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10 Ottobre 2026
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Omelia dell’arcivescovo Castellucci: “Passare dall’io al noi”

OMELIA DELL’ARCIVESCOVO ERIO CASTELLUCCI  Ez 3,16-21; Sal 88; 1 Cor 9,16-19.22-23; Mt 9,35-10,1  Le folle “erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Il triste spettacolo  del gregge disperso e affaticato entra nel cuore del Signore: il Vangelo dice che Gesù “ne  sentì compassione”. Immaginiamo un gregge privo di guida: una pecora procede a caso,  un’altra si perde – Gesù parlerà della “pecora smarrita” – e finisce in pasto ai lupi; altre non  trovano la porta dell’ovile e dormono fuori al freddo. Gesù richiama questa immagine  perché, percorrendo città e villaggi, incontra tante persone malate e inferme. Di fronte  all’umanità sofferente, bastonata, frastornata, gli viene spontaneo il richiamo all’assenza dei  pastori, che dovrebbero prendersi cura del gregge, accompagnarlo, orientarlo.  Non è questa una fotografia dell’umanità di oggi? Queste folle “stanche e sfinite” che  destano la “compassione” del Signore sono i cento milioni di contagiati, due milioni dei  quali defunti; sono i miliardi – quasi tutti gli abitanti del pianeta – che vivono nell’ansia,  nella paura e nel lutto; sono quelli che si vedono privati del lavoro, della scuola e delle  relazioni. L’elenco sarebbe lungo. Quest’anno San Geminiano ci trova molto provati, ci  coglie nella situazione delle folle palestinesi di duemila anni fa. Non che prima della  pandemia andasse tutto bene, come non andrà tutto bene dopo, quando – per restare  sull’immagine evangelica – raggiungeremo l’immunità di gregge. Fame e sete, guerre e  violenze, attentati alla vita e alla dignità, malattie e disastri naturali, indifferenza ed egoismi,  come c’erano prima, ci sono ora e ci saranno dopo.  Se però il Vangelo è “buona notizia”, deve iniettare speranza. I mali li sanno elencare tutti,  ma il Signore, inoltre, li sa curare. Per due volte il Vangelo di oggi dice che Gesù si faceva  “terapeuta”. Lui non sta con le mani in mano a fare delle analisi, ma si rimbocca le maniche  della tunica e contrasta il male. Proprio come fanno milioni di persone impegnate sui fronti  della cura: nella sanità, nella scuola, nelle istituzioni civili, sociali, militari, religiose e  politiche, nel volontariato e nelle diverse professioni. Anche in questo caso l’elenco sarebbe  lungo, molto più di quello dei mali: il bene c’è, è radicato in profondità, è capace di medicare  le piaghe. Nella recente Giornata della Memoria, ricordando tra l’altro il salvataggio dei  giovani ebrei a Villa Emma di Nonantola, il rabbino capo della comunità ebraica di  Modena ha detto: “la migliore risposta al male è la memoria del bene”.  Per noi cristiani questo bene nascosto e prezioso, da chiunque sia compiuto, è frutto dello  Spirito (cf. Gal 5,22), è impronta del Dio che è amore (cf. 1 Gv 4,8.16), è luce che proviene da  Gesù risorto (cf. Gv 14,12): lui, che nella sua vita terrena si era mosso a “compassione” per  le nostre debolezze fisiche, morali e spirituali. Il Vangelo di oggi ha un’altra risonanza speciale: all’inizio e alla fine dice che Gesù curava “ogni malattia e ogni infermità”; e se la  prima parola (nosos) indica le fragilità del corpo, la seconda (malakia) esprime l’idea di  “morbidità”, termine oggi usato per indicare le patologie pregresse aggravate dal virus.  Da anni San Geminiano è diventata anche la festa delle istituzioni. Nell’iconografia più  diffusa, il nostro Patrono tiene in mano, o accanto a sé, un modellino del Duomo e della  Ghirlandina, a significare che non era solo guida religiosa, ma anche punto di riferimento  per la città. E la tradizione che lo ritrae in visita all’imperatore di Costantinopoli, come  terapeuta della figlia posseduta dal demonio, conferma la sua dedizione al bene comune.  Geminiano concentra i ruoli dei pastori religiosi e civili: è una guida per la comunità  cristiana e sociale dell’epoca. La sua figura ci incoraggia a camminare insieme, Chiesa e città,  istituzioni religiose e civili. Si parla da tempo di “crisi delle istituzioni”, con toni che  insinuano il loro tramonto. Ma si tratta di una crisi più generale, la “crisi dell’autorità”, che  colpisce non solo chi guida la società civile e religiosa, ma anche, e ancor prima, chi risponde  alla vocazione di educare, soprattutto i genitori e gli insegnanti.  