Mirandola, il figlio di Pietro Casari sul fratellastro accusato dell’omicidio: «Non provo niente per lui. Non ci penso»
MIRANDOLA – «Non provo niente, non ci penso. Perché se dovessi pensarci dovrei mettere da parte il dispiacere per mio padre e la mia matrigna. Quindi mi concentro su loro, che adesso è il loro momento. Dopo verranno altri momenti».
Stefano Casari risponde così, fuori dalla chiesa, al termine dei funerali di Pietro Casari e Vincenza Giannini, alla domanda su che cosa provi nei confronti di Daniele Tavoni, il fratellastro accusato di avere ucciso e decapitato i due coniugi nella loro casa di via Imperiale a Mirandola.
Non ci sono parole di odio, ma neppure di perdono. C'è la scelta, almeno per oggi, di lasciare fuori dalla propria mente l'uomo accusato di avere distrutto la sua famiglia. Di non permettere che il pensiero di lui occupi anche il giorno dell'ultimo saluto a Pietro e Vincenza.
«C'è qualcosa che gli diresti?», gli chiediamo. «No, in questo momento no. Non direi niente».
È una risposta breve, che dice molto più di un lungo discorso. Stefano non vuole parlare di chi è accusato di aver provocato la tragedia. Vuole parlare di chi non c'è più.
Ma come si fa ad accettare che due persone amate siano state portate via in un modo così atroce?
«Con i ricordi. Più uno ha un dispiacere, più con i ricordi va a schiacciare il dispiacere. Perché i ricordi sono belli, devono vincere i ricordi rispetto al dispiacere».
È questo il filo che attraversa tutte le sue parole. La necessità di aggrapparsi a ciò che è stato bello, a una vita intera che non può essere cancellata dalla violenza degli ultimi istanti.
«Qui c'è stato tanto amore, tanto odio. Tanto amore che sulla bilancia più o meno si sono pareggiati, perché dell'amore della comunità, per tutto quello che hanno fatto loro, per come venivano conosciuti, ce n'era tanto».
E di quell'amore, durante i funerali di mercoledì 28 ottobre, si è avuta una testimonianza. Prima di Stefano, una vicina di casa ha ricordato la bontà e la generosità di Pietro e Vincenza, la loro disponibilità verso gli altri. Poi è stato il figlio a raccontare una vita fatta di piccoli gesti, di attenzioni quotidiane, di difficoltà affrontate e superate. Ha parlato degli scogli che il padre e Vincenza avevano incontrato lungo il loro cammino, della capacità di andare avanti nonostante tutto. Fino a questa tragedia, descritta come una mina esplosa all'improvviso, lasciando un macigno di dolore. Un peso che chi resta deve trovare la forza di spostare, per non lasciare che il ricordo delle persone amate rimanga imprigionato nell'orrore della loro morte. E quando gli chiediamo quale ricordo del padre porterà sempre nel cuore, Stefano torna indietro nel tempo. A quando Vincenza non era ancora entrata nella loro famiglia. «Mi ricordo quando andavamo a pescare. Avevamo anche fatto un viaggio insieme. Allora non c'erano le possibilità che ci sono adesso, ma quei ricordi lì...».
Poi arriva il ritratto di Pietro, affidato a poche parole: «Mi ricordo un papà buono, perché lui non diceva mai di no. Tutti gli chiedevano dei favori e lui non diceva mai di no». E Vincenza, che in famiglia chiamavano affettuosamente Cinzia, non era diversa.
«Di solito il figlio va a trovare i genitori e viene sempre via con qualcosa che i genitori hanno preparato per lui. Ecco, chiunque andasse a casa loro veniva via con qualcosa. Poteva essere un piatto di tortellini, un pezzo di torta, un po' d'olio. Lei diceva sempre: dai, prendi, prendi». Non faceva differenza che si trattasse di un figlio, di un parente o di un conoscente. Chi entrava in quella casa veniva accolto come uno di famiglia. Ed è forse questa l'immagine più lontana dalla brutalità del duplice omicidio: una casa dalla quale si usciva con qualcosa da portare via, perché qualcuno aveva pensato a te. Durante il funerale Stefano aveva chiesto ai presenti un gesto inconsueto: un applauso per il padre e la matrigna. Un modo per ricordarli per ciò che erano stati, anziché per la violenza con cui erano morti. Per lasciare spazio all'affetto, alla riconoscenza, alla memoria di una vita intera.
Al funerale era presente anche Michael, nipote di Vincenza e figlio di Daniele Tavoni, insieme alla madre, ex moglie dell'uomo accusato del duplice omicidio. Anche loro, tra le persone che hanno voluto accompagnare Pietro e Vincenza nell'ultimo viaggio, in una tragedia che ha attraversato e sconvolto i legami di un'intera famiglia. Ma Stefano, almeno oggi, vuole tenere il pensiero lontano dall'accusato. Ci sarà tempo, dice, per altri momenti. Adesso il tempo appartiene a Pietro e Vincenza. Gli facciamo un'ultima domanda: «Se oggi potessi abbracciare di nuovo, anche solo per un istante, papà Pietro, che cosa gli diresti?»
Stefano non cerca frasi solenni. «Gli direi che le occasioni per stare insieme sono infinite. Abbiamo avuto la nostra parte e io me le assorbo tutte, queste occasioni. Che siano state mille o poche, tante, io me le assorbo tutte». Poi pensa a quello che farà una volta terminata la giornata, quando i funerali saranno finiti e tornerà il silenzio. «Quando sarà chiuso il sipario, stasera mi metto lì e inizio a mettere in fila tutta la cronologia dei ricordi». Uno dopo l'altro. Le giornate di pesca, quel viaggio insieme, i favori che suo padre non negava mai, i tortellini, le torte e i piccoli gesti di Vincenza. Perché ci sono cose che la violenza può portare via. E altre che Stefano ha deciso di custodire, una per una.
I ricordi devono vincere sul dispiacere.
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