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17 Settembre 2026
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Dopo l’omicidio stradale il Comune di Modena propone una una Commissione servizi dedicata all’area di San Matteo

 
Quella di San Matteo non è censita, non è una microarea, non ha infrastrutture, non è attrezzata per ospitare nessuno. Eppure esiste da più di dieci anni, in una condizione non di diritto ma di fatto, ed è tornata prepotentemente alla ribalta per la drammatica vicenda dell'omicidio stradale di sabato, quando in via Albareto è stata uccisa un'anziana travolta da un'auto lanciata a bomba con quattro giovanissimi del campo senza patente, e senza assicurazione.
Adesso a Modena l’assessora Francesca Maletti ha proposto la convocazione di una Commissione servizi dedicata all’area di San Matteo, per approfondire nel merito le criticità e le prospettive. Ha invitato i consiglieri a visitare direttamente le aree, “per vedere luci e ombre”, garantendo massima collaborazione nella definizione delle date. Ha ricordato che queste famiglie “hanno stipulato un patto con Modena” e che i consiglieri, in quanto rappresentanti dei cittadini, sono chiamati a una corresponsabilità nel verificare cosa accade e quali interventi siano necessari.
 
L'area di San Matteo

Il cosiddetto campo nomadi di San Matteo, a Modena, nasce oltre dieci anni fa come insediamento abusivo su un’area agricola comunale lungo la Canaletto, classificata a vocazione ambientale e non destinata ad alcun uso abitativo. Nel tempo, alcuni nuclei familiari apolidi provenienti dalla Bosnia Erzegovina si stabiliscono nell’area con caravan, in condizioni prive di infrastrutture e servizi.

La permanenza, inizialmente irregolare, si consolida quando due componenti dei nuclei familiari, condannati per reati (tra cui vicende legate a una banda di rapinatori di bancomat), ottengono gli arresti domiciliari proprio presso l’insediamento. In virtù dell’obbligo di scontare la pena presso il domicilio del nucleo familiare, il campo abusivo viene di fatto riconosciuto come domicilio, impedendone lo sgombero e trasformando una situazione temporanea in una condizione stabile, sospesa tra illegalità e tolleranza.

Intanto, aumentava il disagio di residenti e pendolari della Canaletto: sono stati parecchi gli episodi spiacevoli e pericolosi, come si legge in una interrogazione del centrosinistra dell'epoca: 

  • lancio immotivato di sassi, da parte di una nomade residente nel campo, contro i veicoli in transito lungo la SS12 all'altezza dell'insediamento;
  • rapporto conflittuale fra i nomadi e gli abitanti delle residenze limitrofe al campo dovuti alle insistenti richieste di qualsiasi genere e alla sistematica violazione della proprietà privata;
  • accensione di pericolosi grossi falò sotto il viadotto a margine della strada statale durante i mesi invernali;
  • atteggiamenti non rispettosi della propria ed altrui incolumità come la percorrenza a piedi a margine della strada statale di donne con carrozzina e bambini in tenera età;
  • attraversamenti a piedi repentini della Canaletto che hanno provocato non pochi gravi rischi e incidenti che potevano avere anche conseguenze molto serie come il caso dello scorso 14 Marzo dove un bambino di 5 anni, sfuggito al controllo della madre, veniva investito da un furgone in transito.

 

Nel 2015 l’assessora Giuliana Urbelli ammette che l’area non è censita, non è una microarea attrezzata e non ha destinazione abitativa; tuttavia il Comune interviene per garantire assistenza legata agli arresti domiciliari, installando acqua e servizio rifiuti e sostenendo costi pubblici. Persistono criticità ambientali (microdiscariche e roghi), sociali (minori non scolarizzati) e di sicurezza.

Negli anni il sindaco Muzzarelli annuncia più volte l’impegno al superamento dell’area, ribadendo nel 2021 che si tratta di zona agricola e che tutto deriva dagli arresti domiciliari del 2014. Nell’insediamento vivono quattro nuclei (13 persone, 9 minori), assistiti dai Servizi sociali. Una tragedia – la morte in ospedale di un bambino malato che viveva nel campo – non porta alla chiusura dell’area.

Venuti meno anche i presupposti degli arresti domiciliari, gli annunci di soluzione, anche tramite Diocesi e associazioni, non trovano attuazione. A oggi il campo rimane, simbolo di una questione politica e giuridica irrisolta.

Il dibattito in Consiglio comunale sulle microaree

“Il Comune di Modena è stato tra i primi sul territorio nazionale a intervenire per il superamento dei campi nomadi di grandi dimensioni con la realizzazione di microaree: l'esperienza di chiusura del campo di via Baccelliera, effettuata nel 2007, è stata di stimolo anche per il percorso normativo che ha portato alla legge regionale n. 11/2015, che mira proprio a sostenere e rafforzare percorsi di inclusione della popolazione sinti e rom, a partire dalla ricerca di condizioni abitative dignitose”.

