Tragedia di Mirandola, Vincenza chiedeva aiuto per il figlio: «Voleva farlo ricoverare»
MIRANDOLA – Vincenza Giannini aveva chiesto aiuto. Non una volta soltanto, secondo quanto racconta un familiare, ma ripetutamente, cercando una soluzione per quel figlio adulto che continuava a vivere accanto a lei e al marito Pietro Ferdinando Casari, nella casa di via Imperiale a Mirandola. Ora, dopo il duplice omicidio per il quale Daniele Tavoni, 55 anni, è stato fermato, emerge una testimonianza che apre nuovi interrogativi: la donna avrebbe cercato di ottenere il ricovero del figlio in una struttura.
A raccontarlo è un cugino di Tavoni, intervistato dal Resto del Carlino. Secondo il familiare, Vincenza si sarebbe rivolta quotidianamente ai servizi sociali per chiedere che Daniele venisse ricoverato. Le sarebbe stato risposto che non era possibile intervenire contro la volontà di un uomo maggiorenne. Il cugino sostiene inoltre che un trattamento sanitario obbligatorio avrebbe potuto evitare la tragedia.
Sono dichiarazioni che richiedono verifiche, ma che aggiungono un elemento importante alla ricostruzione della vita della famiglia. Vincenza, secondo le testimonianze raccolte in questi giorni, viveva da tempo una situazione difficile. Le amiche raccontano le preoccupazioni per il figlio, i problemi economici, le frequenti richieste di denaro e la paura per quello che sarebbe potuto accadere.
La sindaca di Mirandola, Letizia Budri, aveva dichiarato che Tavoni non risultava in carico ai servizi sociali comunali e che erano in corso verifiche con l'Ausl. Una precisazione importante, che tuttavia non chiarisce ancora se Vincenza avesse chiesto assistenza, a quali uffici si fosse eventualmente rivolta e quali risposte avesse ricevuto.
Essere in carico a un servizio, infatti, è diverso dall'avere richiesto aiuto. Una famiglia può rivolgersi agli uffici sociali o sanitari senza che questo si traduca necessariamente nell'apertura di un percorso di assistenza continuativo.
C'è poi il tema sanitario. Secondo le informazioni emerse nelle ultime ore, Daniele Tavoni aveva avuto contatti con i servizi di salute mentale a partire da oltre dieci anni fa. L'ultima visita risulterebbe risalire al 2019. Da allora non risulterebbe più seguito dai servizi specialistici pubblici, mentre altre ricostruzioni giornalistiche riferiscono di una valutazione psichiatrica effettuata presso una struttura privata.
Per comprendere quanto accaduto è necessario distinguere le richieste di aiuto della madre, gli eventuali interventi dei servizi sociali e il percorso di cura sanitario. Sono ambiti differenti, con competenze e strumenti diversi.
Il trattamento sanitario obbligatorio, in particolare, non può essere disposto semplicemente perché una persona manifesta comportamenti difficili o perché la famiglia lo richiede. La legge prevede condizioni cliniche specifiche, la necessità di interventi terapeutici urgenti, il rifiuto delle cure e l'impossibilità di adottare tempestivamente misure extraospedaliere adeguate. Non è però necessario che una persona abbia già commesso un reato o un atto violento.
Questo significa che, sulla base delle informazioni attualmente disponibili, non è possibile stabilire se per Tavoni esistessero in passato le condizioni per un TSO, né affermare che un eventuale ricovero avrebbe impedito il duplice omicidio.
Resta però un interrogativo di grande interesse pubblico: se Vincenza Giannini aveva effettivamente chiesto aiuto, quali risposte aveva ricevuto? E quali strumenti di sostegno erano stati messi a disposizione della famiglia?
Sono domande alle quali possono rispondere soltanto gli accertamenti e i chiarimenti delle istituzioni competenti, nel rispetto della riservatezza sanitaria.
La tragedia di via Imperiale non può essere spiegata attraverso un automatismo tra disagio psichico e violenza. Ma il racconto di una madre che avrebbe cercato ripetutamente assistenza merita di essere approfondito, anche per comprendere quali possibilità concrete abbiano le famiglie che si trovano ad affrontare situazioni di grave difficoltà.
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