittime, dati e tecnologia: hanno avvicinato persone e culture, oggi possono trasformarsi in choke points, strozzature attraverso le quali esercitare pressione su un altro paese. Le connessioni diventano strumenti di coercizione. 

La Cina occupa molto spazio in Surviving Chaos, anche se il libro, in fondo, parla soprattutto dell’Europa. Leonard la osserva perché Pechino ha sviluppato nel tempo un modo di ragionare diverso da quello occidentale e può offrire qualche indicazione utile. 

La distinzione che propone è quella tra architetti e artigiani. 

Gli architetti partono dal progetto. Immaginano l’ordine desiderabile, costruiscono istituzioni e regole e cercano, con più o meno successo, di portare la realtà verso quella forma. Stati Uniti ed Europa hanno ragionato così per buona parte del secondo dopoguerra, soprattutto dopo la fine della Guerra fredda. 

L’artigiano lavora diversamente. Guarda i materiali che ha davanti, capisce come possono essere usati, modifica il progetto mentre procede. La Cina, tornata al centro della politica mondiale dentro un sistema che non aveva creato e di cui non condivideva molte premesse, ha dovuto sviluppare questa attitudine: entrare nelle istituzioni esistenti, utilizzarle, piegarne alcune ai propri interessi, affiancarne di nuove e sperimentare continuamente. 

Anche dietro programmi come Made in China 2025, spesso letti in Occidente come monumenti alla pianificazione centralizzata in stile sovietico, c’è un elemento più sperimentale: Pechino individua settori strategici, mobilita capitali, incoraggia una quantità enorme di imprese e lascia che molte falliscano, nella speranza che dal processo emergano pochi vincitori capaci di competere su scala mondiale. Più Darwin che piano quinquennale. 

La formula è di Deng Xiaoping: attraversare il fiume tastando le pietre. Per Leonard la differenza di mentalità diventa particolarmente evidente dopo l’invasione russa dell’Ucraina. I leader occidentali hanno continuato a parlare del “rules-based order”, da difendere e ricostruire. Xi Jinping ha invece insistito sulle “grandi trasformazioni mai viste in un secolo”, un’espressione che in Cina richiama un immaginario storico molto preciso e suggerisce un mondo attraversato da mutamenti profondi, difficili da controllare in anticipo. 

Pechino si prepara all’idea che demografia, capitalismo, clima e tecnologia possano rovesciare molte delle certezze sulle quali abbiamo costruito gli ultimi decenni. Il compito dello Stato diventa allora quello di attraversare queste trasformazioni senza esserne travolto. 

Il ragionamento cinese non come modello politico da imitare, ma come invito a cambiare disposizione mentale. 

Per descrivere l’intensità di questi cambiamenti Leonard ricorre a un’altra formula, “C4”. Il richiamo all’esplosivo è voluto, e le quattro C indicano altrettante forze capaci di mettere sotto pressione l’ordine esistente: capitalism, climate, chips, civilizations. 

Il capitalismo globale è diventato estremamente complesso, digitalizzato, interconnesso e, soprattutto, sempre più esposto alla logica della sicurezza nazionale. Paesi che diffidano gli uni degli altri continuano ad avere bisogno gli uni degli altri e proprio questa dipendenza reciproca apre nuovi spazi per la coercizione. Leonard immagina quindi un mondo ancora profondamente connesso, forse perfino più di oggi, ma nel quale le reti economiche vengono usate apertamente per fare politica di potenza. 

Il clima aggiunge un ulteriore livello di instabilità, perché produce eventi estremi e migrazioni, ridisegna geografie produttive e modifica gli equilibri tra vincitori e perdenti. 

