Sanità, la fuga dei medici di base non si ferma: è flop anche per l’ultimo bando
La crisi della medicina generale sul territorio non accenna a frenare. Nonostante i ripetuti campanelli d’allarme sollevati a più riprese dai sindacati di categoria, anche l'ultimo bando straordinario per il reclutamento di nuovi medici di assistenza primaria si è risolto in un sostanziale fallimento. I numeri nazionali e regionali descrivono una realtà preoccupante, in cui la professione ha perso la sua attrattività e i giovani camici bianchi scelgono in massa altre strade, lasciando migliaia di cittadini senza il proprio punto di riferimento sanitario. L'epicentro di questa emergenza in Emilia-Romagna è rappresentato dalla provincia di Modena, che detiene il triste primato del numero più alto di zone carenti in tutta la regione. Nel modenese mancano infatti ben 290 medici di famiglia, con situazioni di forte sofferenza distribuite tra il distretto ceramico, l'area di Carpi e i comuni della Montagna, dove la pressione demografica e l'invecchiamento della popolazione amplificano l'impatto della carenza.
A fronte delle numerose zone rimaste scoperte, l’adesione ai bandi continua a essere drammaticamente bassa, confermando come il problema non sia più una questione temporanea legata ai pensionamenti, ma un collasso strutturale. Lo Snami (Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani) dell'Emilia-Romagna ha lanciato un duro monito, definendo i numeri emersi come un vero e proprio allarme politico, sanitario e sociale. Il sindacato denuncia da tempo che la medicina di territorio, un tempo pilastro ambìto della carriera medica, sconta oggi gli effetti di anni di mancate riforme. I rappresentanti sindacali evidenziano come i giovani medici si trovino davanti a una burocrazia soffocante che ruba tempo prezioso alle visite e all'ascolto clinico, trasformando il professionista in un passacarte amministrativo.
A questo si aggiunge la totale mancanza di tutele contrattuali paragonabili a quelle della dirigenza ospedaliera. I sindacati rimarcano come l’attuale regime di convenzione scarichi sul singolo medico tutti i costi di gestione dello studio, i rischi legati alle assenze per malattia o maternità e, soprattutto, il peso di massimali di pazienti ormai insostenibili, che superano regolarmente la quota dei 1.500 assistiti portando la categoria al burnout collettivo.
Le conseguenze di questo ennesimo deserto di domande ricadono direttamente sulla cittadinanza, con un numero sempre maggiore di pazienti che si ritrova "orfano" del proprio medico di fiducia, costretto a fare riferimento a soluzioni straordinarie e ad ambulatori territoriali temporanei, oppure a spostarsi in comuni vicini. La mancanza di un filtro sul territorio genera a catena un aumento della pressione sui Pronto Soccorso, intasati da codici minori che non trovano risposte nella medicina di prossimità. I vertici dello Snami rimangono fermi sulla propria posizione: senza una riforma vera e strutturale, che metta da parte gli slogan e modifichi radicalmente l'inquadramento contrattuale, alleggerendo i carichi burocratici e offrendo incentivi reali per chi accetta i posti nelle zone più svantaggiate, il modello territoriale è destinato a rimanere solo una promessa vuota colmata con soluzioni "tappabuchi" temporanee, decretando la fine della figura del medico di famiglia.
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