No, quelli non sono figli nostri – L’EDITORIALE DEL DIRETTORE
Di Antonella Cardone
Caro Marcello, ho letto la tua riflessione sulla violenza di Mirandola. Poi sono arrivata alla conclusione che infine hai tirato: «Sono anche figli nostri». No, Marcello. Quelli non sono figli nostri. Non accetto questa distribuzione ecumenica delle responsabilità, questo gigantesco abbraccio collettivo nel quale finiscono tutti, colpevoli e innocenti, educatori e assenti, vittime e aggressori. Tutti responsabili, dunque nessuno responsabile. Comodo. Troppo comodo.
E basta con questa storia del disagio giovanile. Basta! È diventata la parola magica che spiega tutto e assolve tutti. Picchiano? Disagio. Umiliano? Disagio. Inseguono una ragazza per continuare a colpirla? Disagio. E magari scopriremo che il problema era la noia, l'identità sospesa, la società competitiva, la globalizzazione. Purché non si debba pronunciare quella parola così sgradevole: responsabilità.
Abbiamo cresciuto una generazione alla quale abbiamo dato tutto e chiesto pochissimo. Telefonini, vestiti, vacanze, divertimenti. Tutto subito, tutto dovuto. Ogni frustrazione rimossa, ogni ostacolo spianato. Abbiamo cresciuto consumatori anziché persone. E adesso ci sorprendiamo se qualcuno non sopporta un no e scambia la prepotenza per forza.
E poi lo sradicamento. Il non sentirsi né di qua né di là, l'identità frammentata. Ma per favore. Viviamo in un mondo che offre possibilità di conoscenza, movimento e libertà sconosciute alle generazioni precedenti. Dovremmo trasformare persino queste opportunità in una disgrazia? Nessuna crisi d'identità autorizza a prendere a botte una coetanea.
E non raccontatemi che non sanno distinguere il bene dal male. Minore età un corno. Non sono bambini dell'asilo. Sono adolescenti che sanno usare uno smartphone, organizzarsi, scegliere chi frequentare. E improvvisamente non saprebbero che picchiare qualcuno è sbagliato? Esiste il libero arbitrio, per chi crede. Esiste la responsabilità personale, per tutti. La minore età comporta tutele giuridiche, non un'esenzione dalla coscienza.
E veniamo ai telefonini. Perché c'è qualcosa di persino più inquietante delle botte: trasformarle in spettacolo. Chi filma per denunciare raccoglie una prova. Chi filma per esibire la sofferenza, condividerla, ottenere visualizzazioni, compie una seconda violenza. La amplifica, la prolunga, la rende digeribile. Normale. La vittima viene umiliata ancora, a ogni condivisione. E non nascondiamoci dietro la privacy: tutelare l'identità dei minorenni, soprattutto della vittima, è doveroso. Ma proteggere un'identità non significa cancellare una responsabilità.
E i genitori? Dove sono? Non quelli che pagano, comprano, accompagnano e giustificano. Quelli che guardano. Che ascoltano. Che sanno con chi escono i figli, come parlano, come trattano gli altri. Quelli capaci di dire no, di imporre una regola, di sopportare una porta sbattuta. Fare i genitori è una fatica quotidiana, non un titolo onorifico. Nessuno ti consegna un manuale, ma questo non autorizza a rinunciare. E non si educa un figlio con una carta di credito o con gli occhi incollati al telefonino.
Del resto, che cosa dovrebbero desiderare ragazzi ai quali abbiamo già comprato tutto? Leggono poco, hanno poche parole per raccontare le emozioni, confondono il desiderio con il possesso. E chi dovrebbe insegnare loro a leggere e a immaginare? Genitori che non aprono un libro?
E lasciamo in pace la scuola. Abbiamo insegnanti, educatori, associazioni sportive, biblioteche, parrocchie, servizi. Una rete di opportunità che le generazioni precedenti nemmeno immaginavano. E continuiamo a pretendere che supplisca alle responsabilità familiari. Salvo poi accusarla quando qualcosa va storto.
Non conosco le famiglie delle ragazze coinvolte e non attribuisco loro colpe che non posso dimostrare. Ma una cosa la so: quando un figlio ha successo, i genitori ne rivendicano orgogliosamente il merito. Quando commette qualcosa di grave, improvvisamente è colpa della società. Troppo facile. Le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli. Ma le azioni dei figli chiamano i genitori a rispondere del proprio ruolo educativo.
Non voglio essere comprensiva a comando. Non voglio cercare attenuanti prima ancora di aver riconosciuto la violenza. Non voglio che si parli per ore del disagio di chi picchia e per pochi secondi del dolore di chi viene picchiato. La mia solidarietà è per quella ragazza aggredita. Non per chi ha scelto di farle del male.
Perciò, caro Marcello, respingo la tua conclusione. No, quelli non sono figli nostri. Io non sono così. Noi non siamo così. Non siamo tutti uguali, non abbiamo tutti rinunciato a educare, non abbiamo tutti sostituito la presenza con gli oggetti e le regole con le giustificazioni.
E rivendico il diritto di dirlo senza chiedere scusa, senza aggiungere un «però», senza rifugiarmi nella rassicurante formula secondo cui siamo tutti colpevoli di tutto.
Perché quando tutti sono colpevoli, nessuno paga. E chi ha preso le botte resta l'unico ad aver pagato davvero.
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