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27 Agosto 2026
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Aimag è tornata un gioiellino. Ora non roviniamola con le solite logiche – L’EDITORIALE

Di Antonella Cardone

Alla fine, la domanda è molto semplice: se Aimag è tornata a essere un gioiellino, siamo sicuri che la politica locale saprà trattarla come tale?

Perché questo è il punto. Non il solo nome della presidente o del presidente che uscirà dall’assemblea del 25 giugno. Non il solo equilibrio tra Carpi, Mirandola, Area Nord, Terre d’Argine, Sorbara e soci privati. Non la sola conta delle candidature, pure numerose, arrivate in questi giorni sui tavoli dei sindaci. Il punto vero è se, dopo anni di tensioni, tentativi di privatizzazione, retroscena, sospetti, pareri delle Corti dei Conti, patti riscritti e rapporti politici logorati, il territorio abbia finalmente capito che Aimag non è una poltrona da occupare. È un patrimonio da custodire.

Un patrimonio pubblico. Strategico. Fragile, se lo si usa male. Fortissimo, se lo si governa bene.

Pochi giorni fa lo abbiamo scritto: Aimag è tornata a essere un gioiellino di cui essere orgogliosi. E ci è tornata senza privatizzarla. Non era una battuta, né una concessione al trionfalismo. Era la presa d’atto di numeri difficili da ignorare: margine operativo lordo cresciuto, investimenti aumentati, debito ridotto, banche tornate a fidarsi, dividendi di nuovo sul tavolo dei Comuni soci. Numeri che smentiscono, o quantomeno ridimensionano fortemente, la narrazione secondo cui senza consegnare il controllo a un grande player esterno Aimag non avrebbe avuto futuro.

Quel racconto ha accompagnato per anni la vita pubblica della Bassa e delle Terre d’Argine. Ci è stato spiegato che l’azienda era troppo indebitata, troppo esposta, troppo piccola, troppo sola. Che il mercato era troppo duro, le gare troppo grandi, le banche troppo nervose, le sfide troppo impegnative. Poi, però, sono arrivati i fatti. E i fatti hanno detto che Aimag poteva essere risanata, rimessa in ordine, rafforzata, riportata nella condizione di scegliere.

Non nella condizione di subire. Di scegliere.

Ed è proprio per questo che appare troppo semplicistico, quasi caricaturale, il tentativo di rappresentare il sindaco di Carpi Riccardo Righi come il regista, o peggio il notaio, di una nuova operazione di “traghettamento” verso Hera. Una lettura comoda per chi vuole far passare come inevitabile ciò che inevitabile non è. Ma la materia è molto più complessa, e chi governa una città di 70 mila abitanti sa bene che non si può ridurre il futuro di una multiutility strategica a una scorciatoia già scritta.

Attribuire a Righi questa visione minimale significa anche fare un torto alla complessità del momento. Perché qui non siamo davanti a un percorso già tracciato a tavolino. Siamo davanti a un nuovo inizio, con un nuovo Patto di Sindacato, un nuovo CdA da nominare e una responsabilità politica che torna pienamente sulle spalle dei sindaci, delle sindache e dei Consigli comunali. Non comparse. Non spettatori. Non ratificatori di decisioni prese altrove. Protagonisti.

La firma del nuovo Patto non è soltanto un adempimento nato dopo i rilievi della Corte dei Conti. È, o dovrebbe essere, l’assunzione di una responsabilità: rimettere le scelte strategiche di Aimag dentro un perimetro pubblico, trasparente, preventivo, discusso nei territori. È questo il punto che va difeso. Le comunità della Bassa, di Carpi, di Mirandola, delle Terre d’Argine, del Sorbara non possono essere trattate come pubblico pagante mentre altri decidono il finale.

Anche perché i risultati di Aimag hanno cambiato lo spartito. Radicalmente. Un’azienda che mostra resilienza, che migliora i conti, che riduce il debito, che torna a distribuire valore ai soci pubblici, che regge dopo anni di tempesta politica e finanziaria, non ha bisogno di essere salvata da nessuno. Non ha bisogno di essere accompagnata docilmente alla cessione del proprio controllo. Non ha bisogno di un presidente “traghettatore”. Ha bisogno di una guida capace di rafforzarne autonomia, investimenti, capacità industriale e radicamento territoriale.

