Moby 35 anni dopo. Il concerto dell’artista americano al Jazz Open di Modena in piazza Roma, è una celebrazione – LA RECENSIONE
Di Marco Colangeli
Novanta minuti per ripercorrere la sua vita artistica, una piazza gremita da chi più o meno come lui nel '91 aveva 25 anni, l'afa di "ordinanza" di questi giorni. Richard Melville Hall, in arte Moby, inizia puntualissimo alle 22.15, sale sul palco con una band alle sue spalle di 6 elementi. Un ritorno in Italia dopo 15 anni, nel 2011 suonò a Bologna. La scaletta l'ha composta coinvolgendo i suoi fan attraverso il suo account instagram prima del debutto di questo suo tour mondiale al Coachella Valley Music Fest ad Aprile. Il viaggio a ritroso parte forte, per accendere immediatamente il pubblico, una tripletta con Bodyrock, il Moby più fisico, quello che invita a lasciarsi trascinare dalla musica, Go,il brano che lo ha fatto conoscere, più che un messaggio, rappresenta la nascita del suo linguaggio musicale: elettronica, campionamenti e movimento, poi Next Is the E, uno dei manifesti della scena rave dei primi anni Novanta. Energia urbana e sperimentazione. Tra questi pezzi, Moby manda un pensiero e fa una dedica a David Lynch.
Non è un'operazione nostalgia, è più un lavoro di rilettura dell'intera produzione di Moby alla luce di Future Quiet il suo nuovo lavoro in uscita. I grandi classici sono stati alleggeriti dalla produzione totalmente elettronica che li caratterizzava negli anni novanta e ripensati soprattutto per essere suonati con musicisti. Usa il proprio repertorio come materia viva, da trasformare continuamente, cercando nella forza della voce umana un'emozione nuova, più potente, più calda. Da questa prospettiva è una "celebrazione" che permette di leggere il concerto come una nuova tappa di un percorso artistico che può ancora evolversi e speriamo sia così. Moby, suona, canta, si muove tantissimo sul palco, parla in punti specifici della scaletta, dopo il pensiero a Lynch, racconta della mail che inviò a David Bowie nel 91, il suo artista preferito, per poter fare una sua versione di Heroes e racconta poi della collaborazione che ne seguì. Alle sue spalle e sui grandi monitor laterali viaggiano incessantemente immagini spettacolari mixate con quelle delle riprese in diretta sul palco, sue e degli artisti, tutto al ritmo ovviamente incalzante dei pezzi suonati.
A metà concerto Moby dedica uno momento per ascoltare e vedere un messaggio di Jane Goodall l'antropologa britannica scomparsa, nel quale oltre a ricordare la causa animalista, lo ringrazia per il sostegno alla sua fondazione. L'impegno di Moby per la causa animalista è più che noto, dai suoi due grandi tatuaggi sulle braccia Animal - Rights, a tutto il lavoro di diffusione attraverso il suo account Instagram. Difficile dire quanti tra il pubblico visto in piazza Roma, lo seguano anche in questo o quanto meno lo apprezzino anche per questo suo impegno. Si riprende di nuovo forte, in scaletta ci sono Why does my heart, uno dei suoi brani più profondi, affronta il dolore interiore e la sofferenza emotiva senza offrire risposte semplici, Raining again, la malinconia che ritorna ciclicamente e della difficoltà di liberarsi da certi stati d'animo, Disco lies, una critica ironica alla superficialità e alle illusioni del mondo dello spettacolo e dei consumi e poi ancora Flower find my baby, Honey, Extreme ways Armin e Natural blues dove attraverso un antico canto gospel riflette sulla fragilità dell'esistenza, sulla morte e sulla ricerca di conforto spirituale
L'ultima "esternazione" è una dichiarazione di scuse per ciò che sta facendo l'America, dichiarando forte e molto chiaro che Trump è il peggior leader che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Siamo al set finale, Porcelain, Lift me up e Feeling so real, riportano il pubblico a ballare e a saltare e probabilmente anche a dove questo lo ha già fatto nel tempo con la sua musica. 90 minuti passano in fretta, più o meno come i 35 anni dal suo esordio, quando Moby iniziò a fondere elettronica, rock, ambient, blues, gospel e musica classica, fino ad esplodere nel 99 con Play che vendette più di 10 milioni di copie.
Moby ha portato al grande pubblico qualcosa che non cercava soltanto il ritmo o l'impatto sonoro, ma atmosfere nelle quali la componente emotiva ha sempre avuto un ruolo più importante della melodia stessa. Ha cercato e trovato un modo per arrivare a tanti, ma veicolando qualcosa, trasmettendo frammenti di sé, di ognuno, di fragilità umana, di speranza e rinascita, di empatia e condivisione, un dialogo tra spiritualità e musica, attraverso radici blues e gospel. Non sappiamo quanti di quelli che lo hanno ballato, lo abbiano anche "ascoltato", ma ci auguriamo che non si fermi, che prosegua oltre la celebrazione e che continui a cercare e a trasmettere ancora perché di quanto ce ne sia bisogno, infatti, è inutile parlarne.
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