La sicurezza non è il contrario dell’inclusione – Di Osvaldo Ramous
La sicurezza è una priorità concreta. Tutti hanno diritto di vivere la propria città senza paura, di frequentare gli spazi pubblici e di sentirsi protetti. Le istituzioni hanno il dovere di garantire questo diritto, prevenire i reati e intervenire con fermezza quando vengono commesse violenze. Ma la sicurezza non può essere ridotta soltanto a una questione di controlli, pattugliamenti e repressione e soprattutto non dovrebbe diventare il motivo per contrapporre la fermezza all’inclusione, il rispetto delle regole alla comprensione dei problemi, la tutela dei cittadini alla costruzione di una società più coesa.
Davvero dobbiamo scegliere tra sicurezza e inclusione?
No. Perché comprendere non significa giustificare, così come integrare non significa rinunciare alle regole.
Chi commette una violenza deve risponderne. Le vittime devono essere tutelate e chi sbaglia deve affrontare le conseguenze delle proprie azioni. La fermezza è necessaria, così come lo sono controlli efficaci e sanzioni adeguate. Ma il cosiddetto pugno di ferro, da solo, non può rappresentare una strategia completa. Una politica efficace non si misura soltanto dalla durezza delle parole o dall’intensità dei controlli, ma dalla sua capacità di prevenire i problemi, ridurre i rischi e rendere davvero più sicura la vita delle persone. Per questo è importante investire nella presenza delle forze dell’ordine, ma anche nella prevenzione, nell’educazione e nella collaborazione tra istituzioni, famiglie, scuole e comunità.
A Mirandola, l’aggressione ai danni di una ragazza da parte di alcune coetanee ci ricorda che la violenza non è un concetto astratto: ha vittime, conseguenze e responsabilità precise. Servono protezione per chi ha subito, accertamento dei fatti e conseguenze adeguate per chi ha commesso l’aggressione. Ma occorre anche interrogarsi su come nascano queste dinamiche di prevaricazione, su quali modelli vengano imitati e su quanto, talvolta, umiliare o aggredire qualcuno diventi un modo per ottenere visibilità e consenso. La violenza giovanile non si affronta soltanto aumentando i controlli. Servono adulti presenti, famiglie coinvolte, scuole ascoltate e istituzioni capaci di collaborare. I ragazzi hanno bisogno di regole e limiti chiari, ma anche di opportunità, ascolto e punti di riferimento. Punizione e prevenzione non sono alternative: devono procedere insieme.
Le notizie di episodi violenti che coinvolgono giovanissimi in città come Milano, Torino, Bologna e Roma ci ricordano quanto sia importante affrontare questi fenomeni con serietà, senza confondere vicende diverse e senza cercare spiegazioni semplicistiche. Ogni episodio va valutato per quello che è, individuando responsabilità precise e intervenendo in modo proporzionato. Non è corretto attribuire colpe collettive a intere comunità, né trasformare la provenienza o la condizione sociale di una persona in un motivo di sospetto. Una comunità può essere ferma nel contrastare la violenza senza alimentare discriminazioni. Può pretendere il rispetto delle leggi senza trasformare la diversità in una minaccia.
Perché una società più sicura non è necessariamente quella che punisce di più, ma quella che riesce a prevenire meglio, a intervenire tempestivamente e a impedire che gli stessi problemi si ripetano. La sicurezza non è una bandiera di parte, ma è un diritto di tutti e una responsabilità delle istituzioni.
Una città sicura non è quella che smette di parlare di inclusione, ma quella che sa far rispettare le regole senza rinunciare a costruire legami.
Il pugno di ferro può essere uno strumento, ma non può diventare l’unico orizzonte, perché la serenità sociale non nasce dall’emarginazione e la convivenza non si costruisce dividendo le persone tra quelle da proteggere e quelle da temere, ma si costruisce tutelando le vittime, facendo rispettare le regole e affrontando le cause della violenza. Sicurezza e inclusione non sono alternative, sono due responsabilità che una comunità adulta deve saper tenere insieme.
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