Maria Teresa Po: «Ecco com’è essere infermiera all’estero»
Maria Teresa è nata e cresciuta a Carpi, ha studiato Infermieristica all’Università di Modena e nel 2017, quattro mesi dopo essersi laureata era già di turno in un Pronto soccorso inglese. Prima di questo incarico la divisa l’aveva indossata per il tirocinio universitario e, proprio durante quell’esperienza, ha maturato l’idea di voler ‘vedere anche altro’.
Se oggi Maria Teresa si trova nel Regno Unito anziché in Italia è anche perché la carriera professionale lì è più dinamica e meritocratica.
Cosa ti ha spinta ad andare via dall’Italia?
«Già durante gli studi, attraverso l’email universitaria ricevevo delle proposte di lavoro da altre nazioni, mentre in Italia le offerte e i concorsi in quel periodo scarseggiavano. Così, per il timore di rimanere senza un’opportunità ho svolto un colloquio con un’agenzia inglese e dopo un iter burocratico più snello di quelli italiani, sono partita»
Come si è svolto il “reclutamento”?
«I colloqui si sono svolti a Bologna, quindi non ho dovuto sostenere alcuna spesa per il viaggio e non è poco. Mi hanno offerto un corso gratuito per perfezionare la lingua presso una delle loro Università, un alloggio per i primi sei mesi e un contratto a tempo indeterminato. A partire per il Regno Unito eravamo in 20 e devo dire che è stato rassicurante non essere da ‘sola’. In Italia ci sono alcune delle migliori Università al mondo e la nostra eccellente preparazione ci rende professionisti molto ambiti all’estero»
In quale reparto lavori?
«Ho potuto scegliere di prendere servizio in Pronto soccorso. Essere infermiera in Pronto soccorso significa avere delle notevoli responsabilità e dover far fronte alle più svariate criticità. Per tre anni e mezzo ho lavorato in un ospedale situato tra Manchester ed Edimburgo, poi ho scelto di spostarmi a York e l’ho potuto fare senza alcun problema. Da poco ho voluto rimettermi in gioco e cambiare mansione, ora sono in sala operatoria»
Com’è andata con il Covid?
«La pandemia, come ben sappiamo, ha compromesso in modo drastico la salute. L’incertezza clinica e organizzativa è stata estremamente disagevole e angosciante non solo per il personale sanitario, ma per chiunque. In Italia siete stati e siete tuttora senz’altro più prudenti. Qui è andata un po’ diversamente; ma era una cosa nuova per tutti e ogni stato ha agito secondo le proprie scelte, a volte forse troppo politiche. Alcuni colleghi sono rientrati a lavorare in Italia, anche se con contratti a termine»
Progetti futuri?
«Infermieristica ti apre tante possibilità, non solo in ambito clinico ma anche in quello manageriale; c’è una collega ad esempio che a 26 anni è già manager di pronto soccorso. Non mi dispiacerebbe un giorno insegnare in qualche corso universitario. Per ora sono felice così. Mi sono ambientata e ho conosciuto una persona con la quale sto costruendo qualcosa di solido»
Dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, nota più comunemente come Brexit ( sincrasi formata dall’inglese Britain, Bretagna ed exit uscita”) se rientri tra i profili “qualificati” come le professioni sanitarie, puoi usufruire di un percorso apposito che ti permette di avere il visto lavorativo per trasferirti lì. Diverso invece per le professioni più comuni; prima di ottenere un visto lavorativo devi soddisfare un’ampia serie di requisiti, il trasferimento quindi è meno agevole che in passato.
Secondo i dati della Fondazione Migrantes, anche nel 2020, anno della pandemia, oltre 109 mila connazionali sono emigrati all’estero: tre quarti di loro nel Regno Unito.
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