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15 Settembre 2026
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Vasco effetto aspirina: la cura rock che non passa mai

Di Antonella Cardone

Esiste una patologia clinica — non ancora riconosciuta dall'OMS, ma è solo questione di tempo — che colpisce chi frequenta i concerti di Vasco Rossi. Sintomatologia: salti, canti, ti perdi dentro le canzoni, galleggi in uno stato di grazia che non pensavi di meritare. Poi, dopo due ore e mezza, cala il sipario. E in quell'istante preciso scatta il panico.

E adesso?

La risposta è una sola: devi replicare. Due tappe a tour sono il minimo sindacale per scongiurare la depressione post-concerto. Una terza sarebbe irrazionale — costa una fortuna, a casa brontolano e il fisico non è più quello dei vent'anni. Eppure, dopo le prime due canzoni dell'ultimo live, ho capito che quest'anno tutti i miei piani di risparmio salteranno in aria. Ho bisogno della terza tappa. Subito.

Una scaletta per reduci, nostalgici e convertiti tardivi

Il colpevole? Una scaletta nostalgica, coraggiosa, quasi sentimentale. Pezzi che non avevo mai sentito dal vivo per un motivo banale: quando sono usciti, non ero ancora nata.

Va detto che la mia è una conversione tardiva e quasi miracolosa. A casa mia Vasco era bandito: si ascoltava musica classica, Pink Floyd, Edoardo Bennato e, nei momenti di massimo brio, Enya. Come io sia finita nella combriccola del Blasco resta uno dei grandi misteri della fede.

Ferrara, 60.000 persone e il miracolo delle zanzare sparite

La folgorazione è avvenuta a Ferrara. Un posto incredibile: 60.000 persone in un parco e — attenzione — neanche una zanzara.

Ora, a Ferrara le zanzare sono una faccenda seria. Ce ne sono in quantità industriale, tanto che poco lontano ci fanno pure la Sagra della Zanzara. Eppure: sparite. Volatilizzate.

Il sindaco di Ferrara ha il dovere morale di scrivere immediatamente a tutti i sindaci della Bassa Modenese per rivelare quale ditta miracolosa abbia chiamato. Perché se sono riusciti a sterminarle lì, possono farlo ovunque.

Qualche appunto al live del parco Bassani

Da brava fan esigente, però, qualche appunto al live del parco Bassani devo farlo. La scaletta costruita per i reduci storici ha riportato alla luce brani che di solito restano fuori dai grandi tour — e, parliamoci chiaro, un motivo c'è.

A tratti il ritmo faticava a decollare e la struttura dello show appariva un po' frammentata, come un puzzle di canzoni bellissime non sempre incastrate alla perfezione.

Ci si sono messi anche qualche scivolone tecnico e un blackout che ha oscurato i maxischermi. Ecco: se fai un concerto in piena pianura, senza un metro di pendenza, il maxischermo non è un optional. È l'unico modo per ricordare a chi sta in fondo che sul palco c'è un essere umano e non un minuscolo punto fluorescente.

Birre, spoileratori e suspense rubata

E poi ci sono le piccole seccature da parterre. Gli spacciatori di birra improvvisati: sei lì che cerchi l'estasi mistica su Sally e ti ritrovi a schivare un equilibrista con due pinte giganti in mano che ti attraversa i piedi.

I vicini molesti, gli spoileratori seriali. Già che ho questo spazio, lo dico una volta sola: smettetela di annunciare le canzoni in tempo reale. Se voglio sapere cosa suona dopo, uso Google.

Non ho bisogno del bollettino in diretta: ora fa Rewind, ora fa questa. Lasciatemi almeno un briciolo di suspense. Non siamo mica al Super Bowl. Anzi — non siamo mica gli americani. Citazione obbligatoria.

Le canzoni fatte come Dio comanda

Eppure, al netto di tutto, c'è qualcosa di straordinario nell'ascoltare le canzoni di Vasco fatte esattamente come devono essere fatte. Una coerenza rara nel proporre i brani arrangiati come Dio comanda, senza snaturarli, senza quella smania di dimostrarsi “altro” rispetto a ciò che il pubblico ama.

Non come certi cantautori superbi che salgono sul palco quasi vergognandosi dei propri successi e li trasformano in versioni jazz, acustiche, destrutturate, irriconoscibili — solo per darsi un tono.

