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04 Novembre 2026
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Oggi su Amazon Prime la serie “I diavoli della Bassa”, intervista al regista Giulio Manicardi che vi ha collaborato

CONCORDIA- L'Emilia-Romagna è da sempre terra di cineasti: Rimini, Ferrara e Bologna sono state le culle degli autori più rappresentativi del cinema italiano come Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Pier Paolo Pasolini, Carpi ha dato i natali alla grande regista e sceneggiatrice Liliana Cavani e Modena è stata uno dei set di "Libera, amore mio", un film di Mauro Bolognini. Anche la Bassa modenese si sta rivelando terreno fertile per nuove promesse cinematografiche e il giovane videomaker concordiese Giulio Manicardi è decisamente uno di queste. Nato a Ostiglia- in provincia di Mantova-  e cresciuto a Concordia, Giulio nella Bassa ha deciso di restare: nonostante il suo pluripremiato cortometraggio "Like" ( che ha vinto il Drago d’Oro al “Miglior Emilia-Romagna filmmaker” al Ferrara Film Festival, il premio quale "Miglior Corto Italiano" al Torino Comics Horror Fest e quello al “Miglior soggetto” all’IIPM Festival) da lui scritto e diretto, l'abbia portato per quattro anni in giro per l'Italia e per il mondo (da Ferrara alla Francia, da Torino alla Russia, l'Ucraina e la Polonia). Prima di "Like" Giulio ha fatto da assistente in altri lavori, soprattutto videoclip, e si è laureato alla sessione cinema del D.A.M.S.di Bologna. Oggi il poliedrico cineasta concordiese lavora per l'agenzia di comunicazione Webaze di Mirandola, allo Studio Il granello di Correggio e ha collaborato alla docu-serie sul caso de “I diavoli della bassa modenese” in onda su Amazon Prime dal 25 maggio. Giulio, ti hanno definito un “giovane cineasta con una grande passione per l’ horror”: ti ritrovi in questa definizione? La passione per l'horror c'è, difficile negarlo, ma non solo per quello. Del cinema mi innamorai- come credo quasi tutti-  da bambino, saccheggiando il video noleggio sotto casa. Mi piacciono tutti i generi: amo le commedie, il drammatico, le cose più sperimentali e i documentari. Ogni genere ha il suo linguaggio e i suoi archetipi, forse l'horror è solo quello che li racchiude tutti e con il quale riesco a comunicare meglio. Ti sei laureato in cinema al D.A.M.S di Bologna: in un’intervista hai detto però che la formazione accademica non ti è poi stata utilissima, è così? L'esperienza al Dams è stata indubbiamente stimolante, mi ha regalato amicizie che coltivo ancora oggi e mi ha aperto al cinema come linguaggio. Purtroppo però, una volta conclusa l'università ci si scontra con "L'attrito del reale", così quello che per anni si è studiato sui libri e per il quale si sono fatte notti insonni per poter passare al meglio un esame non trova un riscontro nella realtà. Io avevo voglia di fare, di misurarmi con il modo reale di fare le cose e così iniziai a inserirmi sui primi set. Come in ogni ambito, il miglior modo per imparare a fare qualcosa è farla. Nel 2016 hai scritto e diretto il corto “Like” che ha vinto diversi premi, tra i quali il Drago d’Oro al “Miglior Emilia-Romagna filmmaker” al Ferrara Film Festival e il “miglior soggetto” all’IIPM Festival oltre a essere stato pluripremiato ai festival internazionali. Come nasce “Like”? “Like” nasce fondamentalmente da una doppia esigenza: un'esigenza personale, di dare un punto di vista sui social e sul loro potere di influenza e un'esigenza “da spettatore” di voler vedere un determinato film  e, non trovandolo nel panorama attuale, decidere di realizzarlo in prima persona. Mi piace lavorare a progetti che io per primo da spettatore vorrei vedere. Forse il ricordo più bello è stato proprio al Ferrara Film Festival, quando incontrai Claudio Simonetti (compositore e musicista) fondatore del gruppo progressive rock Goblin e autore delle colonne sonore dei film di Dario Argento. A me consegnarono il premio da esordiente, a