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04 Giugno 2026
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Caso Veleno, il resoconto del convegno “Bambini e genitori della Bassa: facciamo chiarezza” a Rivara – Foto e video

Di Antonella Cardone

RIVARA DI SAN FELICE SUL PANARO - Si è già fatto buio quando si esce dalla sala della chiesa di Rivara, si attraversa la porta a vetri con una sensazione di soffocamento, di disagio, di angoscia. Sono passate più di due ore da quando è iniziato l'ordinato e razionale convegno che ha provato a dare ordine e razionalità a una storia terribile, una melma in cui annaspano i forti e soccombono i deboli. La fatica della memoria, l'acredine, la rabbia, la disperazione, la vergogna, la tentazione di far finta di nulla e dimenticare tutto sono i sentimenti che ti attanagliano.
La storia è quella dei pedofili della Bassa, di "Veleno", dal nome del podcast che pochi anni fa l'ha fatta riemergere dal passato, di 16 bambini presi dalle loro famiglie, divisi un fratellino dall'altro, una sorellina dall'altra, mandati in adozione in case diverse e mai più tornati a casa.
Il sospetto terribile era che fossero vittime di un gruppo di satanisti pedofili, che ci fossero anche sacrifici umani, decapitazioni, orge, filmati pedopornografici. Nulla di tutto questo è stato trovato dopo accurate indagini, né un cadavere decapitato né un filmino, e l'idea di un "sistema" è tramontata nelle aule dei Tribunali, diverse assoluzioni sono state pronunciate ma nelle stesse aule ancora qualcuno degli imputati poi condannati (12 persone) combatte contro le accuse di atti pedofili domestici, altri la condanna hanno deciso di tenersela. 
Una storia di quasi trent'anni fa, che in trent'anni ha inanellato fatti e smentire, analisi e accertamenti, sentenze e appelli, che  - a vedere quante domande si fanno questo pomeriggio sulla questione - pare abbiano certo fallito nel loro intento di fare chiarezza su quanto avvenuto; giustizia chissà.

La cronaca dell'incontro a Rivara

L'invito per venerdì 7 marzo alla chiesa di Rivara si intitolava "Bambini e genitori della Bassa: facciamo chiarezza" e prevedeva come relatori Serafino Amodeo, l'avvocato incaricato dalla Curia di seguire la vicenda per riabilitare la figura di don Giorgio Govoni, l'ex senatore Carlo Giovanardi (organizzatore e tra coloro i quali sono stati più vicini ai genitori accusati), Lorena Morselli, mamma a cui tolsero quattro figli e che, rimasta incinta del quinto, scappò in Francia in attesa di essere dichiarata innocente in via definitiva, e Marisa Pucci una delle maestre di Rignano Flaminio accusata ingiustamente di avere abusato dei suoi alunni della scuola materna.  
La sala si riempie, ci sono più di una quarantina di persone, attente, partecipi.

Tra il pubblico, oltre ad Antonio Platis di Forza Italia (un altro dei politici più attenti alla questione), c'era il fratello di don Giorgio con la moglie, arrivati da XXII Morelli, e c'era anche don Lino Pizzi, la figura più importante del territorio per la chiesa della Bassa, che per la prima volta ha raccontato come visse quel terribile periodo. L'intervento più interessante del pomeriggio lo ha fatto psicologa Chiara Brillanti (nella foto a destra con l'avvocato Amodeo), che con disarmante semplicità ha dato la migliore spiegazione per uno dei tanti interrogativi che sono sorti in questa vicenda, ovvero il ruolo degli psicologi che raccolsero le orribili confidenze di quei bambini: il loro comportamento è stato corretto? E' stato esagerato? Hanno fatto il lavaggio del cervello ai bambini che hanno accusato genitori e amici di famiglia delle peggiori nefandezze?


Brillanti ha ripercorso la storia della professione di psicologo, che in Italia si è formalizzata in un Ordine solo nel 1989.  La psicologia forense, quella appunto dei consulenti che trattano le vittime e danno pareri di grande peso nei processi penali, è ancora più giovane. Ha raccontato che il caso dei pedofili della Bassa ha fatto scuola, che viene studiato da tutti, e - senza mezzi termini -  ha detto che se il caso di Rignano Flaminio, fotocopia di quello di Finale Emilia e Mirandola, si è concluso più rapidamente, e si è concluso con le assoluzioni, è perché nel frattempo si era formata una generazione di psicologi clinici più strutturati, che avevano percorsi condivisi, protocolli riconosciuti.
Brillanti ha raccontato il cambio di paradigma culturale che c'era stato in quel periodo, con l'idea che "I figli non sono tuoi, ma sono dello Stato" (e la conseguente decadenza della "potestà" genitoriale che ha lasciato il posto alla "responsabilità" genitoriale) ha reso possibile che gli assistenti sociali entrassero in casa a fare quello che hanno fatto. E quella rivoluzione, un cambiamento epocale: i bambini dicono sempre  la verità, quando prima dal punto di vista legale erano considerati inattendibili per la minore età. 

