Mirandola, violenza da baby gang al femminile: ragazza gettata a terra e massacrata di calci e pugni dalle coetanee
MIRANDOLA – La afferra per i lunghi capelli, la trascina a terra e comincia a colpirla. Subito altre due ragazze si avventano su di lei. Sono tre contro una, calci e pugni che iniziano e continuano anche quando la vittima è ormai a terra, senza possibilità di difendersi. Attorno, un gruppo di adolescenti assiste alla scena. Qualcuno grida, qualcuno cerca di riportare la calma, altri riprendono tutto con il cellulare. È una scena di violenza brutale quella documentata dai video che da alcuni giorni circolano nelle chat dei giovanissimi della Bassa modenese. È accaduto l'altra sera a Mirandola, nella zona commerciale alla periferia della città, diventata uno dei principali luoghi di ritrovo degli adolescenti del territorio.
Il luogo è quello dei grandi magazzini, dei fast food, dei parcheggi e degli spazi dove, soprattutto nel pomeriggio e alla sera, si incontrano ragazzi e ragazze che arrivano non soltanto da Mirandola, ma anche dai paesi vicini. Hanno 13, 14, 15, 16 anni, qualcuno 17. Un mondo di giovanissimi che si ritrova lontano dagli spazi tradizionali di aggregazione, tra centri commerciali e locali della ristorazione veloce. Ed è proprio in questo contesto che si è consumata un'aggressione particolarmente preoccupante, non soltanto per la violenza dei colpi, ma anche per la dinamica collettiva che emerge dalle immagini.
Nei filmati si sente inizialmente una ragazza rivolgere insulti a un'altra. La tensione sale rapidamente, fino al momento in cui una delle giovani afferra la coetanea per i capelli e la scaraventa a terra. È il segnale che scatena l'aggressione. Altre due ragazze intervengono, ma non per separarle: si uniscono alla prima, colpendo la giovane a terra con calci e pugni. Alcuni colpi sembrano raggiungerla anche al volto. La vittima cerca di proteggersi, ma è in evidente difficoltà davanti alla superiorità numerica delle aggressore.
La sequenza prosegue per diversi, interminabili istanti. Nei video si distinguono almeno una decina di ragazzi presenti nei pressi dell'aggressione. Non tutti rimangono passivi: a un certo punto alcuni intervengono e uno dei giovani riesce ad allontanare la ragazza che aveva dato inizio al pestaggio. Ma la tensione non si esaurisce immediatamente. Si sentono inviti a calmarsi, mentre la prima aggressora sembra cercare nuovamente il contatto con la vittima.
A impressionare è anche la fisicità dell'aggressione. Non si tratta di una semplice lite tra adolescenti degenerata in qualche spintone, ma di un'azione violenta nella quale più ragazze colpiscono contemporaneamente una coetanea già finita a terra. Una modalità che richiama i pestaggi di gruppo generalmente associati alle cosiddette baby gang maschili e che dimostra quanto sia sbagliato considerare la violenza fisica tra adolescenti un fenomeno esclusivamente maschile.
Tre contro una, mentre gli altri guardano: il ruolo del gruppo e dei cellulari
C'è un altro aspetto inquietante in questa vicenda: la presenza dei telefonini. L'aggressione è stata documentata in una lunga sequenza di immagini, poi passate di telefono in telefono e di chat in chat, alimentando commenti e reazioni. Molti condannano quanto accaduto, ma resta una domanda difficile da evitare: che cosa succede quando un'aggressione diventa anche uno spettacolo da registrare e condividere?
Il problema non è semplicemente quello dei ragazzi che filmano. Una registrazione può diventare una testimonianza importante per ricostruire i fatti e individuare eventuali responsabilità. Il punto è capire quale sia il confine, per chi assiste, tra documentare, chiedere aiuto e trasformare la sofferenza di una persona in un contenuto da far circolare tra amici e conoscenti. Soprattutto quando protagonisti e spettatori sono minorenni.
