Mirandola, il preside del Galilei: “Anche qui messaggi che inneggiavano a danneggiamenti”
Di Antonella Cardone
Il disagio dei ragazzi non è sempre visibile. Può restare nascosto per paura, per reticenza o perché chi vive una difficoltà non riesce a parlarne. Per affrontarlo, la scuola ha bisogno di strumenti di ascolto e di un dialogo continuo con le famiglie.
Ne abbiamo parlato con Edoardo Ricci, dirigente scolastico dell’IIS Galilei di Mirandola, a margine dell’iniziativa “Il benessere mio e nella mia scuola”, in programma venerdì 6 novembre. Un confronto sulle difficoltà nell’intercettare il malessere, sui percorsi attivati dopo una segnalazione e sul ruolo dei social nelle dinamiche di gruppo.
Quali difficoltà incontrano docenti e dirigenti nell’intercettare il disagio che può portare a episodi di bullismo e cyberbullismo?
«Il fenomeno del bullismo, del cyberbullismo e, in generale, del disagio scolastico è spesso strisciante, occulto: non sempre emerge. C’è reticenza, c’è paura nel denunciare e nel segnalare, perché si temono ritorsioni e vendette. I docenti talvolta riescono a capire quando c’è un bisogno o un malessere, però non sempre lo studente è disposto a parlarne e ad aprirsi».
Quali strumenti avete attivato al Galilei?
«Abbiamo istituito un team antibullismo composto dal dirigente scolastico, dalla psicologa dello sportello d’ascolto e dalla referente scolastica per l’antibullismo. C’è poi un tavolo permanente che si apre anche a un rappresentante degli studenti e a un rappresentante dei genitori, nel quale viene esaminato il fenomeno a livello di scuola».
Dopo una segnalazione, quindi, esiste un percorso strutturato?
«Sì. C’è la possibilità di fare una segnalazione sia nominativa sia anonima, perché spesso si teme di uscire allo scoperto. Chiaramente viene verificato quanto segnalato. Interveniamo poi con i consigli di classe, con i docenti ed eventualmente con la referente antibullismo e con la psicologa dello sportello, per cercare di intercettare questo malessere e questo disagio».
Eppure qualcosa può sfuggire. Che cosa manca e quale contributo possono dare le famiglie?
«Manca sicuramente una continuità, probabilmente un’alleanza che noi cerchiamo di costruire, come tutte le scuole, ma che è sempre più difficile. La continuità del messaggio educativo richiede un’intesa, un’alleanza fra scuola e famiglia. Quando funziona, vediamo che i percorsi scolastici vanno bene. Quando c’è qualche frattura in questa alleanza e nel dialogo educativo fra scuola e famiglia, si possono aprire questi rischi».
Quanto pesa il bisogno dei ragazzi di apparire, anche attraverso i social?
«Un grande problema dei ragazzi di oggi è che vogliono apparire, manifestare di esserci, e spesso lo fanno utilizzando lo smartphone e i social media in maniera non sempre corretta. È una voglia di testimoniare la propria presenza, come è giusto che ci sia nell’adolescenza. Quando però si innescano determinate dinamiche di gruppo, sappiamo che può esserci emulazione. È questo il grande rischio».
Anche a Mirandola avete registrato messaggi che invitavano ad agitazioni e danneggiamenti?
«A Mirandola abbiamo avuto un’ondata di messaggi sui social e nelle chat dei ragazzi, anche abbastanza deprecabili: inviti a fare come in Francia, ad agitazioni, occupazioni e danneggiamenti. Messaggi spesso coperti dall’anonimato. È un fenomeno che tutte le scuole hanno affrontato negli ultimi giorni. Poi non si è concretizzato nulla. Noi siamo sempre in collegamento anche con le forze dell’ordine e teniamo monitorata la situazione».
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