Mirandola, la violenza tra ragazze non è solo disagio giovanile: «Sono anche figli nostri» – LA RIFLESSIONE DI MARCELLO BENASSI
Le immagini della violenza esercitata a Mirandola, da un gruppo di giovanissime su una coetanea, sbigottiscono e inorridiscono. Sbigottisce l’inerzia esercitata dal gruppo di ragazzi, che interviene a tutela della vittima solo a pestaggio inoltrato; inorridisce la fermezza cupa, tetra, pressoché meccanica, dell’adolescente che afferra i capelli della vittima, nonché della compagna che si avventa sopra, al fine di bloccare il corpo della malcapitata fanciulla. Ancora, l’inseguimento dopo le prime botte e il tentativo di continuare l’aggressione.
Si tratta di fotogrammi brutali, che innescano un doveroso e inevitabile sconcerto nei confronti di un’azione a dir poco biasimevole, in fin dei conti criminale. Tuttavia, limitarsi alla censura, alla lecita e dovuta riprensione, farebbe perdere a noi tutti, alla nostra comunità nel suo complesso, l’importante occasione di interrogarsi su quel fenomeno vasto e diversificato, etichettato come “disagio giovanile”.
In effetti, associare l’aggettivo “giovanile” al termine “disagio” è una consuetudine diffusa, necessaria per evitare di rivolgere lo sguardo su noi stessi. E’ assodato che la violenza, agita o plasticamente ritratta (come nel video in questione), non scaturisca da un’innata propensione alle mani o - solo - da storie familiari complesse. E’, in verità, il frutto avvelenato di una dimensione sociale che sempre più sdogana “le maniere forti”, il “farsi giustizia da soli”, la respingenza verso chi ha meno; che, al contempo, esalta il guadagno facile, il valore dei saperi solo a fine produttivo o economico, il lusso (o presunto tale) come elemento di riconoscibilità sociale.
“Trascuriamo d'insegnare le grandi virtù e tuttavia le amiamo e vorremmo che i nostri figli le avessero: ma nutriamo fiducia che scaturiscano spontaneamente nel loro animo fondando su di esse tutto il nostro sistema educativo”, scriveva Natalia Ginzburg nel 1962. Trasmettiamo, in quanto società, l’idea che l’affermazione di sé, relativamente all’essere individui, si basi sulla competizione, tanto spinta da arrivare talvolta alla sopraffazione del prossimo. Vorremmo, però, che i nostri figli sapessero, all’occasione, dimostrarsi generosi, altruisti, filantropi: eppure, non insistiamo su queste grandi virtù, ma retrocediamo anche su quelle che la Ginzburg, sessant’anni fa, definiva piccole. Ci indigniamo per poveri gattini abbandonati, ma ci irrigidiamo, fino alla rabbia o al disprezzo, per la presenza di chi, uomo come noi, arriva da lontano in cerca di una vita migliore.
Di fronte a questi episodi, è facile addossare la responsabilità alla scuola, come se a questa spettasse l’intero compito educativo dell’individuo. Come se l’educazione, articolata nei propri slanci di umanità, non concernesse più ampiamente tutta la comunità. E’ frequente, per esempio, che, a seguito di orribili fatti di cronaca riguardanti la sfera sessuale, s’invochi una maggiore attenzione da parte della scuola: ma, anche qualora si dedichi all’educazione sessuale una larga parte dell’esiguo monte ore settimanale, come sarebbe possibile persuadere un giovane di buona condotta relazionale, quando con un semplice click è possibile accedere a contenuti fortemente suggestivi e disfunzionali?
Ebbene, innanzi all’episodio di violenza occorso a Mirandola, sarebbe via sbrigativa e apparentemente priva di ostacoli addossare la responsabilità dei fatti al “disagio giovanile”, alla latitanza delle famiglie, alla superficialità della scuola. Certo, via breve, ma fortemente fallace. Questo episodio interroga la coscienza di tutti noi in quanto cittadini e, come tali, corresponsabili dell’educazione dei giovani. Sono anche figli nostri.
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