Nell’ultimo anno si è aggravata la crisi educativa. Pensiamo in particolare ai giovani. La  maggior parte delle famiglie e delle istituzioni scolastiche sta svolgendo un’opera intensa e  competente, che però non elimina del tutto il profondo disagio sofferto dagli adolescenti;  sono espertissimi del digitale, ma sentono che la rete non può rimpiazzare la relazione,  quella vicinanza che li fa crescere. La paura degli adolescenti è in fondo quella di tutti, la  solitudine; appesantita dal fatto che la loro sarebbe proprio l’età del debutto sociale, mentre  devono viverla nell’isolamento. Dovremo presto moltiplicare le energie per affrontare una  sorta di “ri-educazione” agli affetti e alla socialità di un’intera fascia di ragazzi. Insieme alla  generazione dei più anziani, falciata dalla pandemia, alle sofferenze dei disabili e alla crisi  economica, siamo consapevoli che la crisi educativa richiederà le maggiori attenzioni: nello  stile terapeutico di Gesù, che parte dal cuore, che ascolta il disagio profondo.  Nel mezzo di una crisi sanitaria, sociale, educativa ed economica, ci troviamo a vivere  anche una crisi di governo, spia di una più ampia crisi politica. Tre settimane fa il papa in  un’intervista aveva detto che davanti alla pandemia occorre ragionare al “noi, cancellare l’io,  per il momento”. Pare invece che in Italia l’io prevalga sul noi. Non solo la cosiddetta gente  comune, ma anche le guide delle comunità locali e della società civile, ritengono  inconcepibile e dannosa questa crisi, a fronte delle rovine su cui si deve ricostruire, del  morale a terra di molte persone e della necessità che i consistenti aiuti europei per la ripresa  siano affidati a una gestione solida e progettuale. Proprio alla politica appartiene  pienamente quella “compassione”, quel “patire con” chi soffre, a cui accenna il Vangelo.  Colpisce, tra l’altro, che le parole più usate in questi giorni dalle cronache, parlando della  crisi di governo, siano desunte dal linguaggio del gioco d'azzardo: assi nella manica, bluff,  vincite e perdite, scommesse, rischi, puntate al buio, trucchi, calcoli.... il che crea una  incertezza ancora più grande, in un momento nel quale occorre una guida salda.  Ma quando Gesù parla dei pastori pensa anche ai capi religiosi. Le comunità cattoliche  rivelano in questa pandemia una creatività ancora più intensa, spesso nel silenzio, come è  nello stile del bene. Siamo ammirati dalla dedizione di tanti pastori, collaboratori laici e  consacrati, che si fanno prossimi, in tutti i modi possibili, alle persone deboli, con ogni tipo  di aiuti: materiali, morali e spirituali. Tanta gente esprime riconoscenza per quest’opera.  Non posso però nascondere gli atteggiamenti divisivi dentro le nostre comunità. Ad un  certo punto, alcuni sembravano presi da questioni che poco avevano a che fare con la Chiesa,  il Vangelo e le sofferenze di tanti. Fino a mostrarsi preoccupati della dispersione di  frammenti del corpo eucaristico, più che della dispersione di frammenti del corpo ecclesiale  e sociale. Ogni tanto dimentichiamo che lo stesso Gesù risorto presente nell’ostia consacrata  è presente nella Chiesa riunita ed è presente nei bisognosi. E che la mensa dell’altare  alimenta la mensa della vita, altrimenti scade nella superstizione. È anche vero che a volte  siamo noi pastori a dare scandalo, perché non riusciamo a testimoniare, come San Paolo  nella seconda lettura, di “annunciare gratuitamente il Vangelo”.  I pastori che guidano le comunità educative, civili, politiche e religiose, hanno spesso a che  fare con il potere. “Potere” non è una brutta parola: ogni relazione racchiude una dinamica  di potere. Il problema è che questo potere, come chiede Gesù, prenda la forma del servizio.  Esiste allora una parola più espressiva: autorità. “Potere” indica di per sé un dominio  derivante dal proprio stato, è una parola che fa riferimento all’io; mentre “autorità”, dal  verbo augeo, “faccio crescere”, comporta una relazione di servizio tra me e te, e crea un noi.  A Gesù era riconosciuta una grande autorità (cf. Mc 1,22.27 e par.), perché se la guadagnava  sul campo, lasciandosi toccare dal dolore delle folle e dandosi da fare per alleviarlo. Che  l’intercessione di San Geminiano dia a tutti la forza e la gioia di proseguire su questa strada,  di passare dall’io al noi.

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