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06 Novembre 2026
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Netta prevalenza femminile tra i laureati, ma restano differenze di genere in condizioni di lavoro e scelta dei percorsi universitari

MODENA - È stato presentato nella mattina di ieri, mercoledì 11 febbraio, presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, nella Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, il Rapporto di genere AlmaLaurea 2026, seconda edizione dell’indagine tematica dedicata alle differenze tra laureate e laureati nei percorsi di studio e negli esiti occupazionali. L’evento è stato introdotto dai saluti istituzionali della rettrice dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Rita Cucchiara, dal videomessaggio della presidente della CRUI Laura Ramaciotti e dal saluto del presidente AlmaLaurea Ivano Dionigi. Il Rapporto è stato illustrato dalla direttrice AlmaLaurea Marina Timoteo. È seguita una tavola rotonda moderata da Lea Gemmato della redazione Fahrenheit di Rai Radio 3, con la partecipazione di Marcella Gargano in rappresentanza del MUR, Aurelia Sole, prorettrice alle Pari Opportunità dell’Università della Basilicata, Claudio Pettinari, presidente del Consorzio NQSTI, Elena Bassoli, delegata per le Pari Opportunità di Unimore, Marco
Moscatti, presidente del Gruppo Giovani Imprenditori Confindustria Emilia Area Centro, Federica Venturelli, assessora alle Politiche educative del Comune di Modena e Riccardo Grassi, head of research SWG. L’incontro ha approfondito le implicazioni emerse dai dati e le prospettive di intervento con particolare attenzione sul raccordo tra università, politiche pubbliche e sistema produttivo.

Il Rapporto, che si inserisce nella tradizione di analisi empirica AlmaLaurea sulle transizioni tra formazione universitaria e lavoro, si colloca in coerenza con l’Agenda ONU 2030 e strategie UE, in particolare Gender Equality Strategy e rafforzamento dello European Education Area. L’analisi attinge principalmente alle due indagini annuali del Consorzio: Profilo dei laureati (esperienze, competenze, valutazioni del percorso e aspirazioni) e Condizione occupazionale (esiti a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo). I dati delineano un quadro strutturale chiaro: a fronte di una netta prevalenza femminile tra i laureati, quasi il 60%, la rappresentanza di genere diminuisce con l’aumentare del livello formativo e rimangono evidenti in modo sistematico le differenze di genere nelle scelte dei percorsi universitari, negli esiti occupazionali e nelle condizioni di lavoro. I risultati dell’indagine consentono di monitorare le differenze tra laureate e laureati lungo l’intero percorso: dalle scelte che operano in ambito formativo ai risultati conseguiti negli studi, dalle esperienze maturate durante l’università agli esiti occupazionali, fino alle aspirazioni professionali e ai livelli di realizzazione lavorativa. Sotto questo profilo, la mobilità interna e internazionale per studio e lavoro, assume un ruolo importante per misurare, in chiave di genere, il grado di apertura e attrattività dei sistemi universitari e dei mercati del lavoro. Particolare attenzione è inoltre dedicata all’origine sociale e al contesto familiare, ai meccanismi di trasmissione intergenerazionale dei titoli di studio e delle professioni, e alla distribuzione di genere nei diversi ambiti disciplinari, con approfondimenti mirati sulle aree STEM.

PERFORMANCE DI STUDIO MIGLIORI, TRASMISSIONE INTERGENERAZIONALE E CONTRIBUTO ALLA MOBILITA’ EDUCATIVA ASCENDENTE

Che le donne siano la maggioranza dei laureati, è un dato ormai storico, ma la loro presenza varia per tipo di percorso. Nel 2024 le donne sono il 69,4% tra i laureati magistrali a ciclo unico, il 59,4% tra i laureati di primo livello e il 57,8% tra i laureati magistrali biennali; tra i dottori di ricerca la quota femminile è il 49,7%. All’aumentare dei livelli educativi dopo il primo titolo, le donne proseguono meno frequentemente rispetto agli uomini. Sul fronte delle performance universitarie, le laureate risultano mediamente più brillanti: conseguono più spesso il titolo nei tempi previsti (60,9% contro 55,4%) e ottengono un voto medio più alto (104,5/110 contro 102,6/110). Il Rapporto evidenzia anche il risultato della formazione pre-universitaria: le donne presentano un voto medio di diploma superiore (85,2/100 contro 82,6/100) e provengono più spesso dai licei (77,9% contro 65,6%), indipendentemente dalla formazione della famiglia di origine. Rilevante, inoltre, il dato sull’origine sociale: proviene, da famiglie con almeno un genitore laureato, il 29,7% delle laureate rispetto al 36,0% dei laureati; appartiene alla classe socioeconomica elevata il 21,0% delle donne contro il 24,6% degli uomini. Ne deriva un contributo femminile più marcato ai processi di mobilità educativa ascendente.