Risultato: il pubblico aspetta di cantare a squarciagola e invece deve inseguire una versione da club intellettuale del brano che ha amato per trent'anni.

Vasco non sta al di sopra delle parti

Viene in mente la celebre frase di Francesco De Gregori: «L'artista non deve esporre le proprie idee politiche come se stesse al mercato».

Vasco non è così. Lui non si nasconde dietro l'intellettualismo d'élite — si espone eccome. Parla al suo popolo e lancia messaggi dritti come pugni: contro i drogati del potere, contro l'assurdità della guerra, contro i superbi.

Lo fa cantando l'immortale Non siamo mica gli americani, ricordandoci da dove veniamo, senza filtri e senza paura.

Il popolo di Vasco

È anche per questo che quando hai davanti la marea del suo popolo, tutto si azzera. Una comunità trasversale, rumorosa, tenerissima.

A Ferrara non ero arrivata sola: oltre alla socia e sistah Ginevra, c'era sua cugina G., fan storica e decisamente hardcore. Di quelle che un tempo si piazzavano sotto il palco fin dal mattino, ore sotto il sole cocente.

Una volta, sfinita dal caldo, è svenuta. In un attimo i fan attorno le hanno fatto letteralmente la ola da sotto, sollevandola e passandola di mano in mano sopra le teste per farla arrivare sana e salva all'infermeria.

Una scena che racconta meglio di mille analisi sociologiche cos'è il popolo di Vasco.

Dai palazzetti alle discoteche: la mitologia della prima ora

Ah, i fan della prima ora: quelli che parlano dei concerti nei palazzetti come se raccontassero battaglie mitologiche.

Io, di quella fase, ne ho fatto soltanto uno: a Bologna, al PalaDozza, da giornalista, per una trasmissione interamente dedicata a lui. Tutti un po' ingessati, ma già lì si respirava qualcosa di speciale — quella miscela di rito collettivo, sudore, fedeltà e adorazione laica che solo Vasco riesce a produrre.

Ma poi ascolti i racconti di un'altra amica, M., e capisci che c'è stata un'epoca ancora più raccolta, quasi leggendaria: gli spettacoli in discoteca, al Jeans di Finale Emilia, quando Vasco non era ancora il gigante degli stadi ma già incendiava le stanze, i corpi, le notti.

Concerti fisici, vicini, da guardarsi negli occhi. Roba che oggi sembra preistoria e invece è la radice di tutto. Prima dei parchi da 60.000 persone, prima degli stadi, prima dei maxischermi, c'era quella scintilla lì.

Una marea umana che ti salva

Oggi ai concerti arrivi con le solite paranoie metropolitane — mi ruberanno il portafoglio, se c'è un incendio moriamo tutti — e ti ritrovi in mezzo a una marea umana che, se hai un problema, lo risolve insieme a te.

Vasco come aspirina

Perché alla fine con Vasco si perdona tutto. Vasco è come l'aspirina.

Hai mal di schiena? Prendi un'aspirina e passa. Hai il cuore spezzato, ed è pure colpa tua? Ascolti Vasco e passa. Hai bisogno di ricordarti chi eri, chi sei stata, chi volevi diventare? Attacca il primo accordo, e qualcosa si rimette in ordine da solo.

Una medicina universale per l'anima.

E siamo maledettamente fortunati che un uomo di settant'anni suonati decida ancora di spendere le sue energie per rimettere in piedi questo immenso baraccone ogni anno.

Un merito enorme va anche a Celso Valli e ai musicisti della band capitanati da Vince Pastano: geni assoluti, capaci di prendere canzoni monumentali e trasformarle in materia incandescente. Non reliquie da museo — roccia viva.

Ora si vola in Sardegna

Per fortuna mi aspetta la seconda tappa: si vola in Sardegna, al mare, per un concerto più “vip” e raccolto. Saremo in 30.000 — la metà esatta di Ferrara.

Non vedo l'ora di godermi quest'atmosfera intima, ammesso che si possa definire intima una cosa con trentamila persone che cantano insieme.

Ma so già come andrà a finire. Finché Vasco curerà i nostri malanni con la sua musica, noi saremo lì sotto. Fedeli, sudati, felici, un po' rotti ma ancora vivi.

Scusate, vado a cercare i biglietti per la terza tappa.


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