 

Certo, a mettere in fila la storia e i fatti c'è da farsi venire i brividi. Specie quando prende la parola Valeria Bigi, la mamma coraggio di Bibbiano che racconta di quando hanno provato a toglierle sua figlia, degli affidi illeciti di minori nel comune del reggiano, l'Inchiesta "Angeli e demoni"  - 2019  - che pare ricalcare quella di Rignano Flaminio che portò all'arresto di tre maestre, di una bidella e del marito di una delle maestre con l'accusa di abusi a sfondo sessuale sui piccoli alunni - 2006 - e prima ancora la nostra - 1997. Queste tre donne, Valeria Bigi di Bibbiano, Marisa Pucci di Rignano Flaminio e Lorena Morselli di Finale Emilia, le vedi lì sul palco, vicine e vere. Diversissime tra loro,  non hanno nulla in comune se non essere la rappresentazione plastica di un dolore uguale, una umiliazione profonda, uno sfregio intimo in cui c'è qualcuno ci vede un filo rosso, metaforico mostro carsico che spunta con regolarità per prendersi bambini. E allora bisogna stare all'erta che potrebbe tornare di nuovo. 

Da sinistra, Pucci, Morselli, Giovanardi e Bigi

Le testimonianze

L'incontro di Rivara è stato convocato perché si sta tornando a parlare della vicenda dei pedofili della Bassa in un un modo che non piace a tutti. Carlo Giovanardi lo dice chiaro e tondo: bisogna restituire piena riabilitazione alla figura di don Giorgio Govoni, il sacerdote di Staggia e di San Biagio accusato di essere il capo della banda di pedofili satanisti, magari presentando denunce di diffamazione, magari costituendo un gruppo di cittadini e amici che si occupino di rispondere punto per punto ad accuse che fanno ancora male. Molto citato, in questo consesso rivarese, il  libro  "L'infanzia violata", scritto da uno dei genitori che prese in affido uno dei 16 bambini tolti ai genitori della Bassa, in cui chi l'ha letto racconta che don Giorgio verrebbe dipinto senza troppi distinguo e aggiornamenti giudiziari come il capo della setta che costringeva i bambini a seguire riti satanici nel vicino cimitero di Massa Finalese, la stessa tesi accusatoria di trent'anni fa.

Intanto, la parola va a Serafino Amodeo, l'avvocato incaricato dalla Diocesi di studiare le sentenze che riguardavano don Giorgio Govoni. Il legale ha ricostruito il calvario del prelato, il prete camionista amato e stimato (ancora oggi) da chi lo ha conosciuto e che non ha retto all'accusa infamante di aver abusato dei suoi piccoli parrocchiani. Gli è venuto un colpo, un colpo fatale, nello studio del suo avvocato Pier Francesco Rossi leggendo la richiesta della Procura a 14 anni di carcere per pedofilia. Oggi sappiamo che a parte i racconti dei bambini non esistono altre prove, che il gruppo satanista non esisteva, che i riti di gruppo al cimitero non sono mai avvenuti, che nel Panaro nessun piccolo cadavere ci è stato mai stato trovato.

 "Se lui non fosse morto e si fosse tenuto il processo – ha spiegato e argomentato Amodeo – sarebbe stato assolto alla luce della dichiarazione di non esistenza in tutti i gradi di giudizio di tutti i fatti che lo incriminavano". I fatti, insomma, sono stati dichiarati inesistenti, ed è ragionevole dedurre che don Giorgio non sarebbe stato condannato in base a quegli eventi inesistenti. 

Dalla rabbia per una terribile ingiustizia, alla emozione per una paura atavica. Lorena Morselli ha rievocato nei minimi dettagli l'ultimo giorno che ha visto i suoi quattro figli, era il 12 novembre 1998. I bambini furono allontanati dalla famiglia, e i quattro piccoli furono divisi, ognuno in una famiglia affidataria diversa (una decisione che non ha mai avuto una spiegazione tecnica chiara). Lorena non li avrebbe rivisti mai più, non risulta che neanche i fratelli si siano ancora rivisti tra di loro in questi trent'anni. 

