Mirandola, Vincenza Giannini lavorava alla Haemotronic, il marito Pietro Casari era originario di San Felice
MIRANDOLA – Trent'anni alla Haemotronic, i turni di notte in fabbrica, le colleghe diventate amiche, una vita dedicata al lavoro e alla famiglia. Vincenza Giannini aveva 74 anni e nella Bassa modenese erano in tanti a conoscerla. Suo marito, Pietro Ferdinando Casari, 82 anni, era originario di San Felice sul Panaro e da tempo era in pensione. Sono loro le due vittime del terribile duplice omicidio scoperto giovedì 15 ottobre nella casa di via Imperiale, a Mirandola.
Vincenza era originaria di Bovino, in provincia di Foggia, ma aveva costruito gran parte della propria vita nella Bassa. Per circa trent'anni aveva lavorato alla Haemotronic, una delle aziende del distretto biomedicale, condividendo con centinaia di altri lavoratori una storia industriale che ha profondamente segnato questo territorio.
La Haemotronic e la tragedia del terremoto del 2012
È anche il nome di un'azienda che nella Bassa modenese porta con sé un ricordo doloroso. Il 29 maggio 2012, durante la seconda grande scossa del terremoto che devastò l'Emilia, il capannone della Haemotronic di Medolla crollò, provocando la morte di quattro lavoratori: Paolo Siclari, Biagio Santucci, Giordano Visconti e Matteo Serra.
La fabbrica aveva ripreso l'attività dopo la prima scossa del 20 maggio. Nove giorni dopo, il nuovo terremoto travolse i lavoratori che si trovavano all'interno dello stabilimento. Fu una delle tragedie simbolo di quel sisma, che nella Bassa colpì duramente non soltanto le abitazioni e i centri storici, ma anche le fabbriche, trasformando molti luoghi di lavoro in luoghi di morte.
Non sappiamo se Vincenza fosse ancora in servizio alla Haemotronic nel 2012, né se abbia vissuto direttamente quei momenti all'interno dell'azienda. Sappiamo però che a quella realtà produttiva aveva dedicato trent'anni della propria vita. Un legame che oggi riporta alla memoria anche una delle pagine più dolorose della storia recente del biomedicale modenese.
Il ricordo dell'ex collega: «Facevamo i turni di notte insieme»
Tra le persone che hanno ricordato Vincenza dopo la tragedia c'è Nadia, un'ex collega che ha raccontato al Resto del Carlino di aver condiviso con lei molti anni di lavoro alla Haemotronic.
«Vincenza ha lavorato per trent'anni all'Haemotronic. Era un'operaia come me, facevamo i turni di notte insieme», ha ricordato Nadia, descrivendola come una donna brillante e attiva, profondamente legata al marito.
Le due avevano continuato a incontrarsi anche dopo aver smesso di lavorare insieme. L'ultima volta appena una settimana prima del delitto: Vincenza stava andando dal medico, si erano riconosciute e salutate con affetto. Un incontro ordinario, diventato improvvisamente l'ultimo ricordo di un'amica.
La vita con Pietro e le preoccupazioni per il figlio
Anche Pietro viene ricordato come una persona tranquilla, dedita alla propria vita familiare. La coppia viveva nel casolare di via Imperiale, vicino alla zona industriale di Mirandola. I vicini li vedevano impegnati nelle occupazioni quotidiane, una presenza abituale lungo quella strada.
Nei racconti delle persone che conoscevano Vincenza emerge anche una preoccupazione che la donna avrebbe manifestato negli ultimi tempi: il futuro del figlio Daniele Tavoni, nato da una precedente relazione. Secondo alcune testimonianze raccolte dalla stampa, Vincenza lo avrebbe sostenuto economicamente e in famiglia ci sarebbero state discussioni legate al lavoro e al denaro. Circostanze che, allo stato attuale, non permettono di individuare un movente per il duplice omicidio.
È proprio sul figlio della donna che si sono concentrati i primi sospetti degli investigatori, impegnati a ricostruire quanto accaduto nella casa di via Imperiale.
Intanto, dietro la violenza che ha sconvolto Mirandola, rimangono le vite di due persone. Quella di Pietro, trascorsa tra gli affetti familiari, e quella di Vincenza, fatta anche di trent'anni di lavoro in una fabbrica che appartiene alla storia industriale, sociale e dolorosa della Bassa modenese. Due storie che meritano di essere ricordate al di là delle circostanze terribili della loro morte.
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