Lo ha spiegato la vicesindaca e assessora alla Salute, Sanità e servizi connessi Francesca Maletti rispondendo a un’interrogazione sul tema “Aree destinate a comunità Sinti e Rom del Comune di Modena, rispetto dei regolamenti e controlli”, presentata lunedì 2 marzo in Consiglio comunale da Piergiulio Giacobazzi, di Forza Italia. Il consigliere chiedeva all’Amministrazione una panoramica della situazione delle microaree - con una particolare attenzione a quante siano quelle presenti sul territorio e quali le modalità di organizzazione delle utenze - e a quanto ammonti la spesa sostenuta dal Comune negli ultimi cinque anni per interventi di manutenzione impiantistica e di utenze. Giacobazzi chiedeva anche una fotografia degli abitanti delle microaree: quale sia il tasso di occupazione degli adulti presenti e quale quello di scolarizzazione dei minori. E ancora, il consigliere ha chiesto dettagli su due situazioni in particolare: quella dell’area di via Django, interessata da un incendio nei mesi scorsi, e lo stato di bonifica e rimozione rifiuti di via Baccelliera.

“Premetto che l’area non autorizzata interessata dagli ultimi eventi di cronaca, in località San Matteo, non rientra tra quelle prese in esame dall’interrogazione - ha iniziato la vicesindaca - Colgo però l’occasione per porgere le mie personali condoglianze alla figlia e alla famiglia della persona deceduta a causa della tragedia di sabato e offro subito la mia disponibilità in Commissione e in Consiglio a parlare dell’area in questione, che non è oggetto di questa interrogazione”.

Tornando all’interrogazione presentata da Giacobazzi, Maletti ha spiegato che “le microaree presenti oggi sul territorio modenese sono 16 e sono state istituite in occasione della chiusura, nel 2007, del campo di via Baccelliera. Gli allacci ed impianti elettrici sono stati realizzati a norma di legge al momento dell'allestimento: per questo motivo, in certi casi, non rispettano alcuni dei requisiti introdotti dalla normativa regionale del 2015 – ha spiegato la vicesindaca Maletti – Inoltre, nel corso degli anni gli abitanti sono intervenuti in vario modo sugli impianti esistenti, specialmente nelle aree maggiormente abitate, compromettendo in alcuni casi la sicurezza fino a giungere ad alcune situazioni critiche, come nel caso dell'incendio della cabina elettrica in via Django. Dopo, tra il 2024 e il 2025, in quella microarea sono stati rifatti sia gli impianti elettrici che idrici. Le altre aree, pur non manifestando situazioni ugualmente critiche, saranno soggette a verifica e interventi, in progressione, a partire da quelle maggiormente abitate dopo via Django: via Danimarca, Strada Fossamonda e Cavo Argine. Negli ultimi cinque anni, per interventi di manutenzione, il settore Lavori pubblici ha sostenuto una spesa di circa 480mila euro”.

Per quanto riguarda l’organizzazione delle utenze, “nelle aree sono presenti quelle elettriche e idriche, non c’è l’allacciamento al gas – ha continuato Maletti - Ogni area ha un contatore per i consumi elettrici ed uno per quelli idrici. In ciascuna area familiare è presente un referente unico, individuato nella nuova convenzione stipulata con una delibera approvata in Consiglio comunale e sottoscritta, per ciascuna area, da tutti gli adulti residenti. Il referente unico è anche intestatario unico dei contratti di fornitura delle utenze, sia elettriche che idriche. Con la firma delle nuove convenzioni, le famiglie hanno sottoscritto non solo gli impegni al rispetto delle normative vigenti in materia di rifiuti ma anche di attivarsi per rimuovere e conferire quelli presenti in via Django e Baccelliera. Parallelamente è in corso la raccolta di preventivi per lo smaltimento dei rifiuti speciali maggiormente ingombranti il cui costo, come previsto dalle convenzioni, sarà oggetto di accordo di compartecipazione da parte delle famiglie. Si prevede di procedere alla rimozione dei rifiuti entro l'inverno”.

La vicesindaca è poi entrata nel dettaglio della popolazione delle microaree, spiegando che “a partire dal 2023, il settore Welfare, salute e coesione sociale ha avviato un servizio finalizzato ad interventi socioeducativi e di accompagnamento all’inclusione sociale con particolare riguardo all'asse abitare, rivolti a nuclei familiari presenti nelle aree, per riprendere e supportare percorsi di supporto. Tra le attività svolte, si cerca di aiutare le persone a raggiungere il massimo grado possibile di autonomia e competenza nelle fasi di ricerca, mantenimento e ricollocazione lavorativa, con particolare attenzione ai giovani tra i 18 e i 30 anni di età. Rispetto al 2023, oggi si registra un aumento del 18% di adulti occupati con lavori stabili e un calo dei disoccupati del 16%. Per quanto riguarda i minori in età di obbligo scolastico, ad oggi risultano tutti regolarmente iscritti a un istituto”. Infine, lato controlli amministrativi, tecnici o di Polizia, la vicesindaca Maletti ha spiegato che “nell’ultimo anno non ne sono stati svolti perché non sono giunte richieste in merito”.