Le “guerre lampo” non si fanno più. Quella tentata con la cessione del controllo di Aimag a Hera, per quello che molti territori hanno vissuto come un piatto di lenticchie, è finita come è finita. Sarebbe saggio farne tesoro. Aimag non è un problema da liquidare. È una leva pubblica di sviluppo economico, ambientale e sociale. Una leva per le reti, per l’acqua, per l’energia, per l’ambiente, per il lavoro, per la qualità dei servizi, per la capacità dei Comuni di non essere soltanto amministratori di vincoli ma anche promotori di futuro.

Questa è la differenza enorme che oggi i sindaci e le sindache dei Comuni soci dovrebbero tenere bene a mente. Perché il 25 giugno non si tratta di distribuire incarichi. Si tratta di decidere chi dovrà accompagnare Aimag nella fase più delicata: quella in cui il risanamento deve diventare strategia, la difesa del controllo pubblico deve diventare capacità industriale, l’orgoglio territoriale deve diventare competenza di governo.

Il rischio, invece, è il solito. Che dopo anni passati a spiegare ai cittadini quanto Aimag sia importante, si finisca per trattarla come una casella del manuale Cencelli. Uno a Carpi, uno all’Area Nord, uno a Mirandola, uno a Terre d’Argine e Sorbara, uno ai privati. Poi dentro quei contenitori si infilano equilibri, appartenenze, compensazioni, vecchie fedeltà, nomi graditi a questo o quel pezzo di partito. E alla fine il gioiellino torna a essere bottino.

Sarebbe un errore gravissimo.

Lo ha scritto con parole nette anche il Comitato Aimag per il Territorio, chiedendo ai sindaci di risparmiare ai cittadini i “riciclati della politica”. Un’espressione dura, certo. Ma chi ha seguito questa vicenda sa che nasce da una stanchezza reale. La gente non ne può più di vedere società pubbliche, enti, partecipate e consigli di amministrazione trattati come parcheggi per carriere finite, seconde file da ripescare, figure da sistemare, equilibri da ricucire.

Aimag non può permetterselo.

Non se davvero vogliamo che resti autonoma. Non se davvero vogliamo che sia pubblica. Non se davvero vogliamo che regga le prossime gare, gli investimenti sul ciclo idrico, le sfide energetiche, le rinnovabili, le possibili alleanze industriali, il rapporto con Sorgea, il confronto con operatori molto più grandi, la tenuta degli impianti, delle reti, dei servizi, dei lavoratori.

La parola “pubblico”, da sola, non basta. È una parola bellissima, ma può diventare vuota se non è accompagnata da competenza, indipendenza, controllo, visione e responsabilità. Pubblico non significa occupato dai partiti. Pubblico non significa amministrato per appartenenza. Pubblico non significa protetto dal mercato solo perché lo si dichiara tale. Pubblico significa essere capaci di difendere un interesse collettivo dentro un contesto difficile, competitivo, tecnico, finanziario e industriale.

Per farlo servono persone autonome. Autonome davvero. Non autonome per curriculum, ma dipendenti per riconoscenza. Non indipendenti sulla carta, ma politicamente telecomandate. Non figure scelte perché “rassicuranti” per qualcuno, ma perché capaci di reggere un’azienda complessa e di dire anche dei no quando servirà.

Il retroscena dei “ghostbuster” raccontato durante la conferenza stampa Aimag aiuta a capire che cosa c’è in gioco. Quando la presidente uscente Paola Ruggiero ha spiegato che, al loro arrivo, si sono sentiti un po’ come cacciatori di fantasmi, non stava cercando una battuta simpatica. Stava descrivendo un clima. Un’azienda da rimettere in ordine, processi da ricostruire, controlli da rafforzare, una funzione di audit interno da istituire, una macchina complessa da rendere leggibile prima ancora che governabile.

Ecco: se davvero quella fase è stata superata, non possiamo permetterci di tornarci per distrazione politica.