Interessante l’indicatore per quanto riguarda la trasmissione intergenerazionale: quando i genitori sono laureati, le donne “seguono le orme” (in termini di ambito disciplinare) con minore frequenza (19,4% contro 21,8%). Il divario cresce nelle lauree magistrali a ciclo unico, dove i percorsi conducono più spesso alla libera professione o al lavoro autonomo: l’“ereditarietà del titolo” riguarda il 33,2% delle donne rispetto al 45,2% degli uomini. Si nota, inoltre, come le scelte formative non siano influenzate alla stessa maniera dalla formazione del genitore per uomini e donne: nel 12,5% dei casi gli uomini scelgono il percorso del padre e il 6,3% quello della madre, mentre le donne scelgono in maniera equilibrata: l’8,6% opera la scelta del padre e l’8,4% sceglie il percorso della madre. Durante gli studi, le laureate arricchiscono più spesso il proprio bagaglio formativo: sono più frequenti tra le donne periodi di studio all’estero riconosciuti, tirocinio curriculare e lavoro; in particolare, il tirocinio curriculare riguarda il 64,7% delle donne contro il 55,3% degli uomini, in tutti i tipi di corso e trasversalmente agli ambiti disciplinari.

FORTE POLARIZZAZIONE DELLE SCELTE DISCIPLINARI. SULLE STEM SEGREGAZIONE STRUTTURALE E “TESTIMONE” FAMILIARE

Viene confermata la non neutralità delle scelte nei percorsi formativi: la distribuzione per ambiti disciplinari resta fortemente differenziata e, in generale, i fattori culturali e sociali che agiscono lungo l’intero percorso formativo influiscono sulle scelte. Se si osserva l’area dell’educazione e dell’insegnamento emerge uno degli squilibri di genere più marcati: nei corsi di laurea magistrale a ciclo unico del gruppo Educazione e Formazione la presenza femminile supera il 95%. Si tratta di una concentrazione molto elevata, che non è presente in maniera così importante in altri ambiti disciplinari. Il dato suggerisce una riflessione sull’esistenza di meccanismi di orientamento fortemente connotati dal punto di vista culturale e sociale: sembrerebbe che si vada oltre la semplice preferenza individuale ed agisca una canalizzazione precoce delle scelte formative, che indirizza in misura prevalente le donne verso professioni educative e di cura. Questo fenomeno contribuisce alla segregazione orizzontale dei percorsi di studio e, nel medio periodo, si riflette anche nella distribuzione di genere dei ruoli professionali e dei settori occupazionali. Chiaramente la quasi totale presenza femminile in questi percorsi non rappresenta di per sé una criticità, al contrario indica una forte vocazione e un investimento qualificato; tuttavia, diventa un elemento di squilibrio laddove non sia accompagnata da una presenza altrettanto solida nei settori tecnico-scientifici con un’alta retribuzione.

È evidente come non si possa leggere questa polarizzazione delle scelte come dato “naturale”, bensì come risultato di schemi culturali ancora attivi, su cui politiche di orientamento più consapevoli possono intervenire. In ambito STEM la presenza femminile resta contenuta e stabile: tra i laureati 2024 è il 41,1% (invariata dal 2015), mentre tra i dottori di ricerca STEM la quota femminile scende al 36,7%; nelle altre aree disciplinari di dottorato, le donne superano il 50%. La segregazione di genere nei percorsi STEM non può essere ricondotta a fattori individuali: riflette l’effetto di condizionamenti sociali e culturali che agiscono lungo l’intero percorso formativo; le scelte universitarie sono quindi spesso il risultato, non certo l’origine, di disuguaglianze costruite nel tempo. Nella scelta dei percorsi STEM, per il genere femminile, l’influenza del livello educativo dei genitori è molto marcata; il rapporto evidenzia inoltre che, in alcuni ambiti fortemente tecnologici, la trasmissione del titolo di studio alle figlie può risultare più intensa quando lo stesso è posseduto dal padre.

