Il potere d’acquisto delle pensioni dei modenesi torna al 2016, ma i pensionati “giovani” sono più poveri
"Siamo alla quarta edizione del report sul reddito delle pensionate e dei pensionati della provincia di Modena, voluto da SPI CGIL, Federconsumatori e CAAF CGIL Emilia-Romagna. Questo lavoro è reso possibile grazie alle 400.000 certificazioni uniche di pensionati presentate tramite la sede modenese del CAAF, negli anni fiscali 2016-2024, mentre i 730 presentati nel 2025, e riferiti al 2024, sono stati quasi 45.000. La forte fidelizzazione dei clienti di quello che è largamente il primo Caaf della provincia e la sua forte presenza nel territorio provinciale, consentono di attribuire a questo lavoro una valenza più ampia, ben rappresentativa dell'evoluzione nel tempo dei redditi reali di pensionate e pensionati. In questa premessa sintetizziamo in quattro elementi, in quattro notizie, le questioni più rilevanti emerse nel report. Questo lavoro è dedicato ai 167 lavoratori e lavoratrici del CAAF, che quest’anno hanno operato nella campagna fiscale nel nostro territorio.
La prima notizia. Il potere d'acquisto delle pensioni dei modenesi torna al 2016, ma...
La prima notizia è che dopo anni terribili, nei quali chi era in pensione ha pagato vistosamente gli effetti inflattivi, gli adeguamenti dal primo gennaio 2024 (riferiti all'inflazione 2023) hanno significativamente inciso sul recupero del potere d'acquisto del nostro vasto campione. Un recupero che ha consentito di
tornare al potere d'acquisto delle pensioni del 2016. Ovviamente tutto questo senza recuperare le forti perdite registrate nel corso degli anni precedenti quando il potere di acquisto aveva subito una contrazione media pari a quasi mille euro. Perdite che si confermano anche nelle dichiarazioni presentate nel 2025 per le pensioni superiori a quattro volte il minimo, a causa di un iniquo meccanismo che riduce progressivamente gli adeguamenti. Ma la notizia resta positiva, anche se deve essere filtrata da un ulteriore elemento, spesso sottovalutato. Difatti il carico inflattivo di questi anni, concentrato in alcuni elementi di forte impatto sulla popolazione anziana, costringe a rileggere questi dati cambiando gli occhiali. Sugli anziani la spaventosa evoluzione del costo del carrello della spesa ha avuto un impatto maggiore rispetto alla restante popolazione; stessa cosa per l'energia elettrica, cresciuta in dieci anni del 90%, ed il gas di rete, cresciuto del 60%. Nei fatti la buona notizia del recupero di potere d'acquisto non può che essere letta attraverso la lente dei consumi reali. Un ulteriore elemento che ha inciso in questi dati, all'apparenza positivi, è la progressiva crescita del numero di trattamenti pensionistici poveri e insufficienti.
La seconda notizia. I pensionati “giovani” sono più poveri, ed è un problema per tutti.
La seconda notizia si collega alla prima; chi oggi arriva al pensionamento è più povero di chi è andato in pensione negli ultimi vent'anni. Un dato scontato, a fronte della contrazione dei redditi da lavoro, della crescita dei divari anagrafici e di genere, della maggiore discontinuità contributiva e ovviamente delle riforme pensionistiche, che stanno spostando sempre di più in avanti l'età del pensionamento. Oggi le donne vanno in pensione mediamente a 65,4 anni e gli uomini a 64,2, con una impennata registrata negli ultimi anni. La media nazionale complessiva è di 64,8 anni; l'Emilia-Romagna, con 64,7 è lievissimamente al di sotto, mentre una Regione come l'Umbria ha già raggiunto, secondo l'INPS, i 67 anni di pensionamento medio. A Modena il dato sulla riduzione dell'assegno per i pensionati “giovani” è clamorosa; nella fascia 55-65 il reddito reale, in nove anni, è calato di quasi il 20%. Contrazione determinata anche dall’uscita anticipata dal mondo del lavoro, con conseguente ricaduta sui redditi, di una quota significativa di lavoratori che hanno colto la possibilità fornita dalla normativa. Al netto di effetti legati alla riduzione di quelli di invalidità, è un dato che deve far riflettere tutti sul futuro che ci attende. La crescita di pensioni insufficienti a far fronte al costo della vita corrisponde a maggiori costi che ricadono sulla collettività, per il mantenimento, l'assistenza, l'affiancamento degli anziani. Già oggi i pensionati sono sempre meno l'ammortizzatore dei problemi economici di figli e nipoti; nel futuro potrebbero non esserlo più.