Anche Marisa Pucci  ha descritto quello che è fotografato su lastre d'acciaio nella sua memoria, ovvero la notte che i Carabinieri le portano a casa  l'avviso in cui trova scritto i nomi dei bambini della sua classe vicino a parole terribili  - come coprofilia - di cui non conosceva neanche il significato. Si è fatta quindici giorni di carcere, questa maestra, per accuse che poi si sono rivelate infondate.

Una ricomposizione possibile?

Ci si è chiesto, nel corso del convegno, se mai queste famiglie rotte, queste persone spezzate possono trovare una ricomposizione una volta cadute le accuse. Lorena racconta che no, anche se lei ha avuto l'assoluzione per non aver commesso i fatti dopo cinque gradi di giudizio, i figli non vogliono vederla, e la voce le si rompe al pensiero che i suoi ragazzi credano ancora a quello che hanno affermato da bambini, che credano, ad esempio, di avere subito e fatto per davvero cose terribili. 
Al contrario, uno dei bambini dell'epoca, oggi uomo, ha una storia diversa. E' Davide Tonelli, che ha sconfessato tutte le accuse fatte da piccolo e che ha anche recuperato i rapporti con i suoi due fratelli. Nel frattempo, i genitori sono morti. Sono tanti i morti di questa terribile vicenda che ha devastato il nostro territorio. Così come è morto di dolore papà Morselli, Delfino, senza vedere che la Cassazione lo aveva assolto in via definitiva, così come, subito, è morta suicida Francesca Ederoclite, la mamma della piccola S., che si ammazzò buttandosi dalle scale dopo che gliela portarono via, lasciando un messaggio: “Non ce la faccio più, sono innocente”.

Il caso 

Il termine "Diavoli o pedofili della Bassa modenese" si riferisce a un presunto culto attivo tra il 1997 e il 1998 nei comuni di Mirandola e Massa Finalese, in Emilia-Romagna. Questo gruppo sarebbe stato coinvolto in rituali satanici durante i quali si sarebbero verificati abusi, molestie e addirittura omicidi di bambini. La situazione emerse a causa della denuncia di un bambino, che scatenò un'inchiesta approfondita da parte delle autorità.

L'indagine portò all'allontanamento di sedici bambini dalle loro famiglie; questi avevano un'età compresa tra i 0 e i 12 anni e sarebbero stati oggetto di abusi sessuali, fisici e psicologici. Le violenze avrebbero avuto luogo sia all'interno delle abitazioni dei bambini sia durante rituali svolti nei cimiteri della zona. In seguito all'inchiesta, oltre 20 persone furono accusate di far parte di questa setta di pedofili e satanisti.

Tutti i bambini coinvolti furono collocati in famiglie affidatarie e non poterono più tornare dalle loro famiglie d'origine. Questo distacco dalla famiglia naturale influenzò profondamente le vite dei bambini, alcuni dei quali crebbero convinti di essere stati realmente vittime di abusi, mentre altri in seguito ritrattarono le loro accuse. La vicenda suscitò un ampio dibattito mediatico e sociale, sollevando interrogativi sulla veridicità delle testimonianze e sull'impatto delle indagini e delle conseguenze sui minori coinvolti.

I processi

La vicenda ha dato origine a quattro distinti processi penali, ognuno con esiti differenti. Le accuse iniziali riguardavano abusi rituali satanici nei cimiteri, ma queste sono state archiviate a causa della mancanza di prove. Solo alcuni imputati sono stati riconosciuti colpevoli di abusi domestici, mentre altri sono stati completamente assolti. La verità processuale ha chiarito che non si sono verificati riti satanici né omicidi, suggerendo che le tecniche di interrogatorio utilizzate dagli psicologi possano aver indotto i bambini coinvolti a creare falsi ricordi.

Nel 2000, tutti e 15 gli imputati rimasti sono stati condannati in primo grado. Tuttavia, nel 2001, la sentenza d’appello ha rimodulato le posizioni, assolvendo otto imputati per "non sussistenza del fatto" e infliggendo pene più leggere a sette di loro, riconosciuti colpevoli di abusi domestici senza alcun legame rituale. La Cassazione ha confermato questa sentenza nel 2002, smontando l'ipotesi satanista e definendo la situazione come un “falso ricordo collettivo”.

Nel 2013, la Corte d'appello ha nuovamente assolto alcuni degli imputati, criticando aspramente le modalità di interrogatorio utilizzate. Questo ha messo in evidenza la problematica delle tecniche impiegate per raccogliere testimonianze dai bambini, suggerendo che potessero contaminare le loro memorie e influenzare negativamente i loro racconti.

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