Tra la via Emilia e il Rock – Le risposte di Bob Dylan sono ancora nel vento – di Pietro d’Ottavio
“Quante strade deve percorrere un uomo, prima di poterlo chiamare uomo? Quanti mari deve percorrere una colomba bianca, prima di dormire nella sabbia? Sì, e quante volte devono volare le palle di cannone, prima che siano banditi per sempre? La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento”. E’ forse il più celebre inizio di una canzone che sia mai stato scritto negli ultimi 63 anni, quando un giovanissimo Robert Allen Zimmerman incise “Blowin’ in the Wind” nel suo secondo acclamato album “The Freewheelin’ Bob Dylan”.
Che poi è il nome d’arte con cui il menestrello di Duluth, Minnesota si è imposto sul palcoscenico mondiale. Conquistando anche – unico tra i songwriter - il Premio Nobel per la Letteratura. In effetti – se ci fosse bisogno di avvalorare la scelta del più prestigioso riconoscimento internazionale - i testi del padre di tutti i cantautori sono pubblicati da decenni perfino nei libri scolastici. Ma il problema – dato per certificato il valore letterario di una canzone come “Blowin’ in The Wind” – è che il suo contenuto resta oggi più che mai di drammatica attualità. Infatti quello attuale è un contesto mondiale che rischia di far suonare astratta quella che è una delle canzoni pacifiste per eccellenza. Rischio che comunque non si corre – salvo sorprese - durante i concerti di Bob Dylan (come quello in cartellone sabato 7 all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno, a due passi da Bologna). In effetti è difficile che l’artista americano canti dal vivo “Blowin’ in the Wind”, come d'altronde gran parte dei suoi inni antologici. Quindi in scaletta niente “Mr. Tamburine Man”, “Like a Rolling Stone”, “Knockin’ on Heaven’s door”, “Lay Lady Lay”, “All Along The Watchtower”, “Hurricane”…
Chi vuole essere certo di ascoltare qualcuna di queste pietre miliari può sempre procurarsi la raccolta dal vivo appena pubblicata: “The Rolling Thunder Revue: The 1976 live recordings”. Ovvero un gigantesco cofanetto con registrazioni d’epoca che comprendono duetti con Joan Baez e ospiti speciali come il chitarrista Mick Ronson degli Spiders from Mars di David Bowie. Raccolta monumentale che tra l’altro contiene anche uno dei pochi brani storici Dylan sta proponendo nei concerti italiani: “I Shall Be Released”. In ogni caso, più che mai a 85 anni, lo sciamano della canzone d’autore continua ad andare in una direzione tutta sua perfino quando va a far visita incappucciato al Papa. Figuriamoci se si crea scrupoli nel mettere in scena una sequenza di canzoni non esattamente celebrate.
Tra le possibili “concessioni” a una scaletta con qualche brano vagamente più noto ecco “It Ain’t me, Babe”, canzone di un “amore conflittuale” che concludeva l’album del ’64 “Another Side Of Bob Dylan”. O ancora “Tangled Up in Blue”, canzone incisa in “Blood on the Tracks” del ’75. Ovvero il racconto di una travagliata storia d’amore che quando meno te lo aspetti tira in ballo “un poeta italiano del XIII secolo”. Scherzi da Premio Nobel della Letteratura, considerato che Dylan non ha mai voluto specificare chi fosse. Ma che a neanche 80 chilometri da Ravenna (dove è sepolto Dante), farebbe ancor più effetto.
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