SI RIDUCONO MA NON SCOMPAIONO I DIVARI PER L’ INSERIMENTO NEL MERCATO DEL LAVORO

Nel breve e nel medio periodo persistono le disparità di genere anche per quanto riguarda l’analisi degli esiti occupazionali. Il differenziale di genere a favore degli uomini, a un anno dal titolo, è pari a 3,3 percentuali punti tra i laureati di primo livello e 5,2 punti tra quelli di secondo livello. Tuttavia, con il trascorrere delle annualità le differenze si riducono e migliorano le opportunità occupazionali per le donne, anche perché il tasso di occupazione femminile cresce più rapidamente nei primi cinque anni dopo il conseguimento della laurea. In particolare, a cinque anni dal titolo, il tasso di occupazione, per la laurea di primo livello è del 92,3% per le donne e del 93,9% per gli uomini, ma nel secondo livello le donne scendono all’88,2% e gli uomini al 91,9%. La presenza di figli incide fortemente e amplia il divario, penalizzando soprattutto le donne. Anche per quanto riguarda le caratteristiche del lavoro svolto, gli uomini sono più avvantaggiati: svolgono più spesso attività in proprio e, tra i laureati di secondo livello, più frequentemente li troviamo assunti alle dipendenze con contratti a tempo indeterminato (il 57,8% rispetto al 52,1% delle donne). Le donne, invece, risultano più presenti nei contratti a tempo determinato: 16,4% contro 9,6% tra i laureati di secondo livello a cinque anni. Molto interessante il dato sul piano della coerenza tra studi e lavoro: a cinque anni dal titolo, tra i laureati di primo livello il 71,2% delle donne dichiara livelli elevati di efficacia della laurea rispetto al 61,3% degli uomini; tra i laureati di secondo livello le differenze sono contenute ma a favore delle donne (75,6% contro 73,8%).

VANTAGGIO MASCHILE PERSISTENTE IN ITALIA E ALL’ESTERO SULLE RETRIBUZIONI

Sia a uno sia a cinque anni dal titolo, in termini retributivi è nuovamente confermato il vantaggio degli uomini, tanto che a cinque anni dalla laurea, gli uomini percepiscono in media circa il 15% in più: nel primo livello le donne guadagnano 1.686 euro contro i 1.935 degli uomini e nel secondo livello 1.722 contro i 2.012 degli uomini. Anche tra gli occupati all’estero permangono le differenze: tra i laureati di secondo livello a cinque anni dal titolo, le retribuzioni medie sono 2.579 euro per le donne contro 2.993 per gli uomini; l’analisi delle professioni svolte mostra un vantaggio maschile nell’accesso a quelle di più alto livello e ad elevata specializzazione anche nel settore pubblico, dove ad essere maggiormente occupate sono le donne.

ASPETTATIVE, SELETTIVITÀ E TEMPI DI “VALORIZZAZIONE” NEL MERCATO DEL LAVORO

Il rapporto mostra, sia per le donne sia per gli uomini, un desiderio crescente di vedere riconosciuto nel lavoro l’investimento e le scelte fatte nel percorso formativo. Mentre nel 2015, la carriera, l’autonomia, il prestigio e coinvolgimento nelle decisioni aziendali erano, anche se di poco, più importanti per la componente maschile, oggi questi aspetti assumono particolare rilevanza anche tra le laureate. Anche se in calo rispetto al 2015, le donne sono più disponibili per i lavori part time, con un differenziale di genere comunque ridotto ma l’interesse per il tempo pieno resta elevato sia per gli uomini sia per le donne, mentre si è incrementata, dopo la pandemia, la preferenza per lo smart working, senza differenze rilevanti tra uomini e donne. Tra le forme contrattuali, il tempo indeterminato resta la modalità più ricercata; i contratti a tempo determinato diminuiscono di ben 7 punti (dal 41,3 al 34,2) e si riduce anche l’interesse per il lavoro autonomo/in proprio, con differenziale che rimane a favore degli uomini. Diminuisce rispetto al passato anche la disponibilità ad accettare lavori a bassa retribuzione, ma resta un differenziale di genere marcato: le laureate che si dichiarano disponibili ad accettare compensi bassi (fino a 1.250 euro mensili) sono il 14,2%, circa il doppio dei laureati (7,8%).

La sintesi interpreta questo indicatore anche alla luce di fattori culturali e di aspettative economiche differenziate in ingresso nel mercato del lavoro. Le aspettative retributive minime dichiarate risultano in aumento nominale per entrambi i generi nell’ultimo decennio, con un divario che si riduce ma resta a favore degli uomini. Il segnale che la piena valorizzazione economica del titolo richiede tempi più lunghi è evidente osservando gli scostamenti a uno e a tre anni dal conseguimento del titolo: ad un anno si osserva ancora uno scostamento tra retribuzioni attese e reali, mentre a tre anni tende a emergere un maggiore allineamento. Quanto alle aspettative retributive minime, le dichiarazioni mostrano aumenti nominali: +32,8% tra le donne e +26,8% tra gli uomini; pur riducendosi rispetto al 2016, permane un divario di genere a favore degli uomini pari all’8,4%. Occorre però fare una precisazione: il mancato ingresso a un anno dal conseguimento del titolo non equivale necessariamente a una “mancata realizzazione” perché un approfondimento sui laureati di secondo livello mostra in realtà un investimento in ulteriore formazione (chi intende proseguire gli studi ha oltre il 50% di probabilità in più di essere occupato a tre anni). A parità di altre condizioni, le donne ritardano più degli uomini l’ingresso nel mercato del lavoro.