L’interrogazione di Piergiulio Giacobazzi (Forza Italia) sul tema “Aree destinate a comunità Sinti e Rom del Comune di Modena, rispetto dei regolamenti e controlli”, a cui ha risposto la vicesindaca e assessora alla Salute, Sanità e servizi connessi Francesca Maletti è stata trasformata in interpellanza, generando un dibattito aperto da Fratelli d’Italia, con Luca Negrini che ha ribadito la contrarietà del gruppo al modello delle microaree, sostenendo che “le persone devono poter vivere dentro alloggi veri e propri”. A suo avviso, infatti, le risorse destinate a queste aree dovrebbero essere impiegate diversamente. Ha affermato che nelle microaree si registrano “situazioni di irregolarità e illegalità” e ha annunciato che il gruppo avvierà verifiche dirette per accertare se le informazioni diffuse alla cittadinanza, in merito al rispetto delle regole e alla legalità, corrispondano alla realtà.

Giovanni Bertoldi (Lega Modena) ha affermato che è giusto tutelare le minoranze e favorirne la convivenza in città, chiarendo che “non c’è una chiusura nei loro confronti”. Ha riconosciuto che questo comporta sacrifici e costi, ma con l’obiettivo di offrire migliori condizioni di vita. Ha però sottolineato che “non dobbiamo accettare aree illegali: tutto deve rientrare in una cornice di legalità, altrimenti gli investimenti rischiano di non produrre i risultati attesi”. A suo avviso, “è arrivato il momento che certe situazioni problematiche vengano risolte”. Ha ricordato che la Regione ha stanziato fondi per progetti di inclusione e che percorsi e strumenti esistono, ma ha concluso ribadendo che “tutto deve essere fatto nel rispetto della legalità”.

Mattia Gualdi (Pd) ha ricordato che le microaree nascono per evitare concentrazioni disordinate e per “dare un perimetro chiaro” a situazioni che altrimenti sarebbero più difficili da gestire: “Una città è più sicura quando le situazioni sono ordinate e hanno regole”, ha affermato, precisando che chi trasgredisce deve essere sanzionato senza deroghe. Secondo Gualdi, la legalità si costruisce anche attraverso la sicurezza degli impianti e una regolamentazione puntuale delle aree. “La sicurezza non è uno slogan ma organizzazione”, ha detto, sottolineando che la politica deve alzare la qualità dell’organizzazione, lavorando su un equilibrio tra fermezza delle regole e visione sul futuro.

 Andrea Mazzi (Modena in ascolto) ha sollecitato il Consiglio comunale a tornare ad affrontare la questione dell’area di San Matteo. Ha sottolineato che si tratta di “un problema che si trascina da vent’anni” e che, a suo avviso, è stato trascurato troppo a lungo. I recenti fatti di cronaca, ha aggiunto, impongono di riportare l’attenzione su questo tema “quanto prima”, chiedendo un’assunzione di responsabilità da parte dell’aula.

Martino Abrate (Avs) ha rilevato che, dalla risposta dell’assessora, il progetto di integrazione prosegue “in maniera soddisfacente”, pur evidenziando che i dati sull’occupazione restano critici, con una percentuale di disoccupati ancora significativa su cui occorre intervenire. Ha sottolineato che il percorso dipende non solo dagli interventi del Comune, ma anche da un cambiamento nella percezione dei cittadini verso comunità “ormai stanziali”. L’obiettivo, ha detto, è eliminare le aree non a norma e, in prospettiva, superare anche quelle legali, trasformandole in “momenti di passaggio verso un’integrazione più completa”. Abrate ha invitato a superare l’idea di pericolosità associata a queste comunità e a lavorare sulla relazione tra imprenditoria e popolazione nomade per favorire l’inserimento lavorativo, concludendo che “dobbiamo riuscire a rispettare e accogliere le diversità”.

Piergiulio Giacobazzi, in replica, ha spiegato di essere stato indeciso se confermare l’interrogazione, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca che si intrecciano con il tema. Ha sottolineato che l’attenzione verso queste famiglie e queste aree è “nell’interesse delle famiglie stesse e dell’intera comunità”, puntualizzando che “le diversità di cultura arrivano fino a un certo punto, in quanto occorre rispettare anche il soggetto accogliente”. Ha evidenziato come il dato sull’occupazione desti perplessità. Sul fronte della scuola ha richiamato l’importanza di investire sulle nuove generazioni, definendo la questione “un tema complesso” su cui occorre concentrare l’impegno.

 

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