Poi ci sono i chips, categoria con cui Leonard riassume la rivoluzione tecnologica e in particolare l’AI. Qui il tono diventa curiosamente prudente. Dopo aver parlato con interlocutori nel Golfo, in India, in Cina e altrove, ammette che nessuno sa davvero quale sarà la strategia vincente: possedere i modelli più avanzati, diffondere rapidamente l’AI nel tessuto produttivo, puntare sulle applicazioni, aspettare che i modelli diventino commodities. E nessuno sa ancora quale sarà il saldo occupazionale. 

La previsione sulla quale si sente più sicuro riguarda gli effetti politici e sociali: difficilmente una trasformazione di questa portata aumenterà la stabilità. Se poi all’AI si aggiungono quantum computing e altre tecnologie emergenti, il risultato sarà probabilmente un’ulteriore dose di unorder. 

La quarta C, civilizations, porta Leonard sul terreno più delicato. 

L’ordine del Novecento si è formato in una fase in cui europei e americani disponevano di una quota enorme del potere economico, militare e culturale mondiale. Era possibile, da quella posizione, immaginare che un insieme di istituzioni e valori avrebbe progressivamente assunto carattere universale. 

Il XXI secolo si muove in una direzione diversa. Il baricentro demografico ed economico si sposta verso Asia e Africa, mentre Cina, India, Turchia, Iran e altri attori tornano a raccontarsi attraverso storie che precedono l’egemonia occidentale. La modernizzazione non viene più necessariamente letta come sinonimo di occidentalizzazione. 

“Gli altri paesi vogliono scrivere le proprie storie”, osserva Leonard. E talvolta il fatto stesso che sia l’Europa a presentare una proposta come universale la rende, agli occhi di altri, meno attraente. 

Le quattro C, sovrapponendosi, producono quello che Leonard chiama “compound chaos”, una “policrisi sotto steroidi” in cui le trasformazioni non si limitano a sommarsi, ma si moltiplicano esponenzialmente. 

Nel suo intervento romano Leonard sposta lo sguardo dalla geopolitica alle democrazie europee. Le crisi dell’interdipendenza globale non rimangono fuori dai confini, arrivano dentro le società e modificano il rapporto tra cittadini, governi e istituzioni. 

Un esempio molto attuale è AfD in Germania: nasce durante la crisi dell’euro; cambia natura durante la crisi migratoria del 2015; spinge sui no-vax e no-chiusure durante il Covid e si trasforma ancora con la guerra alle politiche green. C’è un elemento comune: la percezione che decisioni prese altrove, fenomeni transnazionali e vincoli esterni condizionino in profondità la vita quotidiana senza che lo Stato riesca davvero a governarli. 

Ogni crisi, in questa lettura, indebolisce la politica tradizionale due volte. La prima perché mostra i limiti della capacità di controllo dei governi. La seconda perché fa emergere, agli occhi degli elettori, chi viene protetto e chi sostiene i costi, e torniamo sempre a élite vs. popolo. I vecchi partiti comunisti cercavano nelle “contraddizioni del capitalismo” il punto da cui far avanzare la propria agenda, molte nuove destre costruiscono consenso sulle contraddizioni del liberalismo e della globalizzazione. 

La conseguenza, per l’Europa? Difesa, politica industriale, energia e tecnologia contano, naturalmente, ma la questione della sovranità europea è destinata a rimanere incompleta finché non si traduce anche nella sensazione, per gli elettori, che qualcuno sia tornato in grado di proteggerli. 

A questo punto uno si aspetterebbe una conclusione pessimista sull’Unione europea. E invece se il sistema globale basato sulle regole si sta indebolendo, l’Europa può ancora essere il luogo nel quale quelle regole continuano ad avere forza, a condizione però di liberarsi da alcune abitudini intellettuali. 

Il libro recupera a questo proposito una tensione che accompagna l’integrazione europea fin dalle origini. Da una parte Altiero Spinelli, l’architetto del progetto federale; dall’altra Jean Monnet, che procede attraverso realizzazioni concrete, aggiusta le istituzioni mentre le costruisce e trasforma gradualmente la cooperazione in solidarietà politica. Leonard ha molta simpatia per il secondo metodo. “Il mio punto non è contro l’architettura in quanto tale (mia moglie è un architetto!). È contro l’idea di un’architettura globale”. 