Al momento non sono noti eventuali interventi delle forze dell'ordine, denunce o conseguenze sanitarie per la ragazza aggredita. Non sono nemmeno accertate le ragioni che hanno scatenato la violenza. I filmati documentano una parte essenziale dell'accaduto, ma non consentono da soli di ricostruire tutto ciò che lo ha preceduto né di stabilire eventuali responsabilità penali.
Dalle spedizioni punitive tra ragazzine alle nuove forme di violenza giovanile
Chi segue da anni la cronaca della Bassa modenese sa che episodi di questo genere non rappresentano una novità assoluta. Sono cambiate le generazioni, i luoghi di ritrovo e soprattutto le modalità con cui le aggressioni diventano pubbliche, ma certe dinamiche ritornano ciclicamente. Ci sono stati periodi in cui le tensioni tra gruppi di adolescenti si concentravano in altre zone di aggregazione, così come in passato non sono mancate vere e proprie spedizioni punitive organizzate da ragazzine che raggiungevano in treno altri paesi per affrontare e picchiare una coetanea, talvolta per rivalità sentimentali o questioni di gelosia.
Oggi a cambiare è soprattutto la velocità di diffusione delle immagini. Il pestaggio non rimane confinato al racconto dei presenti: entra nei telefoni di decine, forse centinaia di adolescenti, diventa argomento di conversazione, produce reazioni, giudizi, schieramenti. E rischia di prolungare la violenza anche dopo la fine dell'aggressione fisica, esponendo la vittima alla continua circolazione delle immagini della propria umiliazione.
Non sappiamo se dietro quanto accaduto a Mirandola ci sia un gruppo organizzato o una rivalità precedente. Parlare di baby gang, in questo caso, significa richiamare una dinamica di violenza collettiva, non attribuire alle protagoniste l'appartenenza accertata a un'organizzazione criminale. Ma il problema resta: tre adolescenti che agiscono insieme contro una sola ragazza, colpendola mentre è a terra, rappresentano un segnale che non può essere liquidato come una ragazzata.
Da Milano a Bologna, una violenza giovanile che interroga anche la Bassa
L'episodio di Mirandola arriva in giorni nei quali il tema della violenza giovanile è tornato prepotentemente al centro della cronaca nazionale. Il 17 ottobre, a Milano e Bologna, manifestazioni con una forte presenza di giovani sono state segnate da gravi disordini, scontri con le forze dell'ordine e arresti, anche di minorenni. A Bologna, in particolare, sono stati coinvolti nei procedimenti giudiziari anche ragazzi di 16 e 17 anni.
E c'è un interrogativo ulteriore che riguarda proprio le ragazze. Per troppo tempo la violenza femminile in adolescenza è stata considerata marginale, quasi un'eccezione rispetto a un modello di aggressività prevalentemente maschile. Le immagini di Mirandola obbligano invece a guardare il fenomeno senza stereotipi: anche le ragazze possono ricorrere alla sopraffazione fisica, all'aggressione di gruppo e alla violenza più pesante.
Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare tre giovani aggressore nel ritratto di un'intera generazione. La maggioranza dei ragazzi e delle ragazze frequenta questi luoghi senza rendersi protagonista di episodi violenti. Ma proprio per questo ciò che è successo merita attenzione, prima che la ripetizione di simili scene finisca per renderle normali.
La questione riguarda le famiglie, la scuola, le istituzioni, gli educatori e gli stessi adolescenti. Riguarda gli spazi di aggregazione, la capacità di riconoscere le tensioni prima che esplodano e soprattutto il significato che i più giovani attribuiscono alla forza, al rispetto e all'appartenenza al gruppo.
Perché a Mirandola, al di là delle immagini che continuano a circolare, rimane un fatto difficilmente contestabile: una ragazza è finita a terra e tre coetanee hanno continuato a colpirla. Intorno c'erano altri ragazzi. Qualcuno, alla fine, è intervenuto. Ma nel frattempo la violenza aveva già superato ogni limite.
E questa non è una semplice lite tra ragazzine. È un problema che riguarda tutta la comunità.

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