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02 Ottobre 2022

“Veleno”, dopo l’incontro col padre Federico Scotta, Naga si racconta attraverso una canzone

di Simone Guandalini

“Hanno iniettato veleno dentro queste vene, cuori che ardono di rabbia, fiamme e cherosene”. Comincia così il ritornello della canzone “Veleno”, scritta da Nik Scotta, in arte Naga, per raccontare la propria vita. Nik, ora 24enne, è il figlio di Federico Scotta, condannato in via definitiva a 11 anni di carcere, già scontati, nell’ambito del caso “Diavoli della Bassa”. Nik è uno dei sedici bambini che, tra il 1997 e il 1998, a Mirandola e a Massa Finalese, furono allontanati dalle proprie famiglie a seguito di accuse riguardanti pedofilia, riti satanici e omicidi di bambini.

Nel 2020, Nik, cresciuto da genitori affidatari, ha deciso di incontrare, a 23 anni di distanza dall’ultima volta, quel 7 luglio 1997 in cui aveva appena sei mesi e di cui, come dice nel primo verso della canzone, non ricorda nulla, il padre biologico Federico Scotta, sempre dichiaratosi innocente, nonostante la condanna definitiva, e la madre Lamhab, di origini thailandesi.

“La canzone “Veleno” è nata proprio dopo aver ritrovato e conosciuto mio padre – spiega Nik. – Avevo voglia di raccontare questa situazione, la vita che ho vissuto e quella che mi è stata tolta. Così mi sono messo a scrivere e il testo è nato in una sera. Sentivo, però, che mancava un’ultima parte, un tassello, per chiuderla definitivamente. Ho capito cosa mancasse solo dopo aver incontrato mio padre Federico. L’ultima parte della canzone, in cui dico “non si può chiamare vita senza libertà, c’è chi dentro ad una cella vede un po’ più in là” è ispirata ad una frase che mi ha detto quando ci siamo conosciuti. Mi ha detto che negli anni in cui eravamo lontani guardava sempre fuori dalla finestra tre stelle, che simboleggiavano i suoi tre figli (anche le due sorelle di Nik, Elena e Stella, sono state allontanate dalla famiglia biologica, ndr)”.

Il caso “Diavoli della Bassa” è stato approfondito dal giornalista Pablo Trincia tramite un’inchiesta sotto forma di podcast e libro, entrambi dal titolo “Veleno”, lo stesso della canzone di Naga. “Veleno” è anche il titolo della docu-serie uscita recentemente (a fine maggio), su Amazon Prime Video, diretta dal regista Hugo Berkeley. La canzone “Veleno” doveva essere inserita nella docu-serie, racconta Nik Scotta, ma all’ultimo non è stato possibile:

“Prima dell’uscita della docu-serie, io conoscevo già tutta la storia. Sapevo da molto tempo, grazie ai contatti con mio padre, che sarebbe uscita questa serie, anche se lui non mi ha detto, prima dell’uscita, tutto quello che ha raccontato all’interno della serie. Inizialmente, la mia canzone doveva fungere un po’ da colonna sonora, specialmente nelle parti in cui si parlava della storia di Federico. Purtroppo, però, essendomi stata fatta la proposta quando la serie era già in fase di montaggio, non ho avuto i tempi tecnici per poter terminare la canzone in tempo per inserirla prima della pubblicazione della serie”.

“Siamo frammenti di vetro di uno specchio noi, c’è chi riesce a ritrovarsi mentre altri mai. Brucerò all’inferno per quello che provo. Vado avanti, passa il tempo, però non rimuovo”. Continua così il ritornello di “Veleno”, che dimostra come, nonostante siano passati più di vent’anni, non sia facile per Nik andare oltre ai fatti accaduti nel 1997, che gli hanno certamente cambiato la vita. Un passo importante in questo senso, però, è stato senza dubbio l’incontro con il padre Federico Scotta, con il quale ha ora instaurato un ottimo rapporto.

“Incontrare mio padre dopo così tanti anni non è stato facile – racconta Nik. – Inizialmente avevo molta paura, anche se avevo voglia di scoprire la verità e di chiarire alcune situazioni, dopo che per più di vent’anni non avevo potuto farlo. Quando l’ho visto per la prima volta è stata un po’ una sorpresa… sapevamo entrambi che ci saremmo trovati in una condizione in cui saremmo magari rimasti senza parole. Alla fine abbiamo fatto due chiacchiere, non sapevamo neanche se darci la mano oppure un abbraccio, è stata una situazione particolare. Il primo incontro è stato abbastanza lungo e anche pesante, perchè non abbiamo affrontato discorsi leggeri. Dopo un po’, però, è andata via la paura. La prima cosa che mi ha detto mio padre è che io avrei potuto anche non chiamarlo papà, ma semplicemente Federico, come se fosse un amico. Lui sapeva, e sa, che i genitori sono quelli che crescono un figlio”.

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