Helga Schneider a Carpi racconta Eva Braun: “Colpevole, ma disperatamente innamorata di Hitler”
“Eva Braun è colpevole, senza dubbio: ha vissuto accanto a uno dei più grandi criminali della storia, condividendo i privilegi di un sistema costruito sull’orrore. Ma sono convinta che fosse anche disperatamente innamorata di lui”. È da questa tensione, tra responsabilità e sentimento, che prende forma il nuovo libro di Helga Schneider, scrittrice tedesca che vive a Bologna dagli anni Sessanta. A trent’anni dal successo de Il rogo di Berlino, Schneider torna a interrogare il passato con Eva. Un divano per l’eternità (Oligo), un’opera a metà tra saggio e romanzo psicologico che esplora quello che definisce un “amore malato e impossibile”. Sarà presentato a Carpi all'auditorium Loria (via Rodolfo Pio 1). Appuntamento giovedì 16 aprile alle ore 20.45.
Ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti.
Il libro ripercorre la relazione tra Adolf Hitler ed Eva Braun partendo da un simbolo: il divano rosso del loro primo incontro, che diventa metafora di una storia senza innocenti. Accanto alla narrazione, l’autrice affida ai lettori anche una lettera personale in cui spiega le ragioni profonde del suo lavoro: una riflessione che affonda nelle ferite della sua infanzia, segnata dalla guerra e dall’abbandono della madre, arruolatasi nelle SS quando lei aveva appena quattro anni.
L’interesse per Eva Braun, racconta Schneider, nasce proprio da un ricordo d’infanzia. “Ne sentivo parlare da una zia acquisita, che era stata segretaria di Goebbels. Ne parlava sottovoce, con una certa nostalgia: della sua bellezza, dell’atmosfera al Berghof. Avevo sette anni e per me Eva diventò una figura misteriosa, quasi fiabesca”.
Alla stessa età, Schneider ebbe anche un incontro diretto con Hitler, nel 1944, nel bunker di Berlino. “Era solo. Dopo tutta la propaganda che lo descriveva come carismatico e invincibile, trovarmi davanti un uomo malato, ricurvo, quasi un fantasma, fu uno choc. Aveva il Parkinson, zoppicava, sembrava dipendente dalle droghe. Da bambina mi fece persino pena”.
Fu proprio in quel bunker che, poco dopo, Hitler ed Eva Braun si suicidarono insieme, rivelando al mondo l’esistenza di una donna fino ad allora rimasta nell’ombra. “La stampa impazzì – ricorda Schneider –. Per un periodo Eva diventò quasi più famosa di Hitler. Ma nessuno riusciva davvero a definirla, a comprenderla. Nacque una sorta di mito”.
Ed è proprio per fare chiarezza su quella figura sfuggente che l’autrice sceglie oggi di raccontarne il lato umano. “Su Eva Braun esiste una narrazione confusa e contraddittoria. Io ho voluto affrontarla soprattutto dal punto di vista psicologico, cercando di capire chi fosse davvero, al di là del mito e della storia”.

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