Perché il lavoro fatto in questi anni non cancella i problemi. Li rende affrontabili. Aimag non è diventata improvvisamente invincibile. Dovrà misurarsi con il ciclo idrico, con la distribuzione gas, con l’energia, con la finanza, con i costi degli investimenti, con la qualità dei servizi, con la necessità di attrarre competenze e trattenere professionalità. Ma oggi può farlo da una posizione diversa. Non più con il cappello in mano, non più raccontata come malata terminale, non più costretta a sentirsi dire che l’unica salvezza è farsi comprare o comandare da altri.

Questa è una conquista. E le conquiste, se non vengono protette, si perdono.

Per questo l’assemblea del 25 giugno non sarà una formalità. Sarà il primo vero esame del nuovo Patto di Sindacato. I Comuni hanno rivendicato il controllo pubblico? Bene. Ora devono dimostrare di saperlo esercitare. Hanno detto che Aimag deve restare del territorio? Bene. Ora devono scegliere persone che rispondano al territorio, non alle correnti. Hanno detto che la stagione della privatizzazione è chiusa? Bene. Ora evitino di aprire quella della lottizzazione.

E qui c’è anche un messaggio politico che il centrosinistra farebbe bene ad ascoltare. Se non vuole consegnare progressivamente la Bassa modenese a chi da anni intercetta meglio il sentimento di difesa del territorio, farebbe bene a non farsi incantare dalle sirene dell’incorporazione in Hera. Il territorio chiede autonomia, trasparenza, rispetto del patrimonio pubblico. Chiede che Aimag resti una leva di sviluppo e non diventi merce di scambio. Chiede che le scelte siano motivate, discusse, comprensibili. Ignorare questa domanda sarebbe un errore politico prima ancora che amministrativo.

La responsabilità maggiore pesa su Carpi, perché dal sindaco di Carpi arriverà l’indicazione della presidenza. Ma sarebbe troppo comodo scaricare tutto su Carpi. Anche l’Area Nord, Mirandola, Terre d’Argine e Sorbara hanno una responsabilità enorme. Tutti, nessuno escluso, dovranno rispondere della qualità delle scelte. Non solo dell’equilibrio geografico. Non solo della rappresentanza. Non solo della provenienza dei nomi.

Perché un consigliere competente vale più di un consigliere “di zona”. Una presidente autonoma vale più di una presidente gradita. Un vicepresidente capace vale più di un vicepresidente utile a chiudere una trattativa. E un CdA forte vale più di qualunque equilibrio scritto bene ma governato male.

Aimag ha già perso troppo tempo nelle guerre di posizione. Ora ha bisogno di una guida che sappia tenere insieme identità pubblica e capacità industriale. Radicamento territoriale e apertura alle alleanze. Prudenza finanziaria e coraggio sugli investimenti. Controllo dei soci e autonomia manageriale. Trasparenza e rapidità decisionale.

Non è facile. Ma è esattamente per questo che non ci si può accontentare dei nomi comodi.

Se Aimag fosse ancora descritta come un problema, forse qualcuno potrebbe anche permettersi di usarla come terreno di compromesso. Ma oggi no. Oggi Aimag è tornata a essere una risorsa. Un’azienda pubblica che produce valore, dà dividendi ai Comuni, investe nei servizi essenziali, conserva competenze, tiene insieme acqua, energia, ambiente, reti, impianti e lavoro. Una società così non si affida per riconoscenza. Si affida per merito.

E allora sì, il Comitato ha ragione su un punto essenziale: risparmiateci i riciclati della politica. Ma risparmiateci anche i fedelissimi travestiti da tecnici. Risparmiateci le nomine opache. Risparmiateci le mezze figure. Risparmiateci chi arriva già con un debito di gratitudine verso chi lo ha indicato. Risparmiateci chi pensa che Aimag sia un posto dove stare, invece che una responsabilità da assumere.

Il territorio ha combattuto, discusso, litigato e resistito per non perdere il controllo di questa azienda. Ora non può perderne il senso.

Il 25 giugno i sindaci e le sindache non dovranno soltanto nominare un Consiglio di amministrazione. Dovranno dire se hanno capito la lezione degli ultimi anni.

Aimag è tornata a essere un gioiellino.

Adesso il problema non è più "salvarla" dalla privatizzazione.

È salvarla dalle cattive abitudini della politica.

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