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02 Novembre 2026
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Omicidio Alice Neri, Roberta Bruzzone: “Ecco gli elementi che hanno portato alla condanna di Gaaloul”

CONCORDIA, RAVARINO - Attraverso un post pubblicato su Facebook, la psicologa forense e criminologa Roberta Bruzzone è intervenuta sul caso Alice Neri dopo la condanna in primo grado a 30 anni di carcere per Mohamed Gaaloul, giudicato, in attesa dell'Appello, responsabile dell'omicidio della giovane ravarinese, il cui corpo carbonizzato è stato ritrovato all'interno della propria auto, data alle fiamme nelle campagne di Fossa di Concordia, il 18 novembre 2022. In particolare, Roberta Bruzzone entra nel dettaglio delle motivazioni che potrebbero aver spinto la Corte a condannare Gaaloul in primo grado. Di seguito il post completo:

"Il caso di Alice Neri e gli elementi che hanno portato alla condanna a 30 anni dell’imputato
 
L’omicidio di Alice Neri è uno di quei casi che hanno segnato l’opinione pubblica italiana, non solo per la brutalità della dinamica, ma anche per il complesso percorso investigativo e processuale che ha portato alla condanna in primo grado di Mohamed Gaaloul a 30 anni di reclusione. Ricostruire con rigore questo caso significa comprendere come un mosaico di indizi, quando convergenti e coerenti, possa raggiungere il livello di prova richiesto dal nostro ordinamento ossia “oltre ogni ragionevole dubbio”. La notte tra il 17 e il 18 novembre 2022 si consuma la tragedia. Il corpo di Alice viene ritrovato carbonizzato nel bagagliaio della sua Ford Fiesta, abbandonata in via Griffona, a Fossa di Concordia (MO). Il 23 luglio 2025 arriva la sentenza di primo grado: 30 anni di carcere per omicidio volontario e distruzione di cadavere, oltre a 5 anni di libertà vigilata e risarcimenti significativi, tra cui un milione di euro alla figlia di Alice. L’autopsia è stata un passaggio cruciale. Sul corpo emergono sette coltellate, con segni compatibili con un’aggressione improvvisa e ravvicinata, avvenuta verosimilmente all’interno dell’auto. Il decesso è collocato prima dell’incendio e questo dettaglio esclude l’ipotesi che il fuoco sia stato la causa della morte, rafforzando la lettura dell’incendio come atto deliberato di cancellazione delle tracce. Le ferite e i segni di difesa raccontano la disperata resistenza di Alice contro un attacco fulmineo, impossibile da fronteggiare in uno spazio confinato come quello di un’autovettura. Sono molteplici I pilastri investigativi che hanno portato alla condanna dell’imputato. La svolta arriva grazie a un lavoro mastodontico sulle telecamere (oltre 1800 ore di registrazioni visionate), al sistema di rilevazione targhe e ai dati delle celle telefoniche.
 
Il quadro che emerge è chiaro: Gaaloul è allo Smart Cafè, lo stesso locale in cui si trova Alice. Pochi minuti dopo, lo si vede dirigersi verso la Ford Fiesta. In una telefonata intercettata il 10 dicembre 2022, lo stesso Gaaloul ammette di essere salito sull’auto di “una ragazza bionda”. Quella “ragazza bionda” era Alice. La Fiesta passa ben tre volte davanti all’abitazione di Gaaloul senza fermarsi. Poi sosta per oltre un’ora in una zona isolata sull’argine, prima di muoversi verso il luogo in cui verrà abbandonata e incendiata. Per la Procura, questi percorsi non erano compatibili con un semplice “passaggio a casa”, ma con una sequenza di eventi culminati nell’aggressione e nella successiva gestione del cadavere. All’interno della vettura vengono rilevate tracce di olio lubrificante minerale. Poco distante viene trovata una tanica con residui dello stesso olio, sulla quale è presente il DNA di Gaaloul. Alcuni testimoni riferiscono di averlo visto la mattina successiva con indumenti sporchi di olio e gomma. L’accusa interpreta questo quadro come prova della sua partecipazione attiva all’incendio. La difesa proverà a spiegare la presenza del DNA con un contatto pregresso e casuale (“grigliata con amici”), ma l’insieme degli elementi fa propendere i giudici per una connessione diretta con la scena del crimine. L’8 dicembre 2022 Gaaloul viene arrestato in Francia. Nel frattempo, le intercettazioni registrano conversazioni con i familiari che lo invitano a rientrare per non “prendersi tutta la colpa" In aula viene descritto come un narratore contraddittorio e menzognero, capace di adattare le versioni dei fatti alle prove via via emergenti. La Procura arriva a definirlo un “bugiardo patologico”.
 