lui quello alla carriera e nel farci una foto insieme mi disse “preoccupati quando ti danno quello alla memoria”. Attualmente stai lavorando alla Webaze di Mirandola e allo studio Il granello di Correggio. Come mai hai scelto di restare in provincia? Mi piace lavorare con diverse realtà. Approcci diversi, colleghi diversi, progetti diversi: come su un set, una piccola famiglia che si crea, si distrugge e si ricrea a ogni nuovo lavoro. Nascere e crescere in provincia ha dei vantaggi e degli svantaggi. Lo svantaggio è che hai poco o nulla. Il vantaggio è che, non avendo nulla, hai voglia di avere tutto. Senti una mancanza e cerchi. Così impari a muoverti nella tua realtà e quando cresci- e questa diventa stretta- passi a una più grande di volta in volta, portandoti dietro tutte le esperienze fatte. Oggi le distanze e le possibilità di creare contatti sono accorciate dal web e dalla tecnologia. Le troupe, le attrezzature, le maestranze in qualche modo si trovano. Sono le idee quelle che fanno e faranno sempre la vera la differenza. Durante la pandemia, una mia amica regista ha realizzato un piccolo documentario coinvolgendo e coordinando diverse persone sparse in diverse nazioni: il tutto dalla zona studio di casa sua. L'artigianalità e l'ingegno sono alla base del cinema, non va dimenticato! A breve approderà su Amazon Prime Video la docu-serie sul caso de “I diavoli della bassa modenese” al quale hai collaborato. Che ruolo avevi nella troupe? Essendo cresciuto nella bassa modenese conoscevo la vicenda, avevo circa 10 anni all'epoca. Poco più di un anno fa venni coinvolto nella produzione come location manager e aiuto segretario di produzione. Serviva qualcuno che conoscesse il territorio e i luoghi dove avrebbero avuto luogo le riprese, che procacciasse le location adatte e fosse consapevole delle complessità che l'organizzazione e il coordinamento di un set prevede. Purtroppo il sisma del 2012 ha modificato enormemente la struttura urbana dei luoghi che fecero da scenario alla vicenda negli anni '90, così è stato spesso necessario un lavoro di ricerca e adattamento. La serie sarà in cinque puntate e sarà visibile su Amazon Prime Video dal 25 maggio. Cosa pensi del panorama del cinema indipendente in Italia e in particolare nel modenese? Il cinema indipendente italiano sta bene. Potrebbe sempre stare meglio, ma sta bene! Purtroppo, spesso, il suo più grande nemico è proprio il pubblico e gli spettatori italiani. Ci sono film e registi indipendenti italiani molto apprezzati all'estero dove talvolta vivono, lavorano e producono, ma quasi totalmente sconosciuti nel loro Paese. Ecco, in questo senso mi piacerebbe che si riuscisse ad andare oltre al preconcetto del “si vede che è italiano”. L'Emilia Romagna è da sempre una terra ricca di storie e di cinema. Questa potenzialità è stata riconosciuta, tanto che negli ultimi anni è stato fatto un importante investimento nel settore audio-visivo con corsi di formazione, aumentando bandi e i fondi della film commission, diventando attrattiva per numerose produzioni. Senza scomodare maestri come Federico Fellini, Liliana Cavani e Pupi Avati, ma guardando all'oggi: pensiamo alla Palomar, grande casa di produzione che si è da poco insediata al Tecnopolo nelle ex Reggiane di Reggio Emilia; "Volevo nascondermi" di Giorgio Diritti, fresco del trionfo agli ultimi David di Donatello; "Veloce come il Vento"; "La guerra è finita" importante fiction Rai; "SanPa- Luci e tenebre di San Patrignano" e "La straordinaria storia dell'Isola delle rose" entrambe targate Netflix e "Veleno" per Amazon. Tutte produzioni importanti. Anche nel modenese si sta creando una scena molto attiva. Penso a Domenico Guidetti che ha diretto Francesco Pannofino nel suo cortometraggio "Djinn Tonic" o a Francesco Barozzi, che con il suo film "L'ultima notte", tratto da una storia della cronaca nera modenese, è arrivato al Torino Film Festival.    

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