MOBILITÀ TERRITORIALE E INTERNAZIONALIZZAZIONE: APERTURA, ATTRATTIVITÀ E DIVARI

La quota di laureati internazionali 2024, pari al 3,6% è in lieve crescita nell’ultimo decennio (3,8% uomini; 3,5% donne), mentre nello stesso periodo quella dei laureati italiani è in lieve diminuzione. La presenza è maggiore negli atenei del Nord (4,6%) e del Centro (4,3%), mentre nel Mezzogiorno scende all’1,2% (0,9% tra le donne). Dopo cinque anni, il 60,0% dei laureati internazionali risulta occupato in Italia (soprattutto al Nord). Le donne restano più frequentemente: 66,0% contro 53,8% degli uomini. Per i laureati italiani, l’analisi dei flussi conferma un saldo migratorio negativo del Mezzogiorno e una mobilità per studio più intensa per gli uomini, sebbene il divario si riduca negli anni recenti. La permanenza nella ripartizione è molto alta per chi ha il diploma al Nord (88,2%), intermedia al Centro (70,1%) e più bassa nel Mezzogiorno (45,2%). Tra i diplomati del Mezzogiorno, il 22,9% si laurea in un ateneo prevalentemente al Nord e non rientra per lavorare; il 20,8% cambia ripartizione solo per lavoro dopo aver studiato interamente al Sud. Le donne tendono a spostarsi meno frequentemente degli uomini in tutte le ripartizioni, con intensità diverse. Anche in questo caso, la mobilità per motivi di studio è strettamente legata al contesto familiare in cui maturano queste tipologie di scelte, sia per i laureati internazionali, sia per i laureati italiani. La mobilità per lavoro si associa a retribuzioni più elevate e a un relativo calo del differenziale di genere, pur sempre a favore degli uomini; le retribuzioni sono più alte per chi lavora all’estero. Dai dati appena descritti emerge che questa tipologia di analisi è particolarmente interessante, poiché consente, tra l’altro, attraverso l’osservazione del saldo migratorio tra diplomati e laureati appartenenti alla stessa ripartizione territoriale, di valutare quanto i territori del nostro Paese perdano o guadagnino in termini di capitale umano

FOCUS STEM: ESITI ALTI, MA DIFFERENZE DI GENERE PRESENTI

Alla prova del mercato del lavoro, i laureati STEM mostrano buone performance, con differenze di genere che ricalcano il quadro generale. Tra i laureati STEM di secondo livello del 2019 a cinque anni dal titolo, il tasso di occupazione è elevato e il differenziale è 3,7 punti a favore degli uomini. Le retribuzioni STEM sono più alte rispetto alla media: a cinque anni, 1.842 euro per le donne e 2.125 euro per gli uomini, con gap del 15,4% (più contenuto del 16,8% del totale). In controtendenza rispetto al complesso, le donne STEM svolgono più frequentemente attività in proprio rispetto agli uomini (differenziale+3,9 punti). Le donne STEM ritengono la laurea “efficace o molto efficace” più degli uomini (differenziale+3,3 punti). Sulla mobilità, nei percorsi STEM la propensione a migrare è maggiore rispetto al complesso (per studio e lavoro riguarda il 27,4% rispetto al 22,9% del totale, con ruolo centrale dei flussi dal Mezzogiorno verso il Nord). È anche più elevata la mobilità lavorativa verso l’estero (7,6% contro 4,6% nel complesso), più frequente tra gli uomini. Nell’area STEM la crescita delle aspettative retributive minime dichiarate è stata forte; il divario tra aspettative e retribuzioni reali a un anno risulta più contenuto rispetto al totale, ma le donne STEM restano penalizzate sia nelle attese sia nelle retribuzioni effettive. In conclusione, il Rapporto di genere 2026 mette a disposizione di studiosi, decisori pubblici e istituzioni universitarie un quadro informativo solido e articolato per comprendere la persistenza delle disuguaglianze e il modo in cui si manifestano lungo i percorsi formativi e professionali, senza un’impostazione prescrittiva. Le analisi mostrano che i divari sono il risultato di processi cumulativi in cui fattori individuali, sociali e strutturali interagiscono nel tempo. Il valore aggiunto delle indagini AlmaLaurea, per continuità temporale, ampiezza della popolazione osservata e qualità metodologica, è offrire evidenze comparabili e tempestive che non si limitano a descrivere le differenze, ma aiutano a individuare con precisione i passaggi critici sui quali orientare riflessioni e politiche basate su dati.

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