Gli europei, dice, continueranno ad avere bisogno di essere architetti dentro l’Europa. Diventa invece assai più difficile pensare che possano ancora disegnare l’ordine dell’intero sistema internazionale: manca il potere necessario, manca la legittimità e, soprattutto, manca una vera domanda da parte del resto del mondo. 

All’interno dell’Unione lo spazio per costruire resta ampio. Leonard considera persino fuorviante l’ossessione per gli “Stati Uniti d’Europa”, perché l’Ue ha già prodotto qualcosa di molto più originale: una forma di organizzazione della sovranità che non assomiglia né a uno Stato federale classico né a una semplice organizzazione internazionale. 

Proprio questa stranezza, spesso descritta come una debolezza, potrebbe diventare utile in un mondo più fluido. L’Europa ha già imparato a combinare livelli diversi di governo, geometrie variabili, mercati comuni e sovranità nazionali. Potrebbe aver bisogno di farlo molto di più. 

Anche sul piano dei valori Leonard propone una correzione. Racconta di essersi spostato rispetto alle idee che sosteneva vent’anni fa, quando vedeva nel modello europeo una forza capace di diffondersi attraverso allargamento, vicinato, istituzioni e integrazione regionale. Oggi ritiene che l’Europa debba riconoscere quanto la propria storia sia stata particolare e quanto sia difficile trasformarla automaticamente in una traiettoria universale. 

Altre società avranno battaglie diverse, priorità diverse, compromessi diversi. L’Europa può difendere ciò in cui crede evitando però di immaginare che la propria esperienza storica sia necessariamente il punto d’arrivo di tutti. 

E soprattutto, suggerisce Leonard, farebbe bene a dedicare qualche energia in più a convincere i propri cittadini. Negli ultimi anni ha spesso mostrato maggiore sicurezza quando spiegava agli altri come avrebbero dovuto organizzarsi che quando doveva parlare a coloro che, dentro le democrazie europee, si sentono perdenti della globalizzazione e sono ormai tentati dall’idea di far saltare l’intero sistema. 

Alla fine Leonard torna ai lanweilou . 

Quando è diventato chiaro che molti sviluppatori immobiliari non sarebbero tornati a completare gli edifici, alcune famiglie cinesi hanno smesso di aspettare. Sono entrate negli appartamenti ancora grezzi, hanno coperto le aperture con teli, montato cucine improvvisate, trovato sistemi rudimentali per avere acqua ed elettricità. Non era ciò che avevano comprato e non assomigliava ai rendering che avevano visto. Però era un tetto. 

Leonard vede in quelle famiglie una lezione per l’Europa. “Dobbiamo andare ad abitare le rovine di questo mondo che è crollato”. Una parte del vecchio ordine potrà ancora essere salvata: segmenti di diritto internazionale, istituzioni, diritti, alleanze, forme di cooperazione. Altre parti resteranno probabilmente incompiute. Continuare ad aspettare che qualcuno torni a completare il cantiere è sciocco se non irresponsabile.  

Vale soprattutto per il rapporto con gli Stati Uniti. Leonard non crede che basti un cambio alla Casa Bianca per riportare indietro il tempo. Il disimpegno americano dal ruolo di garante dell’ordine internazionale precede Trump e probabilmente gli sopravviverà in forme diverse.  

L’Europa possiede ancora fondamenta robuste, istituzioni, ricchezza, competenze, capacità tecnologiche, alleanze e soprattutto una lunga esperienza nel trasformare compromessi fragili in costruzioni politiche durature. La parte difficile sarà accettare che il progetto originale non esiste più e che nessuno verrà a terminarlo al posto nostro. 

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