La terza notizia. I pensionati che abitano da soli ed il costo della casa.
In una tabella alla fine del nostro rapporto ipotizziamo quello che accade al reddito dei pensionati che abitano da soli. Sono tanti, effetto dell'allungamento della vita media, della denatalità, della frantumazione delle famiglie. A Modena 117.000 nuclei familiari sono composti da una sola persona, pari al 37% del dato complessivo. Tra questi sono 50.000 quelli composti da un solo over 65, e dentro questo numero gli over 80 sono 21.000. Nella nostra analisi le spese per l’abitazione, comprensive di acqua, elettricità e gas, rappresentano mediamente il 48% delle spese complessive dell’anziano che abita da solo. Un dato forte, ma medio, che può raggiungere per chi è in affitto anche i due terzi della spesa mensile. Sempre mediamente, per le spese legate alla casa, se ne va il 37% del reddito mensile da pensione. Evidente, per le famiglie unipersonali composte da anziani, il peso abnorme della casa sul proprio reddito. Un peso che, assieme alle spese obbligate, trascina sempre più anziani soli (ma non solo) nella fascia della povertà. E' un tema non sufficientemente indagato, che a nostro parere va approfondito, in quanto destinato ad un più che probabile aggravamento.
La quarta notizia. In tutto questo i dati relativi alle donne peggiorano ancora.
Ovviamente i nostri quattro punti si tengono l'uno con l'altro, ma quello del reddito delle donne pensionate merita una attenzione specifica. Recentemente, presentando il quinto report sui redditi da lavoro a Modena, abbiamo segnalato l'ulteriore progressivo allargamento della forbice tra uomini e donne, con uno spaventoso differenziale che ha raggiunto il 28%. Alle donne tanti record sgradevoli: sono più precarie degli uomini e più discontinue, anche a causa della gestione familiare. Le donne lavoratrici registrano un forte divario reddituale anche per mansioni ed orari di lavoro equivalenti agli uomini. Una condizione che non viene certo abbandonata una volta arrivate in pensione, che arriva più tardi degli uomini e con assegni più magri. Ogni anno il divario tra uomini e donne si allarga nelle pensioni di 100/150 euro, con un differenziale negativo che nelle dichiarazioni presentate al CAF CGIL, nel 2025 ha raggiunto il 22%. Per tante donne che hanno superato i 65 anni, e che abitano sole, il peso delle spese obbligate rende far quadrare i conti una missione sempre più difficile, se non impossibile. Sempre più frequente il ricorso alle strutture di aiuto alle persone in difficoltà; ma spesso vince la vergogna, e non è rara la rinuncia al riscaldamento dell’abitazione, e alle cure sanitarie. Infine vogliamo dire che a Modena non c'è una condizione diversa dal resto del Paese, e che non esiste un “Caso Modena” rispetto ai problemi dei pensionati a reddito medio e basso. Ma questo non sposta di un millimetro i problemi, anzi li ingigantisce. Preghiamo quindi tutte e tutti, dalla politica al mondo dell'economia, a tenere maggiormente in considerazione i problemi dei pensionati e delle pensionate. E a non dare scontato nulla, proprio nulla, quando si parla di loro".
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