Le ipotesi alternative e la loro esclusione
 
La difesa ha più volte evocato la presenza di un “terzo uomo” o l’eventuale coinvolgimento di altre vetture. La verifica su tabulati, celle e telecamere ha escluso movimenti coerenti con questa ipotesi. Anche l’assenza dell’arma del delitto e alcune tracce biologiche non attribuibili a Gaaloul vengono considerate fisiologiche in una scena complessa e contaminata dal fuoco, ma non sufficienti a spostare il baricentro probatorio. Il profilo della vicenda è quello tipico di un omicidio di matrice situazionale:
 
• incontro casuale in un locale,
• spostamento in auto,
• litigio degenerato in aggressione improvvisa,
• gestione immediata e rudimentale della scena per cancellare prove (incendio con accelerante).
 
La scelta dell’auto come luogo del delitto risponde a due logiche criminologiche precise:
 
1. Massimizzare il controllo sulla vittima in uno spazio angusto;
2. Minimizzare il rischio di testimoni o di fuga della stessa.
 
Il successivo incendio rappresenta la fase riparatoria ossia il tentativo disperato di distruggere ogni traccia e guadagnare tempo, atto che tradisce però un forte timore di essere scoperto.
 
Perché la Corte ha condannato l’imputato
 
La condanna a 30 anni si regge su cinque pilastri:
 
1. Ultimo contatto: è l’unico individuato con certezza in auto con Alice, come provano video, celle e la sua stessa ammissione.
2. Percorsi anomali: le soste e i giri ripetuti non sono compatibili con un passaggio innocente.
3. Tracce dell’incendio: olio nella vettura, tanica con DNA, abiti spariti.
4. Condotte di fuga e menzogne: la partenza per la Francia e le versioni contraddittorie hanno rafforzato la percezione di colpevolezza.
5. Quadro medico-legale: le coltellate e la morte prima dell’incendio escludono incidenti o dinamiche alternative.
 
La revoca della parte civile del marito
 
Uno degli aspetti più discussi è stata la decisione del marito, tramite l’avvocato Antonio Ingroia, di revocare la costituzione di parte civile e chiedere l’assoluzione dell’imputato. Questa scelta ha avuto grande risonanza mediatica, ma non ha inciso sul procedimento penale, che è guidato dal principio del libero convincimento della Corte. Per essere più chiari, il tribunale ha giudicato sulle prove, non sulle posizioni private delle parti. La difesa ha annunciato ricorso in appello. E sarà un passaggio delicato, in cui proverà a smontare l’impianto indiziario contestando punto per punto DNA, percorsi e condotte.
 
Ma resta il dato centrale: l’insieme degli indizi, pur non avendo una “prova regina”, si è dimostrato coerente, convergente e incompatibile con scenari alternativi. Dal punto di vista criminologico, il caso Alice Neri evidenzia come una sequenza di comportamenti — dall’ultimo incontro alla gestione post-delictum — possa diventare uno schema comportamentale talmente preciso da incarnare la principale prova a carico dell’imputato, arrivando a smentirlo clamorosamente. Il tentativo di cancellare, mentire, fuggire non è solo un indice di colpevolezza agli occhi della legge, ma anche un pattern ben riconosciuto negli studi criminologici sui femminicidi in cui la distruzione della vittima è spesso seguita dal tentativo di distruggere le prove e, infine, dalla costruzione di menzogne funzionali al depistaggio.
 
La condanna di Gaaloul in primo grado non chiude la storia perché gli appelli e le strategie difensive continueranno a cercare spiragli. Ma ciò che resta fermo, al di là di ogni tecnicismo giuridico, è la memoria di Alice e la responsabilità di ricordare che dietro le carte processuali ci sono vite spezzate, famiglie devastate e una comunità che chiede giustizia. Il caso Neri ci insegna soprattutto che la verità giudiziaria nasce spesso dall’incrocio di tanti indizi apparentemente fragili, ma che, messi insieme, costruiscono un quadro granitico. Ed è’ stato questo incrocio che ha convinto la Corte a condannare Mohamed Gaaloul per l’omicidio di Alice Neri".
 
 
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