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La storia dell’uomo che sussurrava alle cocomere

Questa è la storia dell’uomo che sussurrava alle cocomere. E’ la storia di Oriano Goldoni, nato a Finale Emilia 67 anni fa e  da sempre di stanza in quel di Gorghetto, frazione di Bomporto. Lui è quello che decide quando è il momento giusto di “tagliare” le angurie, di staccarle dalla pianta e prepararle alla vendita. Obiettivo: far arrivare sulle nostre tavole il più dolce e fresco dei frutti al suo meglio.
Come il cowboy Tom Booker del film, che cura i cavalli con straordinaria abilità, anche Oriano è un “sussurratore”. Con le angurie è davvero bravo, sa aspettare quando c’è da aspettare, azzecca il momento giusto, sa intuire con un colpo d’occhio se è troppo presto o no. O se un’anguria è cattiva.

E’ un freelance, Oriano, come si dice adesso. Lui gira fra diverse aziende agricole tra San Felice, Medolla, Mirandola, Ravarino solo nei giorni in cui le angurie arrivano a maturazione e la sua parola è legge: questa si può tagliare, questa deve aspettare.

Veniamo a conoscenza della sua esistenza un giorno che andiamo a comprare la cocomera da Adalberto Grandi, a Rivara. Adalberto dice: “Se non è rossa, me la riporti e te la cambio. Ma vedrai che è rossa”. Come fai ad esserne certo? Perchè le cocomere che compro da te sono sempre buonissime? “Perchè le nostre angurie – bisbiglia Adalberto – le taglia il tagliatore”.

Il tagliatore?

Il tagliatore non è un mestiere vero e proprio, anzi, non è un mestiere. E’ il contadino che sceglie quando è il momento giusto per tagliare angurie e meloni, non dovrebbe servire una figura per una piccola parte del processo produttivo.
Coi meloni è facile: il picciolo comincia a staccarsi da solo quando è maturo al punto giusto. Con le angurie, invece, è un terno al lotto: non ci sono segni decisivi.
Sì, la cocomera deve essere della grandezza giusta. Sì, deve essere del calibro giusto. Le striature devono essere di un certo colore di verde, la lucentezza deve essere fatta in un certo modo.
Ma non è sufficiente: angurie apparentemente perfette una volta aperte possono rivelarsi un disastro. E il tempo è scarso: in una decina di giorni le cocomere maturano troppo, ci sono varietà che addirittura non reggono oltre i due giorni: se non le stacchi appena sono mature, le perdi.

Da quando c’è Oriano, però, le cose sono cambiate qui nella Bassa. Lui aveva con la sua famiglia 30 biolche di terreni coltivate ad angurie, fino a qualche anno fa. Con le cocomere ci è cresciuto, tra le sue mani ne sono passate a centinaia di migliaia, certe stagioni ne partivano due Tir al giorno.
Una volta andato in pensione la passione non lo ha lasciato. Così, ha inziato a girare nei campi degli amici un po’ come un umarell che guarda e dà consigli. Ma i consigli di Oriano sono infallibili, e preziosi. Fanno la differenza.
Piano piano la sua fama si è sparsa ed è il momento che abbia la giusta gloria sul giornale.

Adalberto ci dà il suo numero e fissiamo un appuntamento a San Felice, nell’azienda eredi Martini Quinto dove troviamo Carlo e Mirta. Carlo guida il trattore, Mirta sta preparando la frutta da mettere in vendita. Oriano si dirige con piglio sicuro, roncoletta alla mano, verso l’appezzamento dove stanno crescendo le angurie. Ce ne sono una cinquantina in questi giorni. Tante sono già state staccate e vendute, diverse non hanno retto agli attacchi dei pidocchi, dei ragnetti, delle cornacchie. La grandine e il vento quest’anno per fortuna non hanno fatto troppi danni.

A Oriano basta uno sguardo per capire se le angurie son pronte o no: si avvicina a una cocomera e zac, taglia il picciolo: “Ci siamo”. Va avanti e ne scansa un paio: “Troppo presto”.  Un’altra viene staccata dalla pianta e buttata nel fossato: “E’ cattiva”.
Ogni tanto,rarramente, ha un dubbio: allora Oriano si ferma, si avvicina alla cocomera e bussa con la roncoletta sul guscio per ascoltare il rumore di ritorno. In base a quello che sente, in base a quello che le angurie sussurrano, decide se è il momento di tagliare oppure no.

E’ impossibile capire come fa il tagliatore a decidere. Questione di intuito, questione di feeling.

Carlo e Mirta ci accompagnano, e ci mostrano cos’altro viene coltivato nella bella azienda agricola che c’è sulla provinciale di Medolla. Le api ronzano, ci sono tante piante in fiore da impollinare. Senza di loro non sarebbe possibile,la Natura interreomperebbe un passaggio essenziale e i fiori non diventerebbero frutti. Anche le api sono freelance, come Oriano. Girano di azienda agricola in azienda agricola con il loro apicoltore che le affitta per farle lavorare quando serve.

Carlo ci mostra le coltivazioni di meloni, ci sono le zucche e le zucchine (scopriamo che i fiori gialli che si mangiamo fritti sono sia di zucchina che di zucca, vanno bene entrambi), ci sono i fagiolini e i fagioli borlotti, i pomodori, l’aglio, persino i mirtilli e i lamponi. Tutte cose che vendono rivendute direttamente al consumatore: “Tutto a chilometro zero, per davvero”, è orgoglioso Carlo.

Mirta è quella che oltre a curare i rapporti coi clienti sperimenta. I frutti di bosco, coltivazione tipica della montagna, li ha voluti lei. E sempre lei ha avuto l’intuizione di piantare la piante delle spugne. Sì avete letto bene: queste spungne crescono in campagna.
Sono quelle naturali, un frutto simile a una grossa banana che viene ripulito dalla buccia e dai semi e fatto seccare. Dopo, è una spugna perfetta per la bellezza o per le pulizie. Senza mettere di mezzo plastica e chimica.

Lasciamo la compagnia avendo imparato tante cose interessanti, con un melone, una pianta di aglio alta un metro e venti da fare vedere ai bambini, e un’anguria baby. “Figuriamoci se è buona!”. “Vedrai che è buona”, dice Carlo sicuro.

Aveva ragione lui, era buona.

 

 

 

 

 

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