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01 Agosto 2021- Aggiornato alle 02:54

Festus, il ragazzo nigeriano-nonantolano sopravvissuto ai lager libici e al Mediterraneo

Nel mondo non ci sono solamente la peste, che attacca il corpo, e il Coronavirus, che attacca i polmoni, ci sono anche le malattie del cuore. La peste del cuore avviene nel momento in cui il cuore smette di irrorare sangue agli occhi così che non riescano a riconoscere un fratello nella persona in difficoltà”.

Queste le parole dell’arcivescovo di Palermo monsignor Corrado Lorefice citate da Mattia Ferrari, il viceparroco di Nonantola, presente all’incontro della cooperativa Eortè di Soliera dedicato al tema immigrazione ed accoglienza.
Con lui protagonista della serata c’è Festus Oni, ragazzo ventinovenne nigeriano salvato dalla Sea Watch nel 2017, sopravvissuto al lungo viaggio disperato che dalla Nigeria lo ha portato in Italia, passando dai lager libici e attraverso “un’acqua così grande” del Mediterraneo.

Con la voce rotta racconta la sua storia, la sua vita.

In Nigeria Festus è un insegnante di biologia in una scuola media. Ha studiato molto per coronare questo obiettivo, una laurea magistrale ed una specializzazione all’insegnamento. Ma in Nigeria non può più rimanere: Festus vuole i diritti umani che nel paese non gli sono concessi, diritti che in Italia risultano quasi irrisori e sottovalutati, come ad esempio la possibilità di viaggiare, di spostarsi, di prendere un treno od un aereo, o il diritto ad una retribuzione per il lavoro che svolgi.


Così nell’aprile 2016 decide di fare il passo decisivo e tentare la traversata via terra fino alla Libia e via mare per l’Italia. Parte con un gruppo di altri nigeriani, all’inizio sono in 27. Non tutti ce la faranno.


La prima tappa è Agadez, città nel cuore del Niger, dove è costretto ad aspettare tre giorni il fatiscente mezzo di trasporto che porterà il gruppo alla frontiera libica. E’ un camion che percorre la tratta una volta a settimana, il lunedì sera. I ragazzi sono 27, ma il camion ne può contenere sette, così che si ritrovano stipati ed incastrati l’uno tra le gambe dell’altro.

“Pensavo non fosse un viaggio difficile – racconta Festus – invece è stato quello più difficile. Molti miei amici sono morti sotto il sole, senza cibo e nell’acqua una persona morta dentro.
Prima di arrivare a Tripoli abbiamo incontrato quattro blocchi di soldati. Per passare devi dare quello che hai… soldi, passaporto. Io sono partito senza soldi e mi hanno picchiato. Le donne che sono partite con noi sono state stuprate”.


Dopo le violenze di Sahba riesce a raggiungere Tripoli dove finalmente riesce a vedere il mare. “Un’acqua così grande – ci racconta Festus – ho chiamato mio padre per dire che mi sarei imbarcato quella sera stessa, di pregare per me e che lo avrei chiamato dall’Italia il giorno dopo”.


E’ giugno 2016, Festus ancora non sa che da lì a poche ore sarebbe rinchiuso in una prigione libica, un lager (“non si abbia timore di usare questa parola” dice Papa Francesco) nel quale verrà vessato e torturato per 9 mesi, fino a che qualcuno potesse pagare per la sua libertà.
Dopo 9 mesi riesce a farsi mandare i soldi necessari alla scarcerazione e finalmente s’imbarcherà per poi essere salvato dalla Sea Watch nell’Aprile del 2017.

UNA SECONDA VITA


Dalla Sicilia arriva a Bologna e da Bologna a Nonantola.
Grazie ad un programma di accoglienza di Nonantola Festus impara l’italiano dalla maestra Francesca e inizia una nuova vita.
“Ho riniziato e mi sentivo come un bambino, dovevo sempre firmare un foglio per uscire, anche per andare da qui a lì, e non potevo fare molte cose. All’inizio ero molto arrabbiato, era come un’altra prigione. Eravamo ragazzi grandi, età in cui si ha autonomia della vita”.
Presto la rabbia iniziale lascia il posto all’impegno: in due anni e mezzo ottiene la certificazione A1 della lingua italiana, trova un lavoro a Bomporto, prende la patente e riesce a comprare una macchina.
Ma un problema insorge. Dopo due anni e mezzo di progetto di accoglienza e dopo i sudati traguardi sociali ottenuti lo Stato non gli vuole riconoscere e consegnare i documenti necessari, fatto che spinge Festus a mobilitarsi e a rivolgersi ad un avvocato.

“Se mi avessero detto di No appena arrivato avrei capito – spiega – ma dopo due anni e mezzo di progetto, un lavoro, la lingua, la patente, no, non capisco. Sono umano, una vita senza documenti è come non avere diritti”.

 

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