Duplice omicidio di Mirandola, il criminologo Di Giacomo: “Il denaro può spiegare il conflitto, resta da spiegare la violenza sui corpi”
MIRANDOLA - «Nel duplice omicidio di Mirandola, il possibile contrasto economico è un punto di partenza dell’analisi. Per comprendere il delitto bisogna ricostruire il rapporto dell’autore con ciascuna delle vittime e distinguere le azioni che hanno provocato la morte da quelle eventualmente compiute dopo. La decapitazione di entrambi i coniugi è un elemento centrale per interpretare la condotta dell’aggressore».
Lo afferma il criminologo Aldo Di Giacomo, intervenendo sull’uccisione di Vincenza Giannini e del marito Pier Ferdinando Casari, per la quale è stato sottoposto a fermo Daniele Tavoni, figlio della donna, con l’accusa di duplice omicidio aggravato.
«Considero necessario — prosegue Di Giacomo — esaminare separatamente la posizione delle due vittime. Il rapporto con la madre e quello con il marito di lei possono avere avuto una storia e un significato differenti. Occorre stabilire se entrambi fossero obiettivi dell’aggressione fin dall’inizio oppure se il coinvolgimento della seconda vittima sia maturato durante l’azione. Questa distinzione incide sulla ricostruzione dell’intenzione iniziale e dello sviluppo del delitto. Le tensioni economiche riferite nelle prime ricostruzioni devono essere approfondite attraverso episodi concreti: richieste di denaro,
eventuali rifiuti, minacce o precedenti aggressioni. La mia valutazione è che si debba capire quale peso avesse il denaro dentro quella relazione familiare e come il conflitto si fosse evoluto nel tempo. Sul piano della dinamica, sarà determinante l’accertamento medico-legale, chiamato a chiarire le cause della morte e la successione delle lesioni. Se la decapitazione fosse avvenuta dopo il decesso, avremmo una condotta proseguita quando le vittime erano già morte: una fase ulteriore, della quale andrebbero ricostruiti tempi, modalità e possibile significato. Attribuirle fin d’ora un valore simbolico preciso
sarebbe prematuro. Un altro elemento da verificare è il messaggio che sarebbe partito dal telefono di Vincenza, nel quale si comunicava che era fuori a cena. Occorre accertarne l’autore e collocarlo rispetto all’ora della morte. Se fosse stato inviato da un’altra persona dopo il decesso, potrebbe indicare un tentativo di ritardare l’allarme. Sarebbe un comportamento successivo all’aggressione da analizzare autonomamente: da solo non dimostrerebbe che il delitto fosse stato programmato. Anche la valutazione dello stato mentale dell’indagato richiede documentazione e accertamenti specialistici. La ferocia
dell’azione, da sola, non consente una diagnosi. Ritengo che la chiave investigativa sia nel confronto fra storia delle relazioni, sequenza delle lesioni e comportamenti successivi: è dalla coerenza di questi elementi che può emergere una spiegazione fondata di